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Le storie di Laureen

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lunedì, 29 gennaio 2007

La Rosa di Parigi 32

Per fortuna Julie non trovò difficoltà ad introdursi nel palazzo di Meudon. Una delle guardie davanti al cancello d’entrata l’aveva vista più volte a Versailles e non aveva stentato a riconoscerla.

Poco dopo il suo arrivo fu introdotta così nelle stanze del principe. Guardandolo Julie si sentì mancare il respiro. Era così pallido e dimagrito. Non era difficile intuire che la sua malattia lo stava consumando.

“Julie” disse il bambino, vedendola, la voce ridotta quasi a un sussurro, “Sei venuta a trovarmi! Lo sapevo che saresti tornata, prima o poi.”

Ella sorrise tristemente e si avvicinò al grande letto a baldacchino.

“Sì, sono tornata. Mi siete mancato tanto, sapete?”

“Anche tu mi sei mancata. Perché sei andata via senza salutarmi?”

“Non ho avuto tempo. Avrei voluto ma proprio non potevo.”

“Te ne sei andata perché non ti volevi sposare, non è vero?”

Julie annuì e gli prese una mano per baciarla.

“Sì, è stato per questo.”

“Hai fatto bene, allora” mormorò debolmente il Delfino di Francia “Non dovevi sposarti se non volevi!”

In quel momento entrarono anche la Regina e gli altri suoi figli. Julie salutò con un inchino e Marie Antoinette l’abbracciò con calore.

“Mademoiselle de Soissons, che piacere rivedervi! Siete stata gentile a venire. Joseph non faceva che chiedermi di voi. Lo avete reso felice con la vostra visita.”

Julie era profondamente commossa. Si aspettava dei rimproveri, da parte di Sua Maestà, per gli scandali suscitati a palazzo, prima a causa della sua relazione col marchese de Saint-Fraycourt e successivamente col mancato matrimonio e la fuga da Palazzo. Invece sul volto della regina trovò solo un grande sollievo per il suo ritorno.

“Vi ringrazio” le disse allora con un debole sorriso “Siete troppo buona con me.” Poi si rivolse a Marie Thérese in tono affettuoso:

“Sono molto felice di essere qui. Tutti voi mi siete mancati moltissimo.”

Intanto il piccolo Louis Charles l’aveva abbracciata piagnucolando: “Julie, rimarrai con noi, non è vero? Non te ne andrai più?”

E Marie Therese incalzò: “Sì, resta. Ti prego.”

Julie aveva le lacrime agli occhi per la commozione.

“Non posso, mi spiace. Ho deciso di non tornare più a Versailles.”

“C’è qualche problema che io possa risolvere?” domandò allora la regina “Posso parlare con vostro fratello, se è questo che vi preoccupa.”

Ma Julie fu irremovibile.

“Non è il caso che vi disturbiate, Maestà. Adesso sono felice e non desidero tornare a palazzo. Cercate di capirmi.”

Seguì un lungo silenzio infine Julie aggiunse:

“Comunque non mi scorderò di voi. Tornerò a trovare Joseph, lo prometto.” E, detto ciò, si chinò a baciargli una guancia.

 

 
Philippe Delatouche udì bussare alla porta e, credendo si trattasse di Julie, corse ad aprire. Invece si ritrovò davanti Julien Kergoat che, senza preamboli, esordì:

“Ho una cosa importante da dirti riguardo alla tua donna.”

Sul viso di Philippe apparve un’ombra di panico.

“Le è successo qualcosa?”

“No, ma qualcosa succederà se non la fermiamo.”

“Non capisco…”

Julien si guardò un attimo attorno come se temesse che qualcuno potesse ascoltare i loro discorsi. Ultimamente era diventato un po’ paranoico, pensò Philippe, ancora preoccupato.

“Ho ragione di credere che quella donna sia una spia”, proseguì il suo amico.

“Che cosa?”

Philippe non sapeva se infuriarsi o mettersi a ridere. Quell’uomo lo disturbava nel cuore della notte per metterlo al corrente di quale assurdità, poi? Julie, una spia! Per un attimo aveva temuto il peggio, che avesse avuto un incidente, per esempio, o che fosse stata aggredita. Era molto tardi e ancora non era rientrata. Avrebbe voluto sapere dove si era cacciata. Come se riuscisse a leggere nei suoi pensieri quindi Kergoat disse:

“Vuoi sapere dov’è andata la tua cara Julie, oggi?”

“E tu cosa ne sai? L’hai seguita, forse?”

“Esattamente. L’ho vista farsi dare un passaggio da un vetturino e scendere alla residenza reale di Meudon. Sai cosa vuol dire questo?”

“No. Cosa vuol dire?”

“Che ha rapporti con la casa reale, mi pare ovvio!”

“Che assurdità!”

“L’ho vista con i miei occhi, credimi”, aggiunse Julien con enfasi, infine disse:

“E’ meglio che tu la mandi via da casa tua. Se quella donna resta qui sarà la nostra rovina.”

