
Le passioni, l'arme e l'amore...
CAP 7
Philippe Delatouche entrò nella piccola stanza in cui lavorava e consegnò un paio di fogli a un collega perché li esaminasse, prima di farli stampare dal tipografo.
“Tieni, Gaston. E’ l’articolo che mi avevi chiesto; l’ho finito ieri sera.” esclamò con insolita allegria.
“Finalmente!”, rispose lui, “Se non sbaglio è da una settimana che ci lavori.”
Gaston Coudert prese i fogli e sorrise. Philippe era il suo migliore amico, nonché un bravissimo giornalista, per cui comprendeva al volo quando era di buonumore. E quella giornata sembrava al settimo cielo.
“Allora vuoi dirmelo o no?” gli chiese con curiosità.
“Dirti che cosa?”
“Cosa diavolo ti è successo? Hai un’aria così felice!”
Philippe finse di riordinare alcune carte su un tavolo.
“Perché? Se qualcuno è di buonumore deve esserci per forza un motivo?”
“Nel tuo caso sì. Di solito non sorridi mai con quell’aria ebete, specie quando sei al lavoro. Avanti, confessa, che novità ci sono?”
“Ma nulla, è solo che ho conosciuto una ragazza…”
Gaston gli diede un’affettuosa pacca sulla spalla.
“E’ per questo, allora. Ti sei innamorato! Bé, meglio tardi che mai!”
“Non hai capito proprio niente”, disse quindi lui, contrariato dalla piega che avevano preso i loro discorsi, “So così poco di lei, come posso essermene innamorato?”
“Esiste l’amore a prima vista, amico mio, non lo sapevi?”
Ma Philippe fu pronto a ribattere: “Stai dicendo un mucchio di sciocchezze. La trovo molto simpatica e basta. E’ una persona speciale, ecco, diversa dalle altre…”
“E’ carina?”
“Molto. Credo di non aver mai visto una donna più bella.”
“Allora cosa aspetti? Falle la corte, comprale dei fiori… le donne adorano questo genere di cose.”
Philippe guardò l’amico con aria contrariata.
“Non ho assolutamente intenzione di sedurla, se è questo che intendi. Non sarebbe corretto, soprattutto per il fatto che vive a casa mia.”
“Che cosa?” Gaston sgranò gli occhi “Vive a casa tua?”
“Solo perché non ha un posto dove andare.”
“Adesso capisco la ragione del tuo buonumore” disse l’amico, sogghignando “Sarei entusiasta anch’io al posto tuo. E come si chiama la bella fanciulla?”
Philippe assunse un’espressione sognante.
“Julie”, rispose, “Si chiama Julie Paradis.”
Era una mattina stupenda, pensò Julie affacciandosi a una piccola finestra dell’appartamento in rue Saint-Martin. Il sole splendeva alto nel cielo e per strada soffiava una leggera brezza di vento. Ormai la primavera era alle porte, presto sarebbe tornato il caldo ed il parco di Versailles si sarebbe ricoperto di fiori profumati. Solo che lei non avrebbe potuto vederli. La nostalgia di casa la colse all’improvviso e dovette fare uno sforzo per non piangere. Poi si fece coraggio e pensò che, se voleva essere d’aiuto al suo ospite, avrebbe dovuto darsi da fare. Non aveva mai badato alle faccende domestiche, per cui non sapeva da dove cominciare. Decise tuttavia di non perdersi d’animo; scrisse velocemente una lista delle cose che le sarebbero servite per cucinare, dopo di che uscì di casa. Sul pianerottolo quasi non si scontrò con una giovane donna. Doveva avere qualche anno più di lei e Julie si accorse che la stava fissando con curiosità.
“Buongiorno” disse ad un tratto la sconosciuta “Siete Julie, non è vero? Philippe mi ha parlato di voi.”
La ragazza guardò quella donna in silenzio, chiedendosi chi potesse essere. Infine ella si presentò: “Il mio nome è Madeleine Blondel. Abito al piano di sopra e sono una grande amica di Philippe.”
“Sono molto felice di conoscervi”, rispose allora Julie e Madeleine sorrise.
“Diamoci pure del tu”, fece sbrigativa, “Dopotutto dovremmo essere all’incirca coetanee e mi farebbe piacere se diventassimo amiche. Anzi, in caso avessi bisogno di qualcosa, rivolgiti pure a me.” A quelle parole Julie si sentì molto più tranquilla. Aveva un disperato bisogno di un’amica, qualcuno di cui potersi fidare e Madeleine sembrava una persona buona e disponibile.
“Ti ringrazio”, le disse quindi, “E, ad essere sincera avrei proprio bisogno del tuo aiuto. Vedi, dovrei andare a far compere ma non conosco la città.”
“Nessun problema. Ti accompagno io!”
Julie la guardò riconoscente.
“Grazie, Madeleine. Non so come avrei fatto senza di te.”
“Chiamami pure Maddy e non ti preoccupare… per gli amici di Philippe sono sempre a disposizione!”
Le due ragazze uscirono in strada chiacchierando allegramente e Julie si affezionò subito alla nuova amica, conquistata in un attimo dalla sua prorompente simpatia. Dopo pochi minuti di cammino si ritrovarono davanti a un fornaio.
“Qui puoi comprare il pane”, disse Madeleine, “Immagino che tu ne abbia bisogno.”
Julie annuì e si guardò un po’ attorno. Davanti al negozio c’era una gran coda e, stupita, domandò all’amica: “E’ successo qualcosa? Come mai c’è tanta gente?”
