
Le passioni, l'arme e l'amore...
A causa del gran caldo estivo Giovanni fu sepolto subito dopo esser stato lavato e vestito. La bara fu trasportata dai membri del suo seguito e dai suoi uomini più fidati. Seguivano la processione un folto numero di preti e, ovviamente, i familiari.
Il papa non presenziò al funerale, ma le sue grida di dolore riempirono l’aria e persino Elisa ne rimase sconvolta. Non riusciva a smettere di pensare che il responsabile di quella morte potesse essere Cesare ed il cuore le sanguinava per la tristezza e l’angoscia.
Sancha in quei giorni rimase vicina al marito e parve dimenticarsi totalmente di Cesare. Forse, anche lei aveva intuito che non fosse del tutto estraneo a quell’omicidio.
Ciò nonostante fu istituita un’inchiesta, condotta dai più illustri cardinali di Alessandro VI, incluso Cesare, per scovare il colpevole. Evidentemente Rodrigo non voleva accettare nemmeno l’idea che potesse essere stato il suo stesso figlio, carne della sua carne, a procurargli quell’immenso dolore.
In cima alla rosa dei sospettati vi era Ascanio Sforza ma, sebbene Cesare avesse cercato in tutti i modi di far ricadere la colpa su di lui, il cardinale non tradì il minimo coinvolgimento nell’assassinio del primogenito del papa e, anzi, collaborò ampiamente nelle indagini.
Alla fine, a malincuore, Cesare fu costretto a scusarsi con lui e, poiché Giovanni di nemici ne aveva parecchi, non si venne a capo di quel mistero e Rodrigo fu costretto a rassegnarsi al fatto che nessun colpevole sarebbe stato punito per quell’assassinio.
Nel frattempo Lucrezia si era presentata davanti al concistoro dove, senza la minima esitazione, le levatrici annunciarono di averla trovata virgo intacta. Pertanto, aveva fatto ritorno al palazzo di Santa Maria, dove tuttavia viveva come una reclusa, a causa della sua gravidanza ormai sempre più evidente.
Dal loro ultimo colloquio, Elisa non aveva più avuto modo di parlare con Cesare e, stranamente, lui non aveva insistito ulteriormente, riguardo all’idea assurda di un matrimonio fra loro.
Per qualche tempo, si era allontanato da Roma per alcuni incarichi ufficiali come cardinale. Si diceva che avesse partecipato all’incoronazione del nuovo re di Napoli, zio di Sancha, e che fosse stato invitato a soggiornare in quella città dallo stesso Federico.
Fu dopo il suo ritorno che, una limpida sera di luna piena, mentre Elisa cenava con altri membri della servitù fra cui un certo Perotto, messaggero di papa Alessandro, Cesare irruppe nelle cucine con un’espressione truce che non prometteva nulla di buono.
In un primo momento, la ragazza pensò che fosse in collera con lei per essergli stata alla larga per un tempo irragionevolmente lungo, ma poi s’avvide che era il povero Perotto ad aver suscitato le sue ire. Le motivazioni erano a tutti loro sconosciute.
“Alzati, figlio di puttana!” Gli intimò Cesare, brandendo la spada. Il giovane obbedì, sollevando le braccia in segno di resa. Sembrava anch’egli alquanto stupito della collera di Cesare nei suoi confronti. “Se vi ho offeso in qualche modo chiedo perdono.” Mormorò smarrito.
Elisa osservò la scena con un profondo turbamento. Non conosceva bene Perotto, di lui sapeva solo che era la persona che aveva mantenuto i contatti fra Lucrezia e la sua famiglia, durante la sua segregazione nel convento di San Sisto, ma non aveva idea di cosa potesse aver fatto di così grave. Non aveva mai visto Cesare così infuriato, prima d’ora. Stupita, si scambiò uno sguardo fugace prima con Cristiano, a cui era andato di traverso un boccone, e poi con Betta che si era bruscamente ammutolita.
Poi, finalmente, Cesare parlò di nuovo: “Mia sorella ha confessato la tua colpa, bastardo!”
“Colpa? Quale colpa, messer Cesare? Non ho fatto nulla, lo giuro.”
Ad Elisa parve sincero mentre fissava Cesare con gli occhi sbarrati e pieni di terrore, ma egli non ebbe pietà di lui. Gli si scagliò addosso con ferocia e gli tagliò la gola davanti a tutti.
Perotto emise un gorgoglio e si accasciò a terra in un mare di sangue.
Elisa, che non aveva mai assistito a un omicidio prima d’ora, fu colta da un violento conato di nausea e Cristiano dovette sorreggerla.
Infine, Cesare rivolse a lei uno sguardo truce, spiegando: “Lucrezia. E’ lui in verità il padre di suo figlio. In qualità di fratello non potevo permettergli di restare impunito.”
Elisa a quella spiegazione tentennò. Continuava ad avere davanti agli occhi la visione di quel giovane sgozzato e del sangue che schizzava dappertutto. Chiuse gli occhi inorridita.
Poi Cesare aggiunse, prima di voltarsi e andarsene: “Pulite questo schifo!”
Continua...
Non erano trascorsi molti giorni, da quando Giovanni aveva minacciato Elisa, che il duca di Gandia fu ritrovato a galleggiare nelle acque del Tevere. Era stato selvaggiamente ucciso la notte del 14 giugno 1497, in un vicolo buio, in prossimità del fiume. Girò la voce che a ucciderlo fosse stato un uomo su un cavallo bianco che era stato visto, aiutato da due domestici, gettare il cadavere nelle acque del Tevere. Nessuno aveva riconosciuto il suo viso, essendo parzialmente nascosto da una maschera nera, ma a quella notizia Elisa si raggelò. Ricordava perfettamente che il cavallo di Cesare era bianco.