Philippe rimase come intontito per un lungo istante. Non poteva credere a una cosa simile. Julie non poteva essersi presa gioco di lui in quel modo. Tuttavia, all’improvviso, gli vennero in mente certi particolari a cui prima non aveva badato. I ricchi abiti che lei indossava il giorno del loro primo incontro, per esempio. E i suoi gesti così raffinati, l’elegante modo di parlare… tutto di lei lasciava pensare ad un’educazione impartitale da persone di alto lignaggio. Queste riflessioni provocarono in lui una grande rabbia. Amava quella donna ma, se Julien aveva detto la verità, avrebbe dovuto rinunciare a lei per sempre.

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giovedì, 25 gennaio 2007

La Rosa di Parigi 31

CAP 9

 
14 MAGGIO 1789

 
Quel giorno Philippe tornò a casa con un gruppo di amici. Alcuni di loro erano deputati all’Assemblea Nazionale, altri suoi semplici colleghi di lavoro. Julie li guardò entrare con un’espressione stupita in volto, quindi si avvicinò a Philippe e mormorò, in modo che gli altri non la sentissero: “Non mi avevi detto che avevi invitati a pranzo!”

“Sì, lo so. Il fatto è che dobbiamo parlare di cose importanti e non sapevamo dove riunirci così ho detto che casa mia era libera.”

“E cosa diamo loro da mangiare?”

“Quello che c’è.”

Philippe sorrise ma Julie non si sentì affatto rincuorata. Le provviste che avevano in casa erano piuttosto scarse, bastavano appena per loro due ed ella non sapeva proprio come cavarsela in quel frangente. Mentre rifletteva sul da farsi, Gaston Coudert le si avvicinò per salutarla.

“Allora come sta la nostra Rosa di Parigi? Sembra piuttosto preoccupata!”

“Infatti lo sono. Non mi aspettavo ospiti per pranzo”

La risposta franca di Julie lo fece sorridere, infine Gaston si affrettò a presentarle uno degli invitati.

“Questo è Julien Kergoat. Si è laureato in giurisprudenza e, come Philippe, rappresenta il popolo agli Stati Generali.”

Julie fece un inchino e disse sbrigativa:

“Lieta di conoscervi, monsieur. Il mio nome è Julie Paradis.”

“Altrimenti detta Rosa di Parigi”, aggiunse Gaston con allegria. Intanto lei si era dileguata in cucina per prendere del pane. Almeno quello non mancava, pensò mentre lo serviva in tavola. Ad un tratto, però, si sentì osservata ed interruppe per un attimo le sue faccende. Julien Kergoat la stava guardando attentamente e ciò la innervosì un poco. Poi Philippe le disse:

“Puoi portare un po’ di vino, per favore?”

“Subito”, rispose lei seccamente, non abituata a fare da serva.

Mentre si allontanava Julien continuò a tenere gli occhi fissi su di lei.

“Philippe, chi è quella donna? Tua moglie?”

“No, non ancora per lo meno.”

“Non è di Parigi, vero?”

Le insistenti domande del suo ospite lo stupirono, tuttavia rispose con cortesia:

“No, viene dalla campagna.”

“Da dove esattamente?”

“Non saprei, non mi sono mai preoccupato di chiederglielo. Per quale motivo ti interessa tanto?”

Julien rimase pensieroso per un istante, quindi disse:

“Non ha proprio l’aria della ragazza di campagna. Anzi, per dire la verità, non ha nemmeno l’aria di una popolana.”

“Che intendi dire?”

“Ha dei modi di fare troppo raffinati. Sembrerebbe più una nobildonna che una contadina.”

Philippe corrugò la fronte e rispose un po’ irritato:

“Che sciocchezza! Il fatto che sia una persona educata non vuol dire che sia nobile.”

“Non si tratta solo di educazione”, fece tuttavia Julien, “E’ il suo modo di camminare, di parlare, di muoversi… quando Gaston me l’ha presentata si è pure inchinata con grazia!”

In quel mentre Gaston scoppiò a ridere.

“L’ho notato anch’io quando l’ho conosciuta, sorprendente vero?”

Ma Philippe non apprezzò la sua intromissione e, gettandogli un’occhiataccia, disse spazientito:

“Non ci trovo nulla di divertente. Julie è una di noi, che voi lo crediate o no! Dichiaro chiuso il discorso!”

Quindi il suo amico Gaston esclamò:

“Ma certo che è una di noi. Se fosse una nobildonna vivrebbe alla reggia di Versailles, non certo in casa tua!”

Non convinto, Julien fece per ribattere qualcosa, ma si zittì all’istante perché Julie era tornata e stava servendo il vino. Allora cambiò abilmente argomento:

“A proposito di nobiltà, lo sapevate che il Delfino di Francia è gravemente ammalato? Pare che sia stato portato a Meudon, lontano dai traffici del Palazzo Reale. In città si mormora che per lui non ci sia niente da fare.”

Udite quelle parole Julie impallidì e per poco non lasciò cadere la caraffa.

“Attenta, mademoiselle”, le disse dunque Julien, impedendole di versare il vino. “Forse qualcosa vi ha turbata?”