“Purtroppo è così tutti i giorni. Qui la gente viene a far la coda per il pane a partire dalle cinque del mattino.”
“Che cosa? Ma è pazzesco!”

Julie, una fanciulla ingenua e romantica, si trasferisce alla corte di Versailles per volere del fratello Nicolas che sta organizzando, a sua insaputa, le sue nozze con un uomo molto più vecchio di lei. Ma Nicolas a corte ha una nemica che vuole a tutti i costi rovinare i suoi piani.
la sua amante e che desidera vendicarsi per essere stata lasciata. La baronessa è una donna astuta e senza scrupoli che non esita a servirsi dell'ingenuità di Julie per ordire le sue trame alle spalle di Nicolas. Decide quindi di far sedurre la giovane sorella del suo nemico da un uomo molto affascinante, nonché donnaiolo, al quale, in cambio, concede i suoi favori.
Così Alain de Saint-Fraycourt conquista il cuore di Julie e ne fa la propria amante, insegnandole le arti della seduzione con il solo scopo di suscitare uno scandalo. Scandalo che non tarda ad arrivare quando Nicolas viene a scoprire l'intrigo e Julie si accorge di essere stata ingannata dalle due persone delle quali si fidava di più. Decide così di fuggire dalla reggia di Versailles e raggiunge Parigi dove incontra Philippe, un uomo onesto e dagli ideali rivoluzionari, che si offre di aiutarla e di ospitarla in casa sua. Ma Philippe non sa che lei appartiene alla nobiltà che lui odia e disprezza da tempo. Nel frattempo la baronessa muore a causa di un aborto mal riuscito e Alain, venuto a conoscenza della fuga di Julie, si rende conto di essere davvero innamorato della ragazza.
27 FEBBRAIO 1789
La baronessa de Courtizot morì alle prime luci dell’alba. Aveva passato una notte molto agitata e le cure dei medici non erano riuscite a farle scendere la febbre. Correva voce che la donna che l’aveva fatta abortire avesse usato dei ferri poco puliti e che questo avesse provocato un’infezione. Il marchese de Saint-Fraycourt che era rimasto accanto a lei fino all’ultimo momento, uscì dalla stanza pallido come un lenzuolo. Nicolas lo fermò nel corridoio.
“Come sta Marianne?”
Alain aveva le lacrime agli occhi e rispose con voce roca: “Non ce l’ha fatta. Ma suppongo che a voi non importi.”
“Vi sbagliate. Che ci crediate o no io un tempo ho amato quella donna.”
“Davvero? E perché mai l’avete lasciata allora?”
Nicolas abbassò lo sguardo.
“Non sopportavo tutti i suoi tradimenti”, rispose, “Ho cercato in ogni modo di farglielo capire ma lei non mi ha mai ascoltato.”
“Marianne era così. Non sarebbe mai riuscita a restare fedele a un solo uomo.”
Il duca de Soissons annuì mestamente.
“Era tale e quale a voi, per questo andavate così d’accordo.”
“E questo vi dava fastidio, non è vero?”
“Sì, lo ammetto. Ma c’è una cosa che mi sono sempre chiesto…”
“Quale?” si affrettò a chiedere Alain.
Nicolas esitò un istante; infine domandò: “Voi l’amavate?”
“No. Questo cambia qualcosa?
“Credo di no, purtroppo. Un’ultima cosa: chi era il padre del bambino che aspettava?”
Alain gli voltò le spalle e fece per allontanarsi.
“Ha qualche importanza?” rispose prima di lasciarlo.
Nicolas scosse il capo.
“No, temo non ne abbia.”
Julie si rigirò nel letto.
“Sveglia, dormigliona”, fece una voce e lei, senza aprire gli occhi, mormorò:
“Annette, ti prego, lasciami dormire ancora un po’. Sono così stanca.”
“Mi dispiace deluderti ma non sono Annette. Il mio nome è Philippe, ricordi?
Julie si destò all’istante,un poco intimorita, e si ritrovò sdraiata in un letto che non era il suo, mentre un uomo la fissava divertito.
“Cosa ci faccio qui?”
“Ieri sera ti ho invitata a cena e tu, proprio sul più bello, ti sei addormentata. Non ho voluto svegliarti perché ho capito che dovevi essere distrutta. Però adesso io dovrei andare al lavoro e temo che sarai costretta ad alzarti.”
“Intendi dire che ho dormito qui nel tuo letto?”
Philippe scoppiò in una risata e rispose: “Sì, ma non ti preoccupare. Io ho dormito sul divano nell’altra stanza.”
Julie arrossì imbarazzata.
“Mi dispiace, io… non volevo disturbarti. Di solito non mi capita di addormentarmi così.”
“Non ti preoccupare. Non è stato assolutamente un disturbo. Adesso però cos’hai intenzione di fare? Se non sbaglio mi hai detto di non avere un posto dove andare…”
“Purtroppo è così. Se solo riuscissi a trovare un lavoro potrei affittare una stanza, ma credo non sia affatto facile.”
Philippe annuì, poi le sorrise.
“Senti, se ti va puoi rimanere qui quanto vuoi. Te l’ho già detto che vivo solo e tu mi faresti compagnia.”
“Ma non posso, ti ho già arrecato parecchio disturbo.”
“Niente affatto e poi potresti renderti utile tenendo in ordine la casa e cucinando. Che te ne pare?”