“Sei stato tu?” gli chiese a bruciapelo, non appena ebbe modo di incontrarlo da sola.
“Di che parli?” Cesare le rivolse un’occhiata inespressiva.
“Di tuo fratello. L’hai ucciso tu?”
“E’ stata una disgrazia, Elisa.” Fece simulando un’aria contrita. “Giovanni era solito frequentare ambienti malfamati. Quella sera era andato in cerca di qualche prostituta, con cui divertirsi. Qualcuno lo avrà ucciso per derubarlo. Roma non è affatto sicura di questi tempi.”
Oh, non solo di questi tempi, si ritrovò a pensare Elisa, rammentando tutte le volte che al telegiornale aveva sentito parlare di stupri ed atti di violenza, nella sua città.
Ma di solito era di sconosciuti che sentiva parlare. Adesso invece era morto qualcuno di sua conoscenza e, forse, il responsabile era l’uomo che amava. Tutto ciò le parve assurdo.
Poi, lo sguardo di Cesare si fece più sollevato. “Adesso mio padre non potrà rifiutarsi di liberarmi dal fardello della vita ecclesiastica.”
Elisa sussultò. “Non puoi essere contento della morte di tuo fratello solo per questo!”
“La vita va avanti, mia cara Elisa.” Disse lui, incurante della sua reazione sconvolta.
“E se fosse Goffredo a prendere il posto di Giovanni? A questo non hai pensato?”
Cesare si lasciò andare a una risatina sommessa. “Goffredo? Lui non è neanche figlio di mio padre, pensi che lo metterebbe a capo del suo esercito?”
“Come non è figlio di tuo padre?” A Elisa la notizia giungeva nuova. “Non è tuo fratello?”
“Lo è da parte di madre.” Sottolineò Cesare. “Ma lo ha concepito col suo legittimo sposo e non con mio padre. Lui l’ha riconosciuto solo per lealtà nei suoi confronti.”
“Ma guarda te! E’ la prima volta che mi capita di sentire che un figlio nato all’interno di un regolare matrimonio venga spacciato come illegittimo, quasi questo potesse essere un vanto!”
Cesare sorrise alla sua esclamazione stupita. “Mio padre era un cardinale, non dimenticarlo. Il marito di mia madre non poteva di certo vantare una simile posizione di potere.” Poi, lui la prese fra le braccia e aggiunse: “Ma non sei felice? Potremo sposarci molto presto!”
Elisa tuttavia si sciolse dall’abbraccio. Provava i brividi al pensiero che Cesare potesse essere un assassino. “Non riesco a dimenticare il fatto che presto avrai un figlio da tua sorella.” Mentì, pensando che fosse una scusa plausibile alla sua reazione istintiva.
Cesare la fissò irritato. “Ancora con questa storia?” Ma Elisa non lo ascoltava più. Si allontanò frettolosamente con le lacrime agli occhi.
Chiunque sia interessato a partecipare è il benvenuto!
Al suo ritorno Elisa non poté evitare le domande incuriosite di Betta.
“Che voleva da te Messer Cesare?”
Lei minimizzò: “Oh, nulla. Rimproverarmi perché domenica non sono andata alla santa messa. Ma gli ho promesso che andrò a confessarmi ed espierò il mio peccato.”
“Spiritosa!” Replicò la sua amica, per nulla divertita dal suo bieco umorismo. Quella ragazza le pareva sempre più strana e sospetta. In poco tempo aveva conquistato suo fratello e, a quanto pareva, nemmeno Cesare Borgia era immune al suo fascino. Parlava in modo strano e si mormorava che sapesse leggere e scrivere, cosa piuttosto insolita per una serva. Eppure non doveva neanche appartenere a una nobile famiglia perché si era accorta che non conosceva quasi per niente il latino. Chi era in realtà? Si domandò curiosa. Ed aveva qualcosa a che vedere col cambiamento del cardinale Borgia?
Intanto Elisa era corsa all’interno del palazzo di Santa Maria e, con sua enorme sorpresa, vi aveva trovato Giovanni ad aspettarla.
“Ecco qui la nostra servetta.” Le disse acido. “Ieri notte ti ho vista uscire dalle stanze di mio fratello Cesare. Che c’eri andata a fare?”
Elisa si guardò intorno per trovare una via di fuga, ma poi pensò che in pieno giorno era difficile che le facesse del male e si affrettò a rispondere: “Non credo che possa essere di grande interesse per voi.”
“Non essere insolente, ragazza!” Giovanni la scrutò con rabbia. Non era un uomo paziente, intuì Elisa, e forse lei stava giocando col fuoco.
“Che ci crediate o no non è accaduto proprio niente fra me e messer Cesare ieri notte. Abbiamo parlato.”
“Parlato?” Lo sguardo beffardo di lui le fece capire che non le credeva affatto. “Da quando, il mio fratellino perde tempo a chiacchierare con una serva?”
Elisa si morse un labbro, ma si sforzò di non reagire alla provocazione. Non le piaceva quando la umiliavano per il lavoro che svolgeva presso madonna Sancha. Nonostante fosse trascorso più di un anno dal suo viaggio nel tempo, si sentiva ancora una studentessa, appartenente a una famiglia del ceto medio romano del ventunesimo secolo. Non era riuscita ad abituarsi al disprezzo che i nobili le tributavano in quell’epoca. In realtà, solo Cesare la trattava come una sua pari e, per la prima volta, si chiese cosa avrebbe pensato la sua famiglia se fosse venuta al corrente della sua intenzione di sposarla. Sapeva che i Borgia non ci andavano cauti coi veleni. In particolare aveva sentito dire che Lucrezia era piuttosto abile a ricavare una polvere letale da un’erba: la canterella. Ne bastava un pizzico per annientare mortalmente un uomo.