“Nulla, monsieur”, mentì, “ E’ stato solo un capogiro, non preoccupatevi.”

Dopo di che corse in cucina, lontana da sguardi indiscreti. Non poteva credere che il piccolo Louis Joseph stesse così male. Sapeva che non scoppiava di salute ma non avrebbe mai immaginato che potesse aggravarsi a tal punto. Quell’uomo doveva essersi sbagliato. Ad un tratto sentì un’irresistibile voglia di piangere. Il principino era stato un suo caro amico ed ella non avrebbe mai potuto dimenticare le giornate trascorse nel parco con lui e i suoi fratelli. Fu allora che un pensiero le balenò nella mente: doveva vederlo! Julien Kergoat aveva detto che era stato portato a Meudon, quindi non avrebbe corso il rischio di incontrare suo fratello, recandovisi. Asciugate le lacrime, si infilò un mantello sulle spalle ed uscì inventando una banale scusa. Philippe parve non far caso ai suoi occhi arrossati e ciò la tranquillizzò. Ma forse non aveva fatto i conti con l’astuzia di monsieur Kergoat.

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lunedì, 22 gennaio 2007

La Rosa di Parigi 30

Aiutata da Madelaine, Julie sparecchiò la tavola. Quel giorno avevano mangiato tutti assieme e Philippe ed Emile erano ancora seduti a discutere di politica.

“Si può sapere cosa diavolo ti succede?” domandò Maddy ad un tratto.

“Nulla, perché?”

“Sei così strana. A tavola non hai detto una parola e adesso sembri soprappensiero. E’ successo qualcosa? A me puoi dirlo; sono o non sono tua amica?”

“Ti assicuro che non ho niente”, rispose lei, tuttavia. Avrebbe voluto confidarsi, ma sapeva di non poterlo fare. In realtà era stato l’incontro con Alain a cambiarla. Aveva paura che lui potesse parlare con Nicolas e dirgli che l’aveva vista a Parigi. Se l’avesse fatto non sarebbe stato difficile per suo fratello rintracciarla e, solo l’idea che ciò potesse succedere, la faceva tremare. Stava pensando a come fare, quando Philippe le si avvicinò e la strinse a sé, all’improvviso, baciandola sul collo.

“Cos’hai, tesoro? Sei arrabbiata con me?”

“No, perché dovrei?”

Julie si accorse che Maddy li aveva lasciati soli, quindi gli sfiorò le labbra con le sue, pronta a dimostrargli che nulla fra loro era cambiato. Philippe, dal canto suo, non si fece pregare e ricambiò il bacio con ardore.

“Ti sento lontana”, le disse poi staccandosi da lei, “Ti prego, dimmi cos’hai?”

“Sono solo un po’ stanca. Non ti devi preoccupare.”

“Invece mi preoccupo. Sai di essere importante per me.”

“Anche tu lo sei.”

“Allora perché non vuoi permettermi di parlare con tuo fratello?”

Julie sussultò.

“Mio fratello? Cosa c’entra lui adesso? L’hai visto?”

“No, come potrei? Nemmeno lo conosco e poi non mi hai detto che non è a Parigi?”

“Certo che non è a Parigi!” balbettò lei confusa. Per poco non si tradiva e questo le fece capire che doveva essere più prudente. Quindi aggiunse: “Ti prego Philippe, non parliamone più. Non è il momento” e, scostatasi da lui, si avvicinò a Emile e Madeleine, cominciando a scherzare con loro. Philippe rimase a guardarla da lontano con incertezza. Sentiva che c’era qualcosa che lei gli nascondeva ma non sapeva cosa potesse essere. All’improvviso lo colse un’irrazionale paura di perderla e qualcosa si spezzò dentro di lui. No, non poteva accadere nulla di tutto questo, si disse, lui non lo avrebbe permesso.

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Giochino

Sono stata invitata da hariseldom a fare il seguente gioco: aprire il libro che si sta leggendo a pagina 123, scegliere 3 righe e riportarle nel blog insieme a un piccolo commento, poi passare la palla ad altri quattro giocatori.

Ecco le mie tre righe:

"Raffaello piegò la testa di lato e, dopo un attimo di silenzio, replicò: <<La gente mi ha detto un bel po' di cose in questa vita>>.

Il libro da cui questo pezzettino è stato tratto è "L'anello di rubino" di Diane Haeger, un romanzo storico che narra la vita del pittore Raffaello e di una delle sue opere più importanti: il ritratto de "La fornarina".

Si tratta di un romanzo in cui arte, amore e intrighi si fondono alla perfezione.

Ed ora nomino Chrystel's, Stardust, Pachucha e DolceStellina a continuare il gioco!

Un saluto a tutti!


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giovedì, 18 gennaio 2007

La Rosa di Parigi 29

4 MAGGIO 1789


Seguita da Emile e Madeleine, Julie si fece largo tra la folla. Erano le sette del mattino ed il re e tutti i membri della famiglia reale stavano sfilando in solenne processione, in onore del Santissimo Sacramento. Lo scopo era quello di chiedere la benedizione del cielo per i lavori della grande Assemblea Nazionale; pertanto, di seguito al re, sfilavano anche la nobiltà, il clero ed i deputati del terzo stato.