Julie non sapeva che dire. Vivere sola con un uomo che conosceva appena era piuttosto sconveniente, ma purtroppo non aveva altre soluzioni. E poi lui le sembrava un tipo di cui potersi fidare.
“Va bene”, rispose quindi, “Ma d’ora in poi dormirò io sul divano. Non voglio essere di alcun peso.” Philippe rise di nuovo.
“Ai vostri ordini, mademoiselle!”

Marianne de Courtizot si agitava nel letto, rigirandosi in continuazione. Aveva appena espulso il feto con l’aiuto di madame Buffet e adesso sentiva che le stava salendo la febbre. Era stato più doloroso di quanto avesse immaginato, pensò, mentre la sua cameriera cambiava le lenzuola intrise di sangue. In quel momento entrò nella stanza, senza farsi annunciare, il marchese de Saint-Fraycourt. Aveva un’espressione desolata ed ella credette che fosse in ansia per lei.
“Alain…” lo chiamò con voce flebile “Stammi vicino, ti prego”
Egli la fissò per un attimo. Quindi disse: “Se n’è andata!”
“Chi? Chi se n’è andata?”
“Julie. L’ho saputo dal fratello. Pare sia scappata di casa ed è tutta colpa mia!”
“E allora?” madame de Courtizot parve irritarsi “Cosa ti importa di quell’idiota? Adesso devi pensare a me. Ho appena ucciso il nostro bambino. Te ne rendi conto?”
Ma lui rispose soltanto: “E’ andata via, non capisci? E se le succedesse qualcosa? Era così indifesa, certe volte sembrava ancora una bambina…”
Marianne trattenne a stento le lacrime.
“Non vorrai farmi credere che te ne sei innamorato? Hai sempre detto che era da sciocchi amare una donna”
Alain sorrise tristemente.
“Non so cosa provo, Marianne, so solo che mi mancherà.”
Lei si dibatté nuovamente fra le lenzuola, con la fronte madida di sudore. Solo in quel momento il marchese si accorse della sua sofferenza.
“Cos’hai?” le chiese preoccupato.
“Sto male. Ti prego chiama il medico di corte.”
Alain impallidì e cominciò ad agitarsi. Qualcosa nell’intervento non doveva essere andato bene. Da un po’ di tempo la sfortuna continuava a perseguitarlo.
“Non ti preoccupare, Marianne” disse poi, prendendole la mano, mentre lei, lentamente, perdeva conoscenza “Andrà tutto bene. Vedrai, andrà tutto bene.”
“Allora, che te ne pare?” chiese ad un tratto il suo ospite, notando la sua curiosità per l’ambiente, “Posso darti del tu, non è vero?”
Julie annuì un po’ imbarazzata. Poi lui riprese a parlare: “Bé, a dire il vero c’è un po’ di disordine; sai, vivendo da solo…comunque la casa non è niente male, è la più grande dell’edificio.”
La ragazza sgranò gli occhi incredula. Se quello era l’appartamento più grande, si domandò, chissà come dovevano essere gli altri. Ma per non offendere Philippe esclamò: “Sì, è molto bella.”
“Tu da dove vieni? Ancora non me lo hai detto.”
La sua domanda la colse un po’ di sorpresa.
“Dalla campagna” rispose, sforzandosi di mostrarsi sicura di sé “Sono venuta qui per cercare lavoro.”
“Lo immaginavo” disse infine Philippe, sedendosi a tavola accanto a lei e porgendole un piatto di minestra, “Non sei la sola a lasciare le campagne alla ricerca di una vita migliore. Purtroppo però anche qui le cose non vanno bene. A Versailles i nobili fanno la bella vita, ma a Parigi la gente muore di fame!”
A Julie per poco non andò di traverso la minestra. Non aveva mai pensato alla miseria del popolo e, per un attimo, si sentì colpevole. Ma poi scacciò via quei pensieri e si disse che lei non aveva alcuna colpa per ciò che accadeva a Parigi.
“Posso avere dell’altra minestra?” domandò dopo aver vuotato il piatto. Philippe le sorrise.
“Naturalmente, prendine finché vuoi!”
Allora Julie si protese ad afferrare la pentola che lui aveva posato sul tavolo e riprese a mangiare. Non aveva mai avuto tanta fame e si augurò che il suo ospite non la giudicasse maleducata per questo. Ma in fondo, si disse, cosa poteva contare l’opinione di quello che per lei era un perfetto sconosciuto? Ad un tratto la sua situazione le parve quasi grottesca. Che diamine ci faceva lei lì con quell’uomo col quale non aveva nulla da spartire? Come sarebbe stato tutto più bello se al suo posto ci fosse stato Alain; Alain con i suoi grandi occhi grigi ed il suo irresistibile sorriso… ma lui l’aveva tradita e questo non avrebbe mai potuto perdonarglielo. Mentre pensava a queste cose si accorse che le poche forze che aveva la stavano abbandonando.

La baronessa de Courtizot fissò, pallida in volto, la donna che l’avrebbe aiutata a risolvere il suo problema. Era una signora bassa e grassoccia, con un viso tondo come un melone.
“Voi siete madame Buffet?” le chiese un po’ timorosa.
“Sì, ma potete chiamarmi Eve.”
“E siete in grado di aiutarmi?”
“Certamente, madame. Non dovete temere nulla, sono esperta in lavoretti del genere
Marianne vide la donna tirare fuori dalla borsa una bottiglietta di cognac.