Elisa deglutì terrorizzata. La sua necessità di intrufolarsi nel varco temporale cresceva di giorno in giorno. Poi Giovanni mormorò, prima di allontanarsi: “Fai attenzione, ragazza. Può essere pericoloso intrufolarsi nel letto di un cardinale. E’ un peccato molto grave.”
Lei lo seguì con lo sguardo, tremante. Doveva a tutti i costi trovare quella chiave e farlo in fretta!
Alcuni giorni più tardi, Elisa si recò al mercato insieme a Betta. Spettegolarono tutto il tempo sulle ultime vicende alla corte dei Borgia e la sorella di Cristiano le confidò di trovare strano il comportamento di messer Cesare.
“Strano in che senso?” si incuriosì Elisa.
“Non so. Sembra insofferente. Come se fosse vittima di un sortilegio.”
“Un sortilegio?”
“Sì, un sortilegio d’amore. Sembra innamorato e non è da lui.”
Elisa nascose un sorriso. Allora era vero che provava qualcosa per lei, si disse.
“E cosa c’è di tanto assurdo? L’amore non guarda in faccia nessuno. Persino Cesare Borgia può venire colpito dai dardi di cupido!”
“Sarà, ma a me quell’uomo mette paura.” Betta parlava sottovoce, quasi temesse di essere spiata. Elisa ricordò che Cristiano, una volta, le aveva detto che le spie dei Borgia erano dappertutto e non ci si poteva fidare di nessuno, lì a Roma. Rabbrividì. Chissà se qualcuno era a conoscenza dei sentimenti che Cesare provava per lei.
“Per caso sai di chi si sia innamorato?” Chiese con finta disinvoltura. Betta le rivolse uno sguardo timoroso. “Nessuno lo sa.” Sussurrò. “Ma si dice che la sua rivalità col fratello si sia acuita. Tutti pensano che presto succederà qualcosa.”
“Qualcosa, cosa?”
Betta stava per risponderle, proprio quando Cesare giunse in sella a uno stallone bianco, il suo preferito. Evidentemente le aveva seguite, pensò la ragazza del futuro, mentre lui lanciava un’occhiataccia alla sorella di Cristiano, ordinando: “Lasciaci soli.”
Poi afferrò Elisa e la trascinò in groppa al suo cavallo per partire subito dopo al galoppo. Lei che non era mai salita su un cavallo, all’inizio fu colta da un timore improvviso. In seguito, però, si aggrappò a Cesare e lasciò che il vento le scompigliasse i capelli, mentre si allontanavano velocemente dalla città. Cesare era un abile cavallerizzo, constatò e finì per tranquillizzarsi.
Solo quando furono in un punto isolato, egli fermò il proprio destriero e la fece scendere.
“Cos’è un rapimento?” sorrise lei.
Cesare le rivolse uno sguardo radioso e rispose: “Non ho bisogno di rapirti. Tra non molto sarai la mia sposa.” Sembrava convinto di quello che diceva ed Elisa si sentì un po’ a disagio. In realtà lei non aveva assolutamente intenzione di convolare a nozze con lui. Cesare l’affascinava e non poteva negare di essersene innamorata, ma si considerava ancora troppo giovane per pensare a metter su famiglia e di certo non voleva passare tutta la vita alla corte dei Borgia.
Anche se per lei sarebbe stato doloroso, sapeva che prima o poi avrebbe dovuto dirgli addio, ma si guardò bene dal dirglielo. Invece pose la domanda che più le stava a cuore da tanto tempo: “Dicono che ci sia un passaggio segreto a Castel Sant’Angelo. Io stessa, curiosando da quelle parti, ho scoperto una botola, ma era chiusa a chiave. Tu ne sai qualcosa?”
“Perché dovrei?” Cesare si mise sulla difensiva. Evidentemente ancora non si era conquistata totalmente la sua fiducia.
“Perché si dice che quel passaggio segreto l’abbia fatto costruire tu per spiare i tuoi nemici, imprigionati nella fortezza.”
Cesare sembrò innervosirsi. “E cosa ha a che fare con te quel passaggio, di grazia?”
“Nulla.” Si affrettò a specificare Elisa che vedeva scivolare via l’unica occasione che aveva di tornare a casa. “Mi sembra di averti detto che sono affascinata da queste cose. Pensavo che potresti mostrarmelo un giorno di questi. Dopotutto siamo quasi fidanzati.”
Lui parve riflettere per un lungo istante. “Al momento non c’è nessun prigioniero nella fortezza.” Precisò, studiando la sua reazione. Elisa scrollò le spalle. “Non importa. A me interessa solo il passaggio segreto. Sai, mi vergogno un po’ a dirlo, ma a me piace scrivere racconti. Ne volevo ambientare uno a Castel Sant’Angelo in cui si parla proprio di un passaggio di quel tipo. Ma, per descriverlo, volevo avere un’idea di come potesse essere.”
Si augurò che lui credesse a tutte le balle che gli stava raccontando. Infine, Cesare replicò: “Vuoi raccontare un’altra storia come quella del prete ambizioso che seduce una fanciulla e poi l’abbandona?”
Elisa si illuminò. “Ah, te lo ricordi? Sì, pressappoco una storia come quella.”
Cesare tuttavia non sembrava molto convinto. “E’ la prima volta in vita mia che sento di una donna che scrive novelle. E’ alquanto bizzarro.”
“Ma mi porterai a vedere quel passaggio segreto?”
“Vedremo.”
“Come vedremo?” Elisa stava cominciando a spazientirsi. Quell’uomo era estremamente sospettoso.
“Prima ho in mente cose più importanti, come il nostro matrimonio, per esempio.”