“Non riesco a vedere Philippe”, borbottò Julie preoccupata, voltandosi verso i suoi due amici, “Voi riuscite per caso a scorgerlo?”

Madeleine scosse il capo e guardò il marito. Emile dal canto suo rispose che non vedeva nulla.

Ad un tratto Madeleine, alzandosi in punta di piedi, esclamò:

“Guarda, Julie!”

“Hai trovato Philippe?” fece lei cercandolo con lo sguardo.

“No, però ho visto il famoso conte de Mirabeau.”

“Quello che è stato eletto come deputato del terzo stato?”

“Esattamente! Si riconosce perché è il più brutto di tutti.”

Julie guardò dove l’amica le indicava e, finalmente lo vide. Gabriel Honoré Riquetti, conte de Mirabeau, era un uomo sulla quarantina, con una capigliatura immensa e la testa leonina, segnata da una possente bruttezza. Faceva quasi paura, ma ciò che spaventò Julie non fu quella visione, bensì lo scorgere una particolare persona fra i rappresentanti della nobiltà. Si trattava di Nicolas e, per il timore di essere vista da lui, ella si allontanò mischiandosi fra la folla. Stava quasi per tirare un sospiro di sollievo, quando una voce la fece voltare.

“Ma guarda chi si rivede! Mademoiselle Julie de Soissons, è un vero piacere.”

La ragazza sbiancò in volto all’improvviso. L’uomo che le stava davanti altri non era che Alain ed il vederlo dopo tanto tempo le procurò una certa inquietudine.

“Dovete avermi confusa con un’altra, monsieur”, balbettò tentando di fuggire, ma lui l’afferrò per un braccio.

“Non credo proprio, mia cara”, le rispose con un sorriso beffardo, “Eravamo troppo intimi, se non sbaglio, perché possa confonderti con un’altra.”

Julie rimase ferma sotto il suo sguardo, senza riuscire a ribattere nulla; intanto lui aveva ripreso a parlare: “Sei più bella di quanto ti ricordassi. Anzi, ti trovo cambiata: più cresciuta direi. Non hai più l’esile corpicino di un tempo e forse sei anche un po’ più alta. Incredibile come possa crescere in pochi mesi una ragazza della tua età!”

“Lasciami, per favore” sibilò lei all’istante “Mi stai facendo male.”

Ma l’uomo non badò alle sue parole e l’avvicinò maggiormente a sé, serrandole il polso.

“Mi sei mancata in questi mesi, lo sai? Senza di te le giornate erano così noiose, per non parlare delle notti!”

Julie allora rispose:
”Perché? Non c’era la baronessa de Courtizot a scaldarti il letto?”

“Marianne è morta, mia cara. E comunque non sarebbe stata la stessa cosa.”

“E’ morta? Come?”

Il marchese de Saint-Fraycourt sospirò. Infine disse:

“Era rimasta incinta ed ha abortito. E’ morta per complicazioni dopo l’intervento.”

“Era tuo il bambino?” chiese allora Julie, pallida in volto. Alain esitò.

“Che importanza ha?”

“Per me ne ha molta. Era tuo?”

“Come faccio a saperlo? Marianne aveva talmente tanti amanti! Probabilmente neppure lei avrebbe saputo dire chi fosse il padre.”

“Ma tu eri il suo compagno. Avresti dovuto sposarla; non ti rimorde la coscienza?”

Il marchese le lasciò andare il polso e si allontanò da lei di qualche passo. Il suo volto era contratto da uno spasmo di dolore che ella non gli aveva mai visto; poi, lentamente, riprese a parlare:

“Io non ero e non sarò mai il compagno di nessuno.”

“Ah, già. Dimenticavo che è la tua filosofia!”

Il tono ironico di lei lo fece irritare. Ma proprio quando stava per ribattere si udì qualcuno in lontananza chiamare Julie. Ella si voltò a guardare e scorse Philippe che si avvicinava. Un sorriso le illuminò il viso e, dimentica della presenza di Alain, lo raggiunse urlando il suo nome.

“Ti ho cercata dappertutto. Dov’eri finita?” le domandò lui abbracciandola.

“Non riuscivo a vederti e così mi sono allontanata. Mi perdoni?”

In risposta Philippe la baciò appassionatamente, sotto lo sguardo sorpreso di Alain che era rimasto ad osservare la scena. Solo in quel momento Julie si ricordò della sua presenza e, non appena Philippe la lasciò, cercò con lo sguardo il marchese. Lui la stava guardando con una strana espressione in volto. Per un attimo temette che si sarebbe avvicinato ed avrebbe rivelato a Philippe la sua vera identità; ma non lo fece. Giratosi di scatto, salì su una carrozza e si allontanò. Julie non poté far altro che tirare un sospiro di sollievo.

 
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lunedì, 15 gennaio 2007

La Rosa di Parigi 28

2 MAGGIO 1789

 
L’ora di pranzo era passata da un pezzo quando, finalmente, Philippe fece ritorno a casa. Julie, che lo stava aspettando, gli andò incontro con un sorriso sulle labbra.