“Bevete”, le disse poi, “Vi aiuterà a sopportare meglio.”
Quindi estrasse un appuntito ferro da calza e aggiunse: “Andate a sdraiarvi sul letto.”
La baronessa rabbrividì. Nonostante avesse bevuto e nella stanza fosse acceso il camino, si sentiva di ghiaccio. Poi obbedì all’ordine impartitole e madame Buffet continuò: “Adesso sollevate le sottane e, tenendo le ginocchia in alto, aprite le gambe. Ci vorrà un attimo.”
Marianne trattenne il respiro e chiuse gli occhi. In quel preciso istante odiò Alain con tutte le sue forze. Perché erano sempre le donne a dover soffrire? Anche lui aveva fatto la sua parte ma, a pagarne le conseguenze, era soltanto lei. Trattenendo le lacrime pregò che tutto finisse presto.
Le strade di Parigi, a quell’ora di sera, erano anguste e buie. Julie si guardò attorno preoccupata e cominciò a pensare di aver commesso un’enorme sciocchezza, andandosene di casa. Aveva camminato per tutto il giorno e i piedi le facevano male. Inoltre con sé non aveva denaro, né la più pallida idea di dove trascorrere la notte. Stancamente si lasciò cadere su un marciapiede e chiuse gli occhi. Il suo stomaco brontolava per la fame, non abituato a rimanere digiuno per un giorno intero e, ripensando ai bei pranzetti che si facevano a corte, a Julie salirono le lacrime agli occhi. Non appena arrivata in città, aveva cercato un lavoro qualsiasi, che le permettesse di pagarsi cena e alloggio; ma, ovunque chiedesse, la risposta era sempre la stessa: non c’era lavoro per i forestieri, bisognava andare a Place de Greve. Ma lei neppure sapeva dove fosse quel posto ed era troppo stanca per camminare ancora. Qualcuno poi le aveva persino detto che era inutile che vi si recasse, perché cercavano solo uomini e, raramente, una donna riusciva a trovare qualche lavoretto da fare. Disperata Julie scoppiò a piangere. Avrebbe potuto tornare indietro. Forse Nicolas l’avrebbe perdonata, ma il pensiero del duca du Chatelet e di Alain le impedì di ripensarci. Non voleva sposarsi, né rivedere quell’uomo che l’aveva fatta tanto soffrire e l’unica alternativa, purtroppo, era quella di rimanere a Parigi. Stava ancora singhiozzando quando qualcuno le toccò una spalla.
“Vi sentite male, mademoiselle?” chiese una voce di uomo. Julie si voltò di scatto e si ritrovò a fissare uno sconosciuto. Era alto, atletico, con spalle larghe ed un volto aperto e leale. I capelli erano neri, mentre gli occhi, azzurri come il mare, risaltavano sulla pelle abbronzata. Riuscì a vederlo bene perché in mano teneva un lumino e, non appena il suo sguardo si posò su quello di lui, Julie capì che doveva essere una brava persona.
“Ho fame e non ho un posto dove andare”, rispose semplicemente. Lui le sorrise.
“Di questi tempi sono molte le persone nelle vostre condizioni e purtroppo Parigi non offre tante possibilità. Comunque non preoccupatevi, non abito molto lontano da qui e, se vi accontentate di un piatto di minestra, sarò ben felice di invitarvi a cena.”
Julie esitò un istante. Infine ricambiò il sorriso.
“Vi ringrazio, monsieur. Siete molto gentile.”
“Allora accettate? Mi fa molto piacere, perché di solito ceno da solo.”
“Non avete famiglia?”
“No, avevo una sorella ma è morta.”
“Mi dispiace.”
Lo sconosciuto rimase in silenzio per un istante. Poi esclamò cordialmente: “Ancora non ci siamo presentati. Il mio nome è Philippe Delatouche; sono un giornalista. Voi invece come vi chiamate?”
Julie pensò un attimo. Non poteva dirgli chi era in realtà, dopotutto era fuggita da casa. Quindi rispose: “Mi chiamo Julie Paradis.


CAP 6
26 FEBBRAIO 1789
“Maledizione!” esclamò a denti stretti “Questa proprio non ci voleva” Quindi si diresse nel salottino, dove il marchese de Saint-Fraycourt l’attendeva. L’aveva fatto chiamare per parlargli del suo problema, ma ancora non aveva trovato le parole giuste.
“Buongiorno, Alain” lo salutò, pallida in volto, “Grazie per essere venuto.”
Lui la osservò con occhio critico, intuendo che qualcosa non andava, infine disse:
“Avete proprio una brutta cera, Marianne. Che vi è successo? Non sarà per la storia di Julie, spero. Ammetto che siete stata sciocca a rivelare tutto a Nicolas, prima del matrimonio; sarebbe stato molto più divertente se lo avesse scoperto in seguito, però non mi sembra una tragedia.”
“Oh, tacete Alain. Non è certo questo il problema. Magari fosse così.”
“E, sentiamo, quale sarebbe il problema?”
La baronessa si morse un labbro.
“Aspetto un bambino”, disse poi, tutto d’un fiato, “E voi siete il padre.”
Improvvisamente il marchese mutò espressione.
“Che avete detto?”
“Sono incinta, Alain, ecco cosa ho detto.”
“E come diavolo fate a sapere che sono stato io? Con tutti gli uomini che vi siete portata a letto suppongo sia difficile stabilire la paternità.”