A quel punto Elisa sospirò delusa. Se per poter accedere al varco nel tempo doveva sposare Cesare Borgia le cose si facevano assai più complicate.
“Vieni, ti riporto a casa.” Le disse infine Cesare montando in sella. Elisa lo guardò tristemente. Era quello che voleva tornare a casa, ma dubitava che lui potesse portarcela con quel cavallo bianco.
Il glorioso duca di Gandia, illustre capitano della Chiesa, tornò a Roma, accolto dal suono delle fanfare, come se al posto di uno sconfitto ci fosse stato un eroe.
Alessandro VI aveva già dimenticato la rabbia ingurgitata durante la sua campagna punitiva ed accolse il figlio prediletto a braccia aperte, mentre Cesare ingoiava la sua bile.
Elisa intanto meditava sul da farsi. Se voleva far ritorno al suo tempo, avrebbe dovuto darsi da fare e rientrare nelle grazie di Cesare.
Pertanto, la sera dei festeggiamenti in onore di Giovanni, lo raggiunse nei suoi appartamenti.
Lui l’accolse con uno sguardo sorpreso, ma fu molto felice di farla entrare.
“Vuoi del vino?” Le chiese con l’agitazione di un ragazzino alla prima cotta. Questo fatto la fece sorridere. “No. Voglio te.” Rispose in un sussurrò mentre gli gettava le braccia al collo per baciarlo.
“Mi hai perdonato?” Cesare pareva incerto.
“Ci sto provando.” Fu sincera lei.
Poi sedettero sul grande letto a baldacchino e ripresero a baciarsi. Cesare sapeva di averle promesso di riuscire a controllarsi fino a quando non avrebbe potuto sposarla e fu alquanto difficile per lui mantenere la promessa. Tuttavia lo fece. Si staccò da lei gentilmente, ma in modo risoluto. “Anche se non è facile, non ti avrò stanotte. Né in quelle successive. L’ho promesso.”
Lei lo fissò con aria sbarazzina. “E allora che facciamo? Una partita a carte?”
“Posso illustrarti quali sono i miei piani per il futuro.”
“Li so già. Me l’hai ripetuto un’infinità di volte: vuoi sposarmi e prendere il posto di tuo fratello e…” Cesare le tappò la bocca con un bacio e, staccandosi, continuò: “Molto più di questo. Io voglio conquistare l’Italia. Se fossi stato al posto di Giovanni avrei saputo come sconfiggere Bartolomea. I territori degli stati pontifici possono essere ampliati. Se solo avessimo a disposizione un esercito più forte, potremmo conquistare la Romagna.”
Elisa lo ascoltava attenta. Non sapeva se mettersi a ridere o prenderlo sul serio. Intanto lui le stava spiegando, disegnando un’ipotetica cartina sul lenzuolo di lino, quali territori avrebbe potuto annettere allo Stato della Chiesa, se solo ne avesse avuto la possibilità.
“Vedi? Qui c’è il confine con la Francia. Sulla destra invece si trova Milano e un po’ più in là, verso est, Venezia.”
“Cos’è una lezione di geografia?” Fece lei incredula. Cesare non l’ascoltava nemmeno, preso com’era dai suoi sogni di gloria. “Qui invece c’è Firenze”, continuò spostando il dito sul lenzuolo, “E più a nord, precisamente a nord-est di Roma, c’è la regione chiamata Romagna. Se riuscissimo a costringere alla lealtà i baroni dello Stato Pontificio, cosa che Giovanni non ha la capacità di fare ma io sì, e se potessimo contare sull’alleanza con la Spagna e con Napoli…”
“Ecco, adesso siamo passati a storia.” Sussurrò fra sé Elisa.
“Allora potremmo conquistare l’intera Romagna: Imola, Faenza, Forlì, Cesena… una roccaforte dopo l’altra cadrebbe nelle nostre mani!”
La ragazza del futuro continuava a fissarlo allibita, incerta se fermarlo o fingersi interessata. Alla fine optò per la seconda chance e si sorbì tutto un discorso su come egli intendesse allearsi con l’esercito degli Este che possedevano un ducato, per l’appunto, in Romagna.
“Poi potremmo conquistare Firenze”, proseguì Cesare sempre più coinvolto, “Dalla morte di Lorenzo de’ Medici la città è nel caos più totale. Se siamo abbastanza forti da sconfiggere i francesi…”
A quel punto Elisa gli fece un applauso ed esclamò divertita: “Forse, più che a carte, avresti preferito giocare a Risiko, eh?”
Lui aggrottò la fronte interdetto. “Come? Che hai detto?”
“A Ce’. Ci vediamo domani.” Elisa scese dal letto con un salto e gli fece ciao con la mano. “Ti vedo abbastanza preso dalle strategie militari e non voglio distoglierti. E’ stato un piacere.”
Uscì di corsa, soffocando una risatina e si immerse nella notte romana. Cesare era perplesso. Aveva fatto di tutto per cercare di rispettarla, ma lei lo aveva piantato in asso ancora una volta. Si chiese dove avesse sbagliato.
Continua...
Alla fine, la giustizia divina colpì anche il fratello maggiore, Giovanni, che fu vinto da una donna forte e impavida: Bartolomea Orsini. L’esercito pontificio aveva un particolare interesse a sconfiggere gli Orsini, per la loro sleale alleanza con la Francia. La punizione che Giovanni intendeva infliggere a Bartolomea, doveva essere esemplare, in modo che anche le altre famiglie ribelli capissero quale sorte sarebbe capitata loro se avessero tradito il papa.
Forte dei precedenti successi e pieno di boria e arroganza, Giovanni Borgia aveva inviato alla nobildonna una lettera minacciosa, ma ella, per nulla intimorita, vi aveva sputato sopra.