“Allora com’è andata?” gli chiese ansiosa.

Lui sbatté la porta con rabbia e rispose:

“Male! Come ti aspettavi che andasse? Quella gente non ha la minima considerazione per quelli come noi.”

Julie parve dispiaciuta. Quella mattina Philippe e gli altri deputati del terzo stato si erano recati a Versailles per rendere omaggio al re ed ella si era sentita così orgogliosa di lui. Quando era stato eletto per rappresentare il popolo agli Stati Generali tutti coloro che lo conoscevano avevano fatto festa e Philippe ne era stato felice. Adesso invece sembrava così stanco e deluso.

“Spiegati meglio, cos’è successo?”

“E’ successo che Sua Maestà il re ci ha fatti aspettare tre ore prima di riceverci. Capirai, si è dovuto intrattenere parecchio con i nobili ed il clero! E quando, alla fine, siamo stati ammessi alla sua presenza non ha detto una parola. Se ne stava lì, affiancato dai suoi fratelli e, in un gelido silenzio, ha ricevuto i nostri omaggi. Non poteva trattarci con maggior disprezzo.”

“Se ci fosse stata la regina sarebbe stato diverso”, fece allora Julie. Ma lui le rispose ironico:

“Oh, sarebbe andata molto meglio, davvero! Non ci avrebbe neppure ricevuti. Quell’austriaca pensa solo a spendere i soldi delle casse dello stato, cosa vuoi che le importi di noi, poveri morti di fame?”

Julie allora sospirò dispiaciuta. Forse Philippe non aveva tutti i torti e, nel tentativo di tirarlo su di morale, lo abbracciò con affetto.

“Non te la prendere così” gli disse “Le cose cambieranno un giorno, vedrai.”

“E come, secondo te?”

“Non lo so, ma cambieranno!”

Notando l’espressione sicura di Julie, Philippe si calmò. Non avrebbe dovuto angustiarla con i suoi problemi e, deciso a farsi perdonare, le rivolse un sorriso.

“Scusami”, esclamò stringendola forte a sé, “Non ha senso prendermela così, me ne rendo conto. Tra qualche giorno ci saranno gli Stati Generali e allora qualcosa succederà.”

Julie gli sfiorò le labbra con un bacio.

“Bravo! E’ così che voglio sentirti parlare.”

Quindi lui si fece più pensieroso.

“Non so cosa farei se non ci fossi tu”, disse lentamente, “E c’è una cosa che continuo a pensare da ieri.”

“Quale?”

“Mi piacerebbe conoscere tuo padre e potergli chiedere il permesso di sposarti.”

Julie rimase a bocca aperta. Non pensava che Philippe sarebbe arrivato a farle una simile proposta e ne era felice e, allo stesso tempo, preoccupata.

“Mio padre è morto”, rispose poi tristemente.

“Mi dispiace, ma avrai un tutore, immagino; qualcuno che si prenda cura di te e della tua famiglia.”

“Ho un fratello maggiore.”

“Perfetto, potrei chiedere a lui la tua mano.”

“Non vive a Parigi”, si affrettò ad aggiungere lei. Nemmeno sapeva perché gli aveva detto di Nicolas. Suo fratello ormai faceva parte del passato, un passato che voleva assolutamente dimenticare. Ma Philippe non era tipo da arrendersi e continuò:

“Lo so, tesoro. Ma potresti scrivergli e invitarlo qui.”

“Non è il caso. Non potrebbe venire. E’ così impegnato…”

Philippe le accarezzò dolcemente una guancia.

“Ma dovrà pur sapere di noi due, prima o poi. Io voglio sposarti al più presto, Julie, mi capisci non è vero?”

Lei annuì commossa. Si rendeva conto di quanto fosse importante per lui, ma al tempo stesso le parole di Philippe le causarono una profonda angoscia. Nicolas non le avrebbe mai permesso di sposarsi con lui, questa era la realtà dei fatti; ma non ebbe il coraggio di parlargliene. Philippe non avrebbe potuto capire e, soprattutto, non doveva sapere che lei era di sangue nobile. Sarebbe stata la fine del loro amore e lei aveva così bisogno di lui.

“Ti amo”, mormorò trattenendo le lacrime, “Questa è la cosa più importante.”

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giovedì, 11 gennaio 2007

La Rosa di Parigi 27

CAP 8


PARIGI, 1 MAGGIO 1789

 
Julie si strinse al braccio di Philippe e sorrise. Da un po’ di tempo erano soliti passeggiare per la città, godendosi le belle giornate primaverili, e questo la metteva sempre di buonumore. Le piaceva camminare al suo fianco, chiacchierando allegramente; Philippe era così simpatico e, in quegli ultimi mesi, si era affezionata molto a lui. Certamente era stato faticoso per lei abituarsi a quella vita, tanto diversa da quella che conduceva prima; eppure adesso sentiva di essere veramente felice. Ridendo con entusiasmo, per una spiritosaggine che Philippe aveva appena detto, Julie si andò a sedere sotto un albero.