Marianne lo incenerì con un’occhiata.
“Intendete lavarvene le mani, non è vero?”
“Mi pare ovvio. Cosa vi aspettavate? Che vi sposassi? Sapete bene che ci tengo alla mia libertà e che non ho la minima vocazione a fare il padre.”
“Ed io cosa dovrei fare?”
“Interrompete la gravidanza, è l’unica soluzione.”
“Sapete bene che è pericoloso. Molte donne hanno avuto seri problemi in seguito ad un aborto.”
Alain scrollò le spalle con noncuranza.
“E’ il prezzo che dovete pagare per poter vivere come più vi piace, mia cara.”
Poi si alzò e lasciò la stanza. Madame de Courtizot, rimasta sola, pianse in silenzio.
Julie de Soissons dette un’ultima occhiata alla reggia di Versailles. Ormai aveva preso la sua decisione e non intendeva ripensarci. Se ne sarebbe andata, solo così Nicolas non avrebbe potuto obbligarla a sposarsi col duca du Chatelet. E poi la lontananza l’avrebbe aiutata anche a dimenticare Alain. Ancora non sapeva dove si sarebbe rifugiata, ma questo non aveva importanza. Con gli occhi velati di lacrime varcò il cancello e si impose di non guardare più indietro. Se lo avesse fatto non avrebbe più avuto la forza di fuggire perché quella, negli ultimi mesi, era stata la sua casa e lì vivevano le persone che amava. Sapeva che avrebbe sentito la nostalgia dei principi, in particolare di Louis Joseph, al quale si era affezionata da tempo. E le sarebbe mancata Annette che, quando lei era triste, trovava sempre le parole giuste per confortarla. Mentre camminava sulla strada che conduceva a Parigi ripensò a quanto era stata felice lì e un’infinita malinconia si impadronì di lei.
La stanza di Julie era vuota. Nicolas si chiese dove potesse essere la sorella ed un improvviso senso di inquietudine lo colpì. Ad un tratto notò una lettera, posata sullo scrittoio, e la lesse. Era un messaggio di poche righe che Julie gli aveva lasciato per avvertirlo della propria partenza. In un moto di rabbia la stracciò ed esclamò contrariato: “Maledizione, non può farmi una cosa simile! Il matrimonio è fissato per domani; come farò a cavarmela col duca du Chatelet?” Poi uscì di corsa con un’espressione truce in viso. Casualmente nel corridoio incontrò il marchese de Saint-Fraycourt. Stava chiacchierando animatamente con alcune dame di corte ma, non appena lo vide, gli si avvicinò sorridente.
“Monsieur de Soissons, che piacere vedervi”, disse con una certa dose di ironia, “Come sta vostra sorella?” E’ da qualche giorno che non si vede più in giro.”
A questo punto Nicolas non riuscì più a trattenere la sua ira.
“Figlio di puttana!” sibilò a denti stretti “Se succede qualcosa a Julie è solo colpa vostra. Non sarebbe mai fuggita se non fosse stato per voi.”
Alain ebbe un moto di sorpresa. “Come fuggita? Che state dicendo?”
“Julie se n’è andata; ha lasciato Versailles. Quella stupida diceva di essere innamorata di voi e di non volersi sposare e così è fuggita. Non ha denaro con sé e chissà dove diavolo è andata! Immagino che adesso vi sentirete soddisfatto, non è così?”
Ma egli non rispose. Non avrebbe mai pensato che quella ragazza arrivasse a tanto. Era sicuro che alla fine avrebbe acconsentito a sposare il duca e che, in seguito, tutto si sarebbe risolto anche per lei. Non aveva però fatto i conti con un cuore innamorato come quello di Julie; forse perché lui non era mai stato capace di amare, né era stato mai amato come lei lo amava. All’improvviso provò un gran senso di vuoto. La vita senza di lei sarebbe stata un’altra cosa e ciò che più lo amareggiava era il fatto di averlo capito solo ora che era troppo tardi.

Julie se ne stava rannicchiata sul letto, ripensando alla notte trascorsa. Per la prima volta nella sua vita si sentiva sporca, non esteriormente, ma nel profondo dell’anima. Aveva conosciuto da vicino gli stadi più infimi della degradazione umana e se ne vergognava profondamente. Se solo fosse stata più accorta tutto questo non sarebbe successo, ma ormai non poteva tornare indietro. Provava tanta rabbia dentro, eppure non se la sentiva di giudicare Alain che, in fondo, non era altro che il risultato di una società corrotta in cui l’edonismo aveva il sopravvento su tutto, persino sui valori morali. Mentre rifletteva su ciò, si accorse di amare ancora qull’uomo. Lo amava con tutti i suoi difetti e tutti i suoi limiti e questo la spaventava un po’. Si rigirò nervosamente nel letto, nella speranza di prendere sonno e riuscire a non pensare più. In quel momento, però, Nicolas aprì di scatto la porta ed entrò. Dall’espressione che aveva in volto capì che era sdegnato ed allo stesso tempo adirato.
“Che ti prende?” gli domandò con apprensione “Come mai sei qui a quest’ora?”
Nicolas allora disse sarcastico:
“Mi dispiace averti disturbata, Julie, immagino che sarai molto stanca, poverina.”
Julie si mise a sedere.
“Perché dici questo? Non capisco…”
Invece di rispondere, il fratello le porse il pezzo di stoffa avuto dalla baronessa. Julie sgranò gli occhi e chiese:
“Dove l’hai trovato?”