Allora, Giovanni provò a minacciare i capitani del suo esercito, promettendo loro la salvezza se si fossero arresi. Ma gli uomini di Bartolomea le restarono fedeli e, intuendo che contro un così potente esercito non avrebbe potuto farcela, Giovanni si allontanò dal castello di Bracciano -appartenente alla famiglia Orsini - e si diresse invece verso Trevignano, dove ingaggiò una feroce battaglia che lui, tuttavia, combatté dalle retrovie.
Pur essendo riuscito a sconfiggere quel castello e a saccheggiare la città, non ebbe modo di adagiarsi sugli allori in quanto gli Orsini, guidati dal loro patriarca Carlo, ottennero del denaro dai francesi e riuscirono a reclutare un esercito formato da toscani e umbri.
Gli Orsini erano abili strateghi, per cui riuscirono a cogliere di sorpresa Giovanni e, stavolta, egli si ritrovò in mezzo al combattimento, senza potersi nascondere nelle più sicure retrovie. Fu leggermente ferito a una spalla e perse cinquecento uomini. Inutile dire che dovette arrendersi.
La notizia della sua sconfitta fu accolta con profondo rammarico dal padre, ma Cesare gongolò come non mai. Era sempre più sicuro che sarebbe riuscito a convincere Rodrigo a revocare la sua carica ecclesiastica e a metterlo a capo del suo esercito, al posto di quell’inetto del fratello.
Quella sera raggiunse Elisa con uno sguardo trionfante e le disse: “Mio fratello ha i giorni contati. Riuscirò a prendere il suo posto e vendicherò anche il male che ti ha fatto.”
“Lui non mi ha fatto alcun male”, replicò lei acida, “Tu sei sicuro di poter dire lo stesso?”
A quel punto Cesare l’aveva guardata dritta negli occhi e con voce roca aveva aggiunto: “So di averti ferita. Sono stato l’uomo più stupido del mondo, ma purtroppo non posso tornare indietro, lo capisci? Lo farei se mi fosse possibile. Cercherei di essere un uomo migliore per meritarmi il tuo amore. Ti prego, abbi compassione di me!”
Elisa tentennò. Quelle parole l’avevano commossa, toccando una corda nel profondo della sua anima. Poi Cesare la prese fra le braccia e la baciò. Nonostante la parte più razionale di lei le suggerisse di non abbandonarsi a lui, quella del cuore esultò. Dischiuse le labbra accogliendo quel bacio e Cesare si convinse che, prima o poi, l’avrebbe perdonato.
“Ti desidero da impazzire.” Le sussurrò all’orecchio, prima di mordicchiarle il lobo in maniera eccitante. “Ma per dimostrarti che sono un uomo diverso terrò a freno il mio desiderio. Tornerò da te quando potrò offrirti la vita che ti ho promesso. Farò in modo che mio padre non possa rifiutare la mia richiesta di tornare allo stato laico e quando accadrà farò di te la mia sposa.”
Le diede un ultimo fugace bacio, dopo di che si allontanò.
Elisa rimase come tramortita. Lei moglie di Cesare Borgia? Dentro di sé sapeva che non era possibile. Se avesse accettato la sua proposta avrebbe potuto cambiare il corso della storia. Non erano così che dovevano andare le cose e lei doveva far ritorno alla sua epoca.
Però le piaceva assaporare l’idea ancora un po’ e sognare di trovarsi fra le braccia di Cesare ancora una volta.
Intanto, Lucrezia se ne stava chiusa in una cella del convento, pallida in volto, come se per lei fosse stata emessa una sentenza di morte. La notizia riguardante il suo prossimo divorzio aveva scatenato un sacco di maldicenze nei suoi confronti e Giovanni stesso aveva dichiarato pubblicamente che ella era stata una moglie immodesta, riferendosi con quella parola ad accuse talmente ignominiose che nessun marito avrebbe mai potuto tollerare. Era evidente che la mancanza di modestia a cui alludeva era il rapporto incestuoso che ella aveva consumato col padre e tale accusa era stata accolta con sdegno dal popolo romano e, a Firenze, aveva suscitato nuove arringhe da parte del Savonarola che si infervorò contro il papa e la sua Chiesa, al punto da incitare i sovrani di tutte le nazioni a ribellarsi contro di lui, facendo appello in particolare al re di Francia, Carlo, che invitò a raggiungere l’Italia per liberarla dall’egemonia papale.
Alessandro VI aveva reagito a tutto ciò, affrettando le procedure per il divorzio e, nel mese di maggio, aveva scomunicato Savonarola. Questo, tuttavia, non era bastato a frenare le malelingue che definivano Lucrezia puttana e ancora moglie e figlia del papa.
Pertanto, Cesare trovò la sorella in condizioni pietose, quando giunse a San Sisto. Gli fu riferito che non voleva mangiare e trascorreva tutto il suo tempo a piangere, ma egli non sapeva cosa fare per aiutarla, se non cercare di consolarla come meglio poteva.
“Ti prometto che farò in modo che tu abbia un buon marito, una volta annullato il tuo matrimonio con Giovanni. Qualcuno di rango più elevato degli Sforza. Un ragazzo più giovane e affascinante, vedrai.”
Lei sorrise debolmente. “Giovanni non mi concederà mai il divorzio.”
“Non potrà negarlo!” Si infervorò allora il fratello. “Nostro padre mi manda qui per farti firmare un documento in cui dichiari che il vostro matrimonio non è mai stato consumato, durante questi tre anni, e pertanto è nullo.”