“Il cielo si sta rannuvolando”, disse, “Non vorrei che cominciasse a piovere.”

Intanto Philippe l’aveva raggiunta e la guardava sorridente.

“C’è una cosa che vorrei dirti da tanto, ma non ho mai trovato il coraggio di farlo” cominciò, sedendosi accanto a lei.

“Sentiamo, cos’è che non avresti il coraggio di dirmi?”

Il tono di Julie era scherzoso ma tradiva un certo disagio e Philippe tutto d’un tratto si fece serio.

“Mi sono innamorato di te e vorrei sapere cosa provi tu nei miei confronti.”

Udendo le sue parole lei si irrigidì. La sua esperienza passata le aveva insegnato ad essere guardinga nelle questioni di cuore. Quindi disse:

“Ti prego Philippe, cambiamo argomento.”

“Ti sono talmente indifferente da non volerne neanche parlare?”

Julie notò un’ombra nei suoi occhi e si sentì stringere il cuore.

“Non è come pensi. E’ solo che ho paura di soffrire. Non potrei sopportare un’altra delusione”

“Spiegati meglio, per favore.”

La ragazza cominciò a giocherellare con un fiore appena colto e disse un po’ titubante:

“Ho amato molto un uomo, prima di conoscerti. Mi sono donata completamente a lui, anima e corpo, senza rendermi conto che mi prendeva solo in giro. Quando l’ho scoperto è stato terribile, avrei voluto morire. Non vorrei ripetere la stessa esperienza per niente al mondo e, soprattutto, non voglio perdere la nostra amicizia; cerca di capirmi, ti prego…”

“Non tutti gli uomini sono così”, disse allora lui.

“Lo so, ma non voglio rischiare. Con Alain ho commesso un grosso sbaglio e, quando l’ho perso, mi sono sentita annientata. Nulla aveva più senso per me.”

Philippe le prese le mani fra le sue.

“Io non potrei mai farti del male”, esclamò con voce rotta dall’emozione, “Ti amo troppo. Ti prego, fidati di me, è l’unica cosa che ti chiedo.”

Julie rimase a fissarlo incerta. Aveva sempre avuto fiducia in lui, fin da quando lo aveva conosciuto. Perché adesso non avrebbe dovuto credergli? E poi lei, come tutti, aveva bisogno di amore e non avrebbe mai potuto immaginare un uomo migliore di Philippe al suo fianco. Lui era sempre così gentile e premuroso nei suoi confronti; e che pazienza aveva avuto con lei, i primi tempi, quando ancora doveva abituarsi a uno stile di vita che le era estraneo. In quel periodo non faceva altro che combinare guai, sia nel cucinare che nelle altre faccende domestiche; eppure non l’aveva mai sentito lamentarsi.

Mentre ripensava a tutto ciò, si accorse che Philippe le aveva preso il viso fra le mani.

“Lascia che mi prenda cura di te, Julie”, le disse con estrema dolcezza, “Insieme divideremo le gioie e i dolori della vita.” Poi la baciò. Fu un bacio tenero ma, allo stesso tempo, appassionato, a cui lei corrispose con trasporto. Era da tanto tempo che nessuno la prendeva fra le braccia in quel modo e, solo in quell’istante, Julie capì di non poter fare a meno del suo amore.

“Ti amo, Philippe”, disse semplicemente, “E voglio fidarmi di te. Ti prego non deludermi.”

Allora lui le coprì il viso di piccoli baci e rispose:

“Come potrei farlo, amore mio, se tu sei tutta la mia vita. Prima di conoscerti ero un uomo solo, stanco di vivere. Trascorrevo le mie serate seduto a tavola, con una candela accesa e un libro, mentre tutto intorno a me c’era un silenzio angosciante. Poi sei arrivata tu, così dolce e allegra, e d’un tratto la vita ha ricominciato a sorridermi. Credo di averti amata fin dal primo momento, Julie, e senza di te mi sentirei perduto.”

“Come posso esserti sembrata allegra?” chiese allora lei ridendo “I primi giorni che ho trascorso qui a Parigi sono stati così difficili per me. Non riuscivo a dimenticare Alain ed ero un disastro anche nei lavori domestici.”

Philippe la strinse forte a sé, guardandola con affetto.

“Anche se eri triste non l’hai mai dato a vedere. Avevi sempre il sorriso sulle labbra, ed è un sorriso così bello il tuo.”

Julie arrossì per il complimento, ma non ebbe il tempo di rispondere nulla perché, all’improvviso, cominciò a piovere.

“Ci conviene tornare a casa”, disse invece, alzandosi di scatto. Poi prese Philippe per mano ed insieme cominciarono a correre verso l’appartamento in rue Saint-Martin. Purtroppo però la strada era lunga e, quando arrivarono a casa, erano già completamente bagnati. Ma questo non parve turbarli molto; anzi Julie scoppiò in un’irrefrenabile risata e fu subito imitata da Philippe.

“Siamo fradici come pulcini”, esclamò lei senza smettere di ridere, “Guarda, il vestito che mi ha regalato Maddy, è tutto rovinato!”