“Non sono stato io a trovarlo, ma chi me lo ha fatto avere sostiene di averlo raccolto in casa del duca de Chartres. Appartiene al tuo vestito, non è vero?”
La ragazza distolse lo sguardo per la vergogna. Non poteva credere che Nicolas fosse al corrente di quello che era successo.
“Chi è stato?” domandò poi con un filo di voce.
“La baronessa de Courtizot.”
“Non può essere. Lei è mia amica, non farebbe mai una cosa simile.”
“Vedo che hai scelto con cura le tue amicizie”, fece Nicolas visibilmente in collera, “Madame de Courtizot, il marchese de Saint-Fraycourt… puoi andarne veramente orgogliosa. Se lo sapesse nostra madre le verrebbe un infarto!”
Sentendo nominare Alain, Julie alzò immediatamente lo sguardo.
“Ti ha parlato anche di me e Alain?”
“Vuoi sapere se mi ha detto che siete amanti? Sì, me lo ha detto. Questo ti fa sentire meglio?”
Adesso Nicolas urlava e la sua voce svegliò Annette che dormiva nella stanza comunicante. Ancora insonnolita la cameriera fece capolino da dietro la porta, per vedere cosa stava accadendo.
“Nicolas, ti prego” supplicò Julie senza badare a lei “Lascia che ti spieghi.”
“Cosa diavolo vuoi spiegarmi? Che sei una sgualdrina? Non ce n’è affatto bisogno, è perfettamente chiaro, credimi!”
“Noi ci amiamo, questo non ti importa?”
Julie era scoppiata a piangere all’improvviso e le lacrime le stavano rigando il volto.
“Ma come puoi essere così stupida?” esclamò Nicolas con rabbia. Era quasi sconcertato dalla sua ingenuità. “Non ti rendi conto che lui ti ha presa in giro? Anzi, che ti hanno presa in giro, perché anche la baronessa ha la sua parte. E tu che la credevi tua amica, bella sciocca che sei!”
“Che cosa intendi dire?”
“Esattamente ciò che hai sentito. Madame de Courtizot mi odia a causa di una discussione che ho avuto con lei, tempo fa. Ha voluto vendicarsi ed ha usato te per farlo.”
“Ma Alain cosa c’entra? Lui non ha niente a che fare con tutto questo!”
Nicolas prese a passeggiare per la stanza, infine si sedette stancamente su una poltrona.
“Certo che c’entra”, disse poi con rassegnazione, “La baronessa gli ha chiesto di sedurti e lui l’ha fatto. Ti rendi conto adesso di essere stata presa in giro?”
“Tutto questo non ha senso, Nicolas. Perché mai Alain avrebbe dovuto fare una cosa simile?”
“Probabilmente perché in cambio la baronessa gli ha concesso dei favori. Qui a Versailles sanno tutti che da un po’ di tempo sono diventati amanti.”
Julie rimase come inebetita.
“Non è vero”, urlò tra le lacrime, “Ti sei inventato tutto per ferirmi.”
“Perché non glielo vai a chiedere, allora?”
“Perché è una menzogna ed io mi rifiuto di crederci. Madame de Courtizot è l’amante del duca de Beaufort. Io stessa li ho visti insieme.”
Nicolas non riuscì a trattenere un’amara risata.
“Julie, quanto sei ingenua. Credi ancora che una donna del genere possa essere fedele a un solo uomo? La baronessa si è fatta ripassare da quasi tutti qui alla reggia. Così come il marchese de Saint-Fraycourt si è portato a letto un numero considerevole di donne. Quei due sono uguali, per questo stanno bene insieme.”
Nella stanza calò un lungo silenzio, interrotto soltanto dai singhiozzi di Julie. Poi Nicolas riprese a parlare con calma:
“Adesso vorrei pregarti di mantenere il segreto su quello che c’è stato fra te e quell’uomo. Capirai anche da sola che, se si viene a sapere, per te è finita.” Il duca du Chatelet non vorrà più sposarti e temo che sarebbe difficile trovarti un altro buon partito. Quando avrai l’anello al dito sarà tutto diverso. Non credo che il duca oserà chiedere il divorzio. E’ un fervente cattolico.”
Julie ascoltò le sue parole senza ribattere nulla.
“Vattene, per favore” disse dopo un po’ con voce afona “Voglio riposare.”
“Come hai potuto fare una cosa simile?” urlò Julie al marchese de Saint-Fraycourt, comodamente seduto su una poltrona.
“Vuoi calmarti, per favore?” le rispose “Sai che non sopporto le scenate.”
“Invece mi starai a sentire. Sei un verme, ti sei preso gioco di me, mi hai fatto credere che mi amavi, quando l’unica cosa che volevi era aiutare madame de Courtizot a vendicarsi di mio fratello.”
“Ti sbagli, mia cara. Io non ti ho fatto credere proprio niente. Quando mai ti ho detto che ti amavo? Sei tu che te lo sei messo in testa. E comunque di cosa ti lamenti? Non ci siamo forse divertiti insieme?”
“Ti odio” sibilò lei in risposta alle sue parole. Poi aprì la porta e corse via. Era andata da lui speranzosa che negasse ogni cosa, che le dicesse che era tutto falso. Ma non era stato così e, quel che è peggio, lui non se ne vergognava affatto. Con gli occhi ancora arrossati di pianto Julie rientrò nella sua stanza dove Annette la stava aspettando.