“Ma non è vero!” Lucrezia lo fissò inorridita. Era stanca di tutte quelle menzogne. Avrebbe voluto vivere un’ esistenza normale e non essere sempre al centro di intrighi e mossa come una pedina dal proprio padre e fratello. “Nostro padre in persona ha assistito alla mia prima notte di nozze con Giovanni. Lui sa bene che il matrimonio è stato consumato.”
Cesare sospirò spazientito. L’ingenuità di sua sorella era disarmante, a volte. “Non crederai che oserà dichiarare una cosa del genere, ti pare? Lui è dalla nostra parte e continuerà ad affermare che fra voi quella notte non è accaduto nulla e che Giovanni Sforza è in realtà impotente.”
“Impotente?” Lucrezia sgranò i suoi grandi occhi ricolmi di lacrime. “Ma Giovanni non lascerà di certo che lo infamiate in questo modo!”
“Tu firma il documento. Al resto penseremo noi.”
Le porse una pergamena scritta in latino che ella lesse avidamente.
Triennium et ultra translata absque alia exus permixtione steterat nulla nuptiali commixtione, nullave copula carnali conjuxione subsecuta, et quod erat parata jurara et indicio ostetricum se subiicere.
A quel punto Lucrezia si fece ancora più pallida in volto, se quello era possibile.
“Qui c’è scritto che acconsento di sottopormi a un esame fisico per attestare la mia verginità.”
“Esattamente.” Cesare la studiava con sguardo severo ed ella si lasciò andare a un’amara risata.
“Mi spieghi come faccio a risultare vergine se addirittura sono in attesa di un figlio? Voi siete completamente pazzi!”
Lui scrollò le spalle, incurante delle obiezioni della sorella. “Nostro padre è il papa, Lucrezia. Sovrano indiscusso della Santa Chiesa di Roma. Credi che questo piccolo particolare possa essere a lui di impedimento? Suvvia, firma e facciamola finita.”
Con mani tremanti Lucrezia appose la sua firma, poi distolse lo sguardo e si chiuse in un ostinato silenzio.
Continua...
I giorni che seguirono furono per Elisa i più difficili della sua vita. Non riusciva a darsi pace per essersi innamorata di un uomo senza scrupoli come Cesare Borgia e sentiva terribilmente la mancanza della sua famiglia e degli amici che aveva lasciato nel 2009.
A quel punto, però, recuperare la chiave della botola si era fatto più difficile, se non impossibile.
Doveva rassegnarsi a vivere per sempre in quell’epoca oscura che non le apparteneva? Oppure doveva mettere da parte il proprio orgoglio e riappacificarsi con Cesare, almeno per potergli portare via quella dannata chiave? Ma, dentro di sé, sapeva perfettamente che quella della chiave era solo una scusa. Lei lo desiderava ancora. Voleva sentire i suoi baci sulla pelle e perdersi fra le sue braccia. Si diede della sciocca mille volte, eppure non riuscì a placare l’intensità dei propri sentimenti per lui.
Lei non poteva saperlo, ma anche Cesare stava vivendo un momento di confusione simile al suo. Aveva deciso di lasciare Sancha per dimostrare a Elisa che era cambiato, ma aveva ottenuto soltanto lo sdegno da parte della cognata che non smetteva un attimo di supplicarlo a tornare con lei e gli faceva mille domande sul perché della sua improvvisa decisione.
Elisa, invece, non aveva avuto alcuna reazione alla notizia. Sembrava non volersi decidere a perdonarlo e questo lo gettava nel più totale sconforto.
Come se non bastasse c’era il problema di Lucrezia che fu segregata nel convento di San Sisto, per tenere nascosta agli occhi della gente la sua gravidanza. Si era cercata una riconciliazione fra lei ed il marito, per attribuire a lui la paternità, ma le cose si erano complicate ed egli si era rifiutato di stare al loro gioco. Pertanto, era stata avviata una causa di divorzio da Giovanni Sforza che ormai era divenuto un marito scomodo. Alessandro VI serbava altre mire per la figlia Lucrezia, quindi, aveva cercato di convincere lo zio del genero, il cardinale Ascanio Sforza, a parlare col giovane affinché si decidesse a concedere l’annullamento.
I progetti del papa, tuttavia, non andarono a buon fine, in quanto Giovanni non ne voleva sapere. Un divorzio era un’onta insopportabile per lui e si rifiutava pertanto di concederlo.
Infine, a infastidire mortalmente Cesare, c’erano le vittorie riportate in battaglia dal suo fratello maggiore. In rapida successione, l’esercito papale guidato da Giovanni, aveva conquistato dieci castelli ribelli che erano passati sotto la bandiera dei francesi e la notizia, mentre aveva riempito Alessandro VI di orgoglio per il proprio primogenito, aveva contribuito a inasprire i sentimenti di Cesare, il cui viso si era fatto livido e tirato.
“Dio si prende gioco di me.” Mormorò seccato non appena si ritrovò solo con la propria rabbia. “Lascia vincere mio fratello solo per caso, non certo per la sua abilità. Io, al suo posto, saprei fare di meglio e invece mi ritrovo qui, imprigionato in questa tonaca da prete!”
Avrebbe voluto confidare i suoi crucci a Elisa, l’unica persona davanti a cui avrebbe messo a nudo la sua anima e l’unica che, per un’inspiegabile ironia della sorte, lo scacciava da sé come se fosse stato un diavolo.
Imprecando, contro la sorte che mai gli era sembrata più avversa, si fece sellare il cavallo e si diresse verso San Sisto. Doveva vedere sua sorella per sistemare una volta per tutte la questione del divorzio.
Continua...