Philippe osservò l’abito in questione. Madeleine l’aveva dato a Julie perché quello che indossava prima le era diventato stretto. Lo ricordava bene perché in quell’occasione Maddy si era stupita molto, esaminando il vestito di Julie. Aveva detto che era fatto con stoffe molto raffinate e che era un peccato che non le andasse più bene. Ad un tratto Philippe si fece più serio. La gonna che Julie indossava, essendo completamente bagnata, le aderiva al corpo come una seconda pelle e la camicia bianca di cotone era diventata semitrasparente. Senza riuscire a staccarle gli occhi di dosso deglutì. Solo in quel momento lei si accorse delle condizioni in cui erano i suoi vestiti, tuttavia non fece nulla per nascondersi al suo sguardo. Poi Philippe l’abbracciò, baciandola sulle labbra e sul collo.

“Sei bellissima, amore mio” le disse con voce roca “Sapessi quanto ti amo.”

Lei allora gli sorrise.

“Spero almeno quanto ti amo io.”

“Sicuramente di più.”

“No, mio caro. Questo non lo puoi dire!”

Si guardarono per un istante e scoppiarono a ridere nuovamente. Poi Philippe prese un asciugamano e lo porse a Julie.

“Sarà meglio che ti asciughi o ti ammalerai”, esclamò, “E togliti quei vestiti, io intanto ti aspetto nell’altra stanza.”

Julie lo osservò mentre si allontanava. Philippe era veramente una persona corretta, al contrario di Alain che non l’aveva mai rispettata, e, pensando a questo, si sentì più tranquilla. Quindi, cominciò a spogliarsi in silenzio.

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lunedì, 08 gennaio 2007

La Rosa di Parigi 26

Quando Philippe rientrò, accompagnato dal suo amico Gaston, trovò la tavola già apparecchiata.

“Ciao Julie”, disse alla ragazza che gli era andata incontro sorridente, “Vorrei presentarti il mio caro amico Gaston Coudert.”

Julie accennò un piccolo inchino.

“Molto lieta di conoscervi, monsieur.”

Gaston quasi non rimase a bocca aperta. Non solo era una fanciulla molto bella ma aveva anche dei modi di fare raffinati. Adesso capiva cosa intendesse Philippe quando affermava che fosse diversa dalle altre.

“Il piacere è tutto mio”, rispose, “Sapete, Philippe mi ha parlato talmente di voi che non vedevo l’ora di conoscervi.”

Arrossendo imbarazzato, Philippe si frappose fra i due.

“Ho un regalo per te”, disse poi con sguardo adorante, porgendole una rosa rossa.

“Anche se non potrà mai eguagliare la tua bellezza, spero che ti sia gradita.”

Julie arrossì a sua volta.

“Ti ringrazio, ma non dovevi proprio disturbarti.”

“Nessun disturbo. E’ solo un fiore per il fiore più bello.”

A quel punto Gaston non seppe più trattenersi e scoppiò a ridere fragorosamente.

“Mio caro Philippe, sei un poeta nato. D’ora in poi chiameremo questa adorabile creatura Rosa di Parigi, che te ne pare? Mi sembra adatto!”

“Taci”, ribatté però lui irritato, “Non mi piace essere preso in giro.”

“E chi ti prende in giro? Mai stato più serio di così.”

Poi, congedandosi, si rivolse a Julie con un sorrisino malizioso:

“Mia cara Rosa di Parigi, piacere di avervi conosciuta. No, non c’è bisogno che mi accompagniate alla porta, conosco la strada.”

Philippe guardò l’amico allontanarsi, dopo di che esclamò:

“Non preoccuparti, Gaston è un gran burlone.”

“Me ne sono accorta”, fece dunque lei ridendo, “Comunque è simpatico.”

Rimasti soli, si sedettero a tavola e Julie, dopo aver servito dello stufato fatto con la carne che le aveva procurato Maddy, cominciò a raccontare come aveva trascorso la giornata e quanto fosse stata gentile con lei Madeleine.

“E’ stata lei a darmi la carne che stiamo mangiando”, spiegò, “Altrimenti i soldi non mi sarebbero bastati. E mi ha anche insegnato a fare lo stufato. Io non sono mai stata brava in cucina!”

Philippe bevve un sorso di vino e la guardò contento.

“Mi fa piacere che tu abbia fatto amicizia con Madeleine. Lei e suo marito Emile sono due persone fantastiche. Per quanto riguarda il denaro vedrò cosa posso fare. La vita è diventata molto cara ma il mio salario è quello che è.”

All’improvviso Julie si sentì un peso. Era evidente che i soldi non bastavano perché erano in due.

“Potrei cercarmi un lavoro. Forse con l’aiuto di Maddy riuscirei a trovarlo.”

Ma lui non fu della stessa opinione.

“Non se ne parla neanche. Posso provvedere a entrambi; basterà solo avere pazienza e fare qualche sacrificio.”

Julie allora lo guardò con affetto. Philippe era una persona straordinaria. Quasi non la conosceva e già la trattava come una di famiglia. Era stata davvero fortunata ad incontrarlo.