“Cosa vi ha detto?” le domandò con apprensione, ma Julie non rispose. Non ce n’era bisogno, la sua espressione parlava da sé.
“Lasciami sola, Annette”, disse infine la fanciulla, “Ho bisogno di riflettere.”


Il marchese de Saint-Fraycourt si svegliò solo alle tre del mattino. Aveva un gran mal di testa, ma ci era abituato. Non era certo la prima volta che partecipava a un’orgia come quella. Vedendo che aveva aperto gli occhi Julie disse:
“Voglio andare a casa.”
Il suo tono era asciutto e deciso per cui Alain le rispose, senza contrariarla: “Non ti preoccupare, ti ci riporto subito. Il tempo di rimettermi i calzoni.”
Un minuto dopo stavano già attraversando il salone dove corpi inerti giacevano ancora sulle poltrone, sui divani e sotto il tavolo. Julie scorse fra questi la baronessa de Courtizot, scompostamente adagiata su un divanetto, con le sottane ancora sollevate e le gambe divaricate che mostravano una vulva coperta di peli rossicci. Al pensiero che quella donna era stata una delle sue migliori amiche Julie si sentì rabbrividire. Poi oltrepassò di corsa la porta e salì in carrozza. Durante il tragitto né lei né Alain dissero una parola. Si sentiva solo il cigolio delle ruote sulla strada e, di tanto in tanto, il latrato di qualche cane. Julie chiuse gli occhi. Sarebbe stato così bello se si fosse trattato tutto di un sogno, ma purtroppo quella era la pura realtà: l’uomo a cui aveva donato tutta se stessa era un libertino che soltanto quella notte si era rivelato a lei nella sua vera natura. Avrebbe voluto piangere ma si accorse di non avere nemmeno più lacrime da versare.
Nicolas stava passeggiando per il parco e intanto meditava sui preparativi del matrimonio. Erano le sette di mattina e in giro non si vedeva ancora nessuno. All’improvviso notò scendere da una carrozza madame de Courtizot e la raggiunse.
“Buongiorno, Marianne” le disse ironico “Tornate adesso dai vostri divertimenti notturni? Con chi ve la siete spassata stavolta? Con il marchese de Saint-Fraycourt o qualcun altro?”
Irritata dal suo tono, la baronessa gli passò davanti, cercando di evitarlo. Lui però non si diede per vinto e continuò:
“A proposito del marchese, è così formidabile a letto o sono solo dicerie quelle che si sentono sul suo conto?”
Spazientita madame de Courtizot si volse a guardarlo e, senza pensarci, rispose:
“Perché non lo chiedete a vostra sorella? Lei lo sa bene.”
Nicolas sbiancò in volto.
“Che intendete dire?”
“Ma come? Non sapete che Alain e Julie sono amanti? Erano insieme alla festa del duca de Chartres, se vi può interessare.”
“State mentendo” ribatté allora l’uomo infuriato “Julie non parteciperebbe mai a un’orgia. In quanto al marchese, non credo neanche che si conoscano.”
“E vi sbagliate, Nicolas. Gliel’ho presentato io, sapete? Pensavo che sarebbe stato divertente vedere la vostra faccia alla notizia che la vostra sorellina si era lasciata sedurre da un simile libertino. Per non parlare del duca du Chatelet, quando lo verrà a sapere. E’ lui il promesso sposo di Julie, non è vero?”
Nicolas cercò di mantenere il proprio sangue freddo. Non poteva essere vero, continuava a ripetersi, Marianne lo stava solo provocando. Infine disse:
“Non vi credo, è tutta una menzogna che avete inscenato per vendicarvi del fatto che vi ho lasciata.”
Ma la donna scoppiando in una risata esclamò:
“Non ci credete? Ebbene ho una prova. Guardate, Nicolas, e non avrete più dubbi.”
Madame de Courtizot porse all’uomo un pezzo di stoffa. Era un brandello del corpetto di Julie e Nicolas non poteva non riconoscerlo; aveva fatto confezionare lui stesso quell’abito da Mademoiselle Bertin in persona, la sarta di Sua Maestà la regina. Dopo averlo esaminato attentamente, lanciò un ultimo sguardo alla baronessa come per chiedere spiegazioni. Ella dunque parlò: “E’ di vostra sorella, non è così? L’ho trovato nella stanza in cui ha dormito, per così dire, con il marchese de Saint-Fraycourt. Intendevo restituirglielo io, ma potete benissimo farlo voi. Arrivederci, Nicolas” e con un sorriso vittorioso la donna si allontanò frettolosamente. Il duca de Soissons rimase per un attimo a fissare quel pezzo di stoffa. Era come se il mondo gli fosse crollato addosso all’improvviso. Poi, furibondo, si diresse verso la camera da letto della sorella. Voleva delle spiegazioni e le esigeva subito.
Alain strinse fra le sue la mano di Julie e bussò alla porta di una casa in rue Blanche. Era tarda notte e la ragazza si chiese dove il suo amante la stesse portando, ma non ebbe il tempo di chiederglielo che già un servitore aveva aperto, invitandoli ad entrare. Da dentro risuonavano urla e risate e, finalmente, Alain si decise a spiegare:
“Questa casa appartiene a un mio amico, il duca de Chartres. Le sue feste sono famose in tutta Versailles.”
“Perché mi hai portata qui?” chiese allora lei mentre Alain la sospingeva all’interno.
“Come perché? Ma per divertirci, mi pare ovvio!”