Si addormentò nella stanza di Cristiano e solo alle prime luci dell’alba lui si decise a svegliarla. Aveva dormito fra le sue braccia ed egli si sentiva gli arti intorpiditi, ma non era mai stato più felice, sebbene la sua fosse una felicità illusoria. Lei amava Cesare. Non avrebbe mai potuto occupare un posto nel suo cuore. Tuttavia, gli bastava averla potuta stringere così per tutta la notte. “Sarà meglio che tu torni da Sancha. Tra poco si sveglierà ed avrà bisogno del tuo aiuto.” Le sussurrò a malincuore.
Elisa annuì e si sistemò meglio la veste sgualcita. Aveva i capelli sciolti e si era dimenticata i nastri per legarli nella stanza di Cesare. Ma, tanto, non avrebbe avuto il tempo di acconciarseli, quindi li lasciò così.
Non appena fu fuori dagli alloggi della servitù dei Borgia, si diresse a passo spedito verso il palazzo di Santa Maria e, con sua enorme sorpresa, proprio davanti all’ingresso, trovò Cesare ad aspettarla. Solo che lui immaginava che lei arrivasse in direzione contraria e rimase alquanto interdetto constantando che non aveva trascorso la notte in camera sua.
“Dove sei stata?” L’aggredì quasi con rabbia.
Lei sfidò il suo sguardo senza paura. “Sono fatti miei.” Ma Cesare l’afferrò per un braccio con una tale forza da strapparle un gemito di dolore. “Per quale motivo te ne sei andata ieri notte? O anche questi non sono affari miei?”
Elisa cercò, inutilmente, di liberarsi dalla morsa, ma alla fine cedette e rispose: “Si era fatto tardi ed io la mattina mi alzo presto. Non mi andava più.”
“Stai mentendo.”
“Cosa te lo fa credere?” Elisa avrebbe voluto gridargli tutto il suo odio, ma non ne ebbe la forza. Quell’uomo esercitava ancora una forte influenza su di lei.
“Guardami negli occhi e dimmi perché sei fuggita via.”
Non appena incontrò il suo sguardo truce, il cuore di Elisa perse un battito. Era bellissimo anche così infuriato. Se lo sarebbe mangiato di baci, ma non poteva.
Alla fine rispose lui per lei. Sembrava che avesse letto la verità nei suoi occhi.
“Hai ascoltato la mia conversazione con Lucrezia, vero?”
Elisa strattonò il braccio per cercare di liberarsi. Non voleva rimanere con lui un momento di più. Non voleva ascoltarlo. Invece fu obbligata a farlo.
“Lascia che ti spieghi.” Disse Cesare, contrito. Pareva che la rabbia fosse scivolata via, lasciando il posto a un profondo rammarico. “Tra me e Lucrezia non c’è nulla. E’ successo solo una volta e io ero ubriaco.” Sapeva di mentire, ma non gli importava. Avrebbe fatto qualsiasi cosa per convincerla ad ascoltarlo e a perdonarlo.
“Questa non è una giustificazione.”
“E’ stata Lucrezia a infilarsi nel mio letto, te lo giuro. Cerca di capirla. Mio padre l’ha data in sposa a Giovanni Sforza che aveva solo tredici anni e il rapporto con suo marito non è mai stato idilliaco, al punto che hanno finito per condurre vite separate. Lucrezia si sente sola, disperatamente sola, e quindi cerca l’affetto nelle persone a lei più vicine.”
Elisa era sempre più irritata. Non le piaceva essere presa per stupida.
“Ma che bella storiellina”, sibilò, “Sei proprio sfortunato, eh Cesare? Ti si infilano tutte nel letto: tua sorella, tua cognata… mi fai quasi pena!” Gli gridò la sua rabbia con gli occhi pieni di lacrime e cercò per l’ennesima volta di liberarsi dalla sua presa.
Ad un certo punto lui la lasciò andare e si inginocchiò ai suoi piedi. Non si sarebbe mai azzardato a umiliarsi in quel modo di fronte a nessuno. Era la prova che lei lo aveva stregato e teneva il suo cuore nelle proprie mani.
“Ti supplico di perdonarmi, Elisa.” Disse prostrato. “Non accadrà mai più una cosa del genere. Ti sarò fedele per la vita, te lo giuro!”
“E con Lucrezia che hai intenzione di fare? Lei aspetta un figlio. Non puoi ignorarlo!”
“Troverò una soluzione a questo.”
Elisa stentava a credere alle sue parole. Una parte di lei voleva fidarsi, ma l’altra parte le gridava nella testa di non dargli retta e di fuggire via da lui, il più lontano possibile.
“La fai facile, tu.”
“Non ho detto che è facile. Ma farei di tutto per trattenerti al mio fianco, Elisa. Chiederò a mio padre di concedermi lo stato laico. Voglio sposarti e avere dei figli da te.”
Elisa lo fissò inorridita. “Tu stai già per avere un figlio!” E incapace di ascoltare ancora le sue parole, fuggì via. Sentiva una morsa di dolore nel petto che non la lasciava respirare, ma non poteva credere alle sue parole. Non doveva.
Continua...
Quando Cesare, dopo aver salutato la sorella, se ne tornò nella sua camera e non vide Elisa, si infuriò, come raramente gli era capitato nella vita.
Afferrò la bottiglia di vino, posata sul tavolino da notte, e la scagliò contro una parete, senza curarsi del liquido scuro che schizzò per tutta la stanza.
“Maledizione!” Imprecò sottovoce. Non era abituato ad essere rifiutato da una donna, eppure quella ragazza continuava a sfuggirgli. Si chiese a che gioco stesse giocando e per quale motivo si divertisse a stuzzicarlo per poi scappare via sul più bello. Possibile che non si rendesse conto che stava giocando col fuoco? La sua pazienza stava arrivando al limite.