 

 

Quella notte Julie ebbe un sonno agitato. Sognò di essere con Alain in una delle immense stanze della reggia di Versailles. Lui la stava stringendo a sé quando all’improvviso entrò la baronessa de Courtizot che, con un ghigno maligno, si frappose fra loro. Julie chiamava Alain, ma quella donna lo separava da lei. Ad un tratto però scomparvero entrambi ed ella si ritrovò sola con Philippe che, avvicinandosi, la prese fra le braccia e la baciò. Si svegliò all’improvviso tutta sudata e si chiese che significato potesse avere quel sogno. Alain era ancora nel suo cuore, questo non poteva negarlo, però, allo stesso tempo, si sentiva attratta da Philippe e tutto ciò la sconcertava. Certo, lui era stato molto gentile con lei, ma si conoscevano ancora così poco, come poteva provare qualcosa per quell’uomo? Immersa nelle sue meditazioni, si alzò per bere un bicchiere d’acqua e, casualmente, l’occhio le cadde sulla rosa che Philippe le aveva regalato. Era stato un pensiero davvero carino e Julie si ritrovò a pensare che Alain, in tutta la sua ricchezza, non le aveva mai donato nulla; al contrario Philippe, pur essendo povero, aveva saputo darle così tanto. Forse sarebbe stato difficile e doloroso dimenticare il marchese de Saint-Fraycourt che era stato il suo primo amore; ma col tempo e l’aiuto di Philippe ci sarebbe riuscita. Prendendo fra le mani la piccola rosa rossa promise a se stessa che avrebbe fatto di tutto perché ciò accadesse il più presto possibile.

 

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giovedì, 04 gennaio 2007

La Rosa di Parigi 25

Julie si mise in coda con le altre donne. Fino a quel momento non si era resa conto di quanto fosse grande la miseria nella capitale. Ma adesso cominciava a capire e si chiese come potevano, il re e la regina, lasciare che il popolo vivesse in quelle condizioni. Eppure lei aveva conosciuto Marie Antoinette e sapeva che non era una persona malvagia. Osservando le persone accanto a lei, vestite di stracci e coi volti segnati dalla fame, provò una gran pena. Ad un tratto la sua attenzione fu catturata da una donna che urlava. “E’ un’ingiustizia!”, diceva questa a gran voce, “Voi panettieri ve ne approfittate; alzate i prezzi per guadagnare di più mentre noi non abbiamo di che mangiare.”

Un’altra donna allora si affrettò ad aggiungere: “E’ vero, e come se non bastasse, a noi poveri vendete il pane nero, mentre ai ricchi date il pane bianco.”

Julie notò che la folla cominciava ad animarsi ma Madeleine la tranquillizzò dicendo che succedeva così quasi tutte le mattine.

“Dovrai farci l’abitudine”, aggiunse, “La gente è stufa di subire e comincia a ribellarsi.”

“Adesso capisco perché Philippe odia tanto i nobili”, esclamò allora Julie, “Li considera responsabili di tutta la miseria che c’è, non è vero?”

Madeleine si fece più cupa.

“Solo in parte, Julie. La vera ragione è un’altra ed ha a che vedere con la morte di sua sorella. Ti ha parlato di lei?”

“Mi ha detto solo che è morta.”

“E’ stata una vera tragedia. Philippe adorava sua sorella Isabelle. Lei era così dolce e buona. Aveva circa quindici anni quando andò a lavorare come cameriera a casa di un nobile e, sfortunatamente, si innamorò di lui. Era troppo giovane e ingenua per accorgersi che quell’uomo la prendeva solo in giro. Le aveva promesso di sposarla, ma ,quando rimase incinta, la scacciò di casa senza pietà. Isabelle non ebbe il coraggio di confidarsi con nessuno; si vergognava troppo per quello che era successo ed un giorno Philippe la trovò morta avvelenata. Si era uccisa per non sopportare la vergogna di mettere al mondo un figlio bastardo. Ecco perché Philippe odia la nobiltà e credo ne abbia tutte le ragioni.”

Julie guardò Madeleine con gli occhi pieni di lacrime. Poi una donna la spinse dicendo: “Ehi tu, non ti accorgi che è il tuo turno?”

Julie non rispose. Acquistò una libbra di pane per tre soldi, quindi si allontanò insieme a Maddy. Quella mattina riuscì ad acquistare anche una pinta di vino e un po’ di sale per un totale di altri sette soldi. Sconcertata dai prezzi del cibo si rivolse all’amica con una certa preoccupazione:

“Di tutto il denaro che mi ha lasciato Philippe mi è rimasto solo un soldo! Come farò a preparare qualcosa da mangiare?”

Madeleine le sorrise tristemente.

“I prezzi purtroppo aumentano di giorno in giorno. Ma non ti preoccupare, io sono riuscita ad acquistare due libbre di carne, per me e mio marito basta e avanza, posso dividerla con te; in cambio tu puoi darci un po’ del vostro vino. Se non ci si aiuta fra amici…”

Julie la guardò con gratitudine, poi si avviarono verso casa.

 

20070104-201809

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