Julie si lasciò guidare in un ampio salone dove un gruppo di persone erano intente a bere e a mangiare. Riconobbe tra queste la baronessa de Courtizot e il duca de Beaufort, che avevano l’aria di divertirsi un mondo, e notò anche altre facce conosciute; sicuramente nobili residenti, come lei, a Versailles.
“Avanti, accomodati!” le disse il suo accompagnatore, prendendo posto a tavola, “E cerca di sorridere, siamo qui per divertirci, non dimenticarlo.”
Ancora un po’ sconcertata Julie lasciò che un uomo seduto alla sua sinistra le versasse da bere. Poi si volse verso Alain che la incoraggiò a vuotare il bicchiere. Non era abituata agli alcolici ed il vino le diede subito alla testa. Tuttavia cercò di sorridere per compiacere l’uomo che amava. Ancora non le era perfettamente chiaro il senso della loro presenza in quella casa ma immaginò che Alain intendesse chiedere ospitalità al proprietario affinché potessero nascondersi lì per qualche tempo e sfuggire così alle ire di suo fratello per il mancato matrimonio. Mentre era persa nelle sue meditazioni intanto il marchese de Saint-Fraycourt aveva dato fondo a un’intera bottiglia ed ora stava ridendo sguaiatamente con i vicini. Pareva che solo lei si sentisse fuori posto in quel luogo. Persino madame de Courtizot stava spanciandosi dalle risate per qualcosa che il duca de Beaufort le aveva sussurrato all’orecchio; poi si volse verso di lei e , ruttando sonoramente, disse:
“Mia cara Julie, non vi divertite? Bevete un po’ di champagne è veramente delizioso”
Julie prese la coppa che la donna le porgeva e la vuotò. Subito dopo la testa cominciò a girarle vorticosamente.
“Alain, non mi sento molto bene”, disse allora al marchese, “Per favore andiamo via.”
Ma egli, continuando a brindare con gli amici, rispose seccamente:
“Non essere noiosa, deve ancora venire il bello.”
Un istante dopo vennero introdotte nella stanza alcune danzatrici del teatro dell’opera, completamente nude. Julie arrossì vivamente e si voltò dall’altra parte.
“Non vi piace lo spettacolo, mademoiselle?” le domandò il duca de Beaufort “Suvvia, rilassatevi e godetevi la festa come facciamo noi.”
Julie capì dal modo in cui parlava che doveva aver bevuto troppo; poi lo vide alzarsi, tenendo per mano la baronessa, e andare a raggiungere un divanetto poco lontano dalla tavola.
Con grande sorpresa notò che cominciavano ad amoreggiare, incuranti degli sguardi degli altri commensali che continuavano a ridere e ad incitarli. Ad un tratto si accorse che l’uomo si era sfilato le brache, mentre madame de Courtizot, inginocchiata davanti a lui, prendeva in bocca il suo pene, cominciando a succhiarlo. Julie ne fu scandalizzata. Certe cose le avrebbe fatte solo con la persona che amava e nell’intimità della sua camera da letto; non certo di fronte a tutti. Fece per andarsene, quando Alain la sollevò tra le braccia e la portò in un’altra stanza. La sua testa girava ancora per effetto dello champagne e la sua pazienza era arrivata al limite.
“Voglio andare via”, esclamò imbronciata. “Hai visto madame de Courtizot e il duca? E’ pazzesco, Devono essere completamente ubriachi.”
“Certo che li ho visti, tesoro, e mi hanno fatto venire una tale voglia che non credo proprio che ti accompagnerò a casa.”
Julie impallidì e cercò di allontanarlo mentre le si avvicinava per baciarla.
“Alain, sei ubriaco anche tu. Come hai potuto ridurti così?”
“Ti assicuro che sono nel pieno delle mie forze” disse allora lui, ridendo “Non ti devi preoccupare per questo” quindi la buttò su un grande letto a baldacchino dai tendaggi raffinati e, baciandola furiosamente sulla bocca, le strappò il corpetto dell’abito. Julie provò ad urlare ma le labbra di lui erano ancora premute sulle sue. Davvero non riusciva a credere che stesse succedendo tutto questo; Alain non era mai stato così rude quando faceva l’amore con lei; era come se quella sera fosse diventato un altro e, a lei, quel cambiamento non piaceva affatto.
Finalmente le sue labbra si spostarono dalla bocca per andare però a posarsi, subito dopo, sui suoi seni alla ricerca dei capezzoli. Quando li ebbe trovati prese a morderli sempre più forte fino a farle male. Julie lanciò un urlo, ma questo non lo convinse di certo a smettere.
“Ti prego, Alain”, singhiozzò allora la fanciulla ed il marchese si fermò un attimo a guardarla. Poi, interpretando le sue parole come un invito a sbrigarsi, mormorò:
“Ancora un attimo, tesoro”
Julie cercò di dibattersi sotto di lui, ma i suoi movimenti servirono solo ad eccitarlo di più. Intanto lui le aveva sollevato le sottane, cominciando a leccarla lì tra le gambe. Con suo enorme stupore ella si accorse di provarne piacere e gemette mentre lui, stringendola a sé, la possedeva. Sfogati i suoi istinti, Alain si rotolò su un fianco e prese a russare sonoramente. Gli occhi di Julie erano rigati di lacrime. Non era più certa di conoscere quell’uomo; non era più certa di amarlo. Dentro di sé provava solo una grande amarezza.