Eppure lui era pazzo di lei. Le avrebbe concesso qualsiasi cosa pur di poterla avere e non si era mai sentito così. Era forse quello l’amore di cui parlavano i poeti? Quella forza irrazionale in grado di condurre fino alla follia?
Poi, ripensò a Lucrezia e alla notizia che gli aveva appena dato. Un figlio, non era nei suoi progetti, ora. Tanto più che quel figlio l’aveva concepito con sua sorella.
Doveva a tutti i costi trovare una soluzione e farlo velocemente.
Ma prima doveva parlare con Elisa. Proprio non riusciva a scacciare il pensiero di lei. Le sue labbra morbide e i suoi seni rosei gli apparivano come visioni celestiali, non appena chiudeva gli occhi.
“Perché diamine sei apparsa nella mia vita, strega!” Ruggì, lasciandosi cadere sul letto stremato. Quello stesso letto che, fino a pochi attimi prima, li aveva visti nudi e frementi mentre si scambiavano le promesse di una notte d’amore. “In qualche modo sarai mia, Elisa.” Promise, infine, a se stesso. “Dovessi attraversare l’inferno per venirti a prendere, ti giuro che ti avrò!”
In quello stesso momento, l’oggetto dei suoi desideri era in lacrime, ferma davanti alla stanza del suo amico Cristiano, incerta se bussare oppure no. Non aveva altri confidenti, a parte lui, in quell’epoca remota, ed aveva un infinito bisogno di parlare con qualcuno, di sfogare tutta la sua rabbia e l’umiliazione.
Facendosi coraggio, colpì la piccola porta di legno degli alloggi della servitù, dicendo: “Cristiano, posso entrare? Sono Elisa.”
Sentì un gran trambusto, poi il suo amico aprì la porta trafelato. Elisa intuì che doveva aver indossato frettolosamente una camicia e una calzamaglia, anche perché la camicia in questione era al contrario. Sorrise, nel notarlo, e si sentì subito a casa.
Cristiano era l’unico che riuscisse a infonderle quella pace. Anche se si sentiva scossa nel profondo dell’anima, anche se era terrorizzata all’idea di cosa potesse riservarle il futuro, lui riusciva sempre a strapparle un sorriso. Anche senza dire una parola.
“Che è accaduto?” Le chiese il giovane preoccupato. Quella era la prima volta che Elisa lo andava a cercare di notte, nella sua stanza.
Lei si asciugò le lacrime e sussurrò: “Posso entrare?”
Cristiano la lasciò passare, scusandosi per il disordine e cercando di risistemare il letto sfatto. Ma Elisa non badò alla confusione e disse: “Mi spiace di averti svegliato ma avevo bisogno di parlare con qualcuno e tu sei l’unico amico che ho.”
Lui le fece segno di accomodarsi su una sedia di legno accanto al letto poi si predispose all’ascolto.
“Ho scoperto che Cesare ha messo incinta sua sorella.” Esclamò Elisa tutto d’un fiato.
Se Cristiano era stupito da quella rivelazione non lo diede a vedere. Rispose soltanto: “E tu come lo sai?”
“Ho ascoltato una loro conversazione. Ma come fa ad essere così bastardo? Io credevo che provasse qualcosa per me. Mi sono fidata di lui…” Scoppiò a piangere senza finire la frase e Cristiano l’abbracciò istintivamente.
“Sei innamorata di messer Cesare?” Le chiese a bruciapelo.
Elisa esitò, ma alla fine non poté più nascondere, nemmeno a se stessa i propri sentimenti.
“Non avrei voluto innamorarmi di lui.” Confessò. “Cercavo di convincermi che l’unica cosa importante per me fosse trovare quella chiave e invece…” non riuscì a terminare la frase che calde lacrime le rigarono il volto. “Io lo amo”, proseguì poi fra i singhiozzi, “Lo amo da morire e sto soffrendo tantissimo.”
Cristiano avrebbe voluto dirle che lui l’aveva messa in guardia, ma intuì che quello non fosse il momento giusto per i rimproveri. Elisa aveva bisogno del suo affetto, quindi la strinse ancor più forte, cullandola come fosse una bambina.
“Magari a suo modo anche lui ti ama.” Pronunciò quelle parole, anche se gli sembrò che una lama gli entrasse nelle carni per trafiggergli il cuore, mentre lo diceva. Perché anche lui amava Elisa. L’amava disperatamente e senza tuttavia pretendere nulla da lei. Lui e Cesare erano agli antipodi. Uno avrebbe dato la vita per vederla felice, l’altro avrebbe ucciso pur di averla.
Si accorse che Elisa aveva smesso di piangere ed ora lo fissava silente.
“La relazione con sua sorella è precedente a… insomma alla vostra, no?”Spiegò, mentre lei si affrettava a chiarire: “Noi non abbiamo nessuna relazione. Io stavo per commettere l’errore di cadere fra le sue braccia, ma poi mi sono tirata indietro.”
Cristiano sogghignò. Non riusciva a immaginarsi Cesare rifiutato da una donna. “Immagino che sarà furioso, allora!”
“Lui sarà furioso?” La ragazza del futuro si inalberò, strappandogli un altro sorriso. Solo lei riusciva a prendere fuoco così facilmente. “E io? Io che scopro che si è portato a letto la sorella, secondo te come sto?”
“Cosa hai intenzione di fare adesso?” Cristiano era sinceramente preoccupato. Mettersi contro Cesare non era affatto saggio.
“Non lo so.” Rispose lei in un sussurro. “Ma non credo che riuscirò a perdonarlo. E non mi importa che sia successo prima che io e lui… cazzo, è sua sorella! Non è normale che fratello e sorella facciano sesso insieme. In che razza di mondo sono capitata?”
Cristiano le accarezzò i capelli e disse: “Alla corte dei Borgia, Elisa.”
Continua...