Edmond_e_charlotte

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Le storie di Laureen

Le storie di Laureen

Le passioni, l'arme e l'amore...

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giovedì, 29 marzo 2007

La Rosa di Parigi 49

CAP 12

 

4 GIUGNO 1789

 
Julie, Annette e Madeleine se ne stavano sedute davanti a una tazza di tè e, intanto, chiacchieravano allegramente. Quel giorno era probabile che Philippe tornasse tardi a casa. Ultimamente era molto impegnato, come deputato del terzo stato e, tutti i giorni, si riuniva, con i suoi colleghi, in assemblea. Assemblea dei Comuni, questo era il nome attribuitogli dai suoi membri, intendendo affermare, in questo modo, la volontà di esercitare i diritti della Camera dei Comuni inglese. E Julie era fiera del fatto che Philippe fosse uno dei suoi rappresentanti; anche se spesso sentiva la sua mancanza, nelle lunghe e interminabili giornate in cui la lasciava sola.

Ma quelli erano tempi difficili ed ella sapeva di non poter pretendere nulla di più di ciò che aveva. Ripensando a tutto questo, esclamò:

“Spero proprio che un giorno le cose si sistemeranno e che io e Philippe potremo, finalmente, vivere felici.”

“Perché, non sei felice ora?” domandò Madeleine stupita “Eppure, da quando sei tornata, sembri l’immagine della felicità.”

Julie si alzò per sparecchiare la tavola.

“La mia gioia viene da Philippe”, rispose, “E’ quando non c’è che mi assalgono i dubbi.”

“Dubbi di che genere?”

“Su tante cose. Sul futuro, per esempio.”

Madeleine la guardò allibita.

“Ti preoccupa il futuro? Per quale motivo? Hai un uomo che ti ama, al tuo fianco. Non dovresti temere nulla. Vi sposerete e lui avrà cura di te.”

La ragazza prese uno straccio per pulire il tavolo e fece per ribattere qualcosa, ma Annette la interruppe dicendo:

“Mademoiselle Julie, lasciate fare a me, non è lavoro per voi, questo!”

Notando l’espressione esterrefatta di Madeleine, allora, ella balbettò confusa:

“Annette ha sempre voglia di scherzare. Si diverte a trattarmi come se fossi una nobildonna e lei la mia serva. Piuttosto bizzarra, vero?” e, detto ciò, le lanciò un’occhiataccia.

“Allora cos’è che ti preoccupa?” incalzò l’amica “Hai un futuro radioso, davanti a te: ti sposerai con uno dei deputati dell’Assemblea dei Comuni. Si può sapere cosa pretendi di più dalla vita? Sapessi quante donne ti invidiano.”

“Intanto, non è assolutamente vero che ci sposiamo”, fece Julie, tornando a sedere, mentre Annette finiva di riordinare.

“Come, non vi sposate?”

“Non sono maggiorenne e mio fratello non mi vuole dare il suo consenso. Per questo ho deciso di fare a modo mio. Amo Philippe e lui ama me. Non mi importa se la nostra unione non sarà regolata dal matrimonio.”

“Capisco. E’ questo che ti preoccupa?”

“Solo in parte. Il problema è che vivo ogni giorno nell’angoscia che possa succedergli qualcosa. Sono tempi difficili, questi. Fomentano le rivolte e Philippe è un deputato fra quelli più intransigenti. Odia a morte la Casa Reale e tutta la nobiltà. Tu stessa me ne hai spiegato i motivi, una volta.”

Madeleine sospirò.

“Sì, non è una novità, questa. Però è sempre stata una persona molto prudente. Non ha mai manifestato pensieri di rivolta; ha sempre detto che non c’era nulla da fare e che le cose non potevano cambiare.”

“Questo prima di essere eletto deputato agli Stati Generali. Adesso dice che l’unione fa la forza e che lui e gli altri membri si batteranno per rivendicare i diritti del popolo. Sono molto orgogliosa di lui, ma ho tanta paura. Pensa se ci fosse uno scontro a fuoco e lui rimanesse ucciso? Non potrei sopportarlo.”

Madeleine, allora, si alzò e le andò vicino, prendendole una mano.

“Non preoccuparti” disse “Non accadrà nulla del genere e tu e Philippe sarete molto felici.”

 

Nicolas de Soissons camminava, avanti e indietro, per la stanza, senza osare posare lo sguardo sul duca du Chatelet.

“Vi prego di voler scusare questo contrattempo” disse, tentando di non lasciar trapelare la propria irritazione “Mia sorella è sparita di nuovo, ma non dovete preoccuparvi; la situazione è sotto controllo.”

“Sotto controllo, dite?” eclamò egli scettico “A me pare evidente che quella fanciulla preferirebbe morire piuttosto che convolare a nozze con me. E in fondo non le do tutti i torti. Sono troppo vecchio per lei. Trovatele un marito che le sia congeniale, Nicolas, e vedrete che tutto si risolverà per il meglio.”

Già, pensò allora il duca con aria funerea, un marito che le sia congeniale… facile a dirsi, ma a farsi? Finora quella ragazzina viziata si era innamorata, solo, di persone lontane dalla sua portata. Il marchese de Saint-Fraycourt era allergico al matrimonio, purtroppo, e quel pezzente raccattato per le strade di Parigi non era neanche da prendersi in considerazione. Ma, sì. Che morisse zitella, quella stupida. Avrebbe risparmiato una dote cospicua; in fondo non tutti i mali vengono per nuocere, non è così che si dice? Doveva solo rassegnarsi al fatto di non avere più una sorella.



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lunedì, 26 marzo 2007

La Rosa di Parigi 48

Nicolas de Soissons strinse la lettera fra le mani e l’accartocciò.

“Maledizione!” urlò con gli occhi fiammeggianti d’ira “Quella sgualdrina di mia sorella me l’ha fatta di nuovo!”

Non si era reso conto della sua fuga fino alla sera, quando era passato da lei, per sincerarsi che stesse bene. E invece aveva trovato la stanza vuota. Anche la cameriera si era dileguata ed era da escludere che fossero andate a fare una passeggiata nel parco a quell’ora. Quindi aveva interrogato le guardie che avevano il compito di sorvegliarla e, queste, erano cadute dalle nuvole. Nessuno era uscito da quella stanza, a loro parere. Avevano visto, solo, entrare la domestica insieme al fattorino della sarta. Ma nessuno di loro era uscito da quella porta, di questo erano sicuri. Poi aveva trovato la lettera e tutto gli si era chiarito. Non si era mai sentito così umiliato e impotente. E tutto per colpa della sua amante. Se non avesse mai intrecciato una relazione con lei, Julie non avrebbe mai avuto un’occasione per ricattarlo. Ma cosa poteva farci? Era troppo sensibile al fascino femminile e poi quella donna sapeva fare dei giochetti favolosi a letto. In un attimo, realizzò che i suoi piani erano di nuovo sfumati a causa di una donna. Prima la baronessa de Courtizot e adesso la duchessa de Bourbon. Come se non bastasse, poi, Julie sosteneva di avere la protezione di Sua Maestà la regina, in persona. E non era una novità che quella piccola intrigante fosse entrata nelle sue grazie. Non gli restava altro da fare che arrendersi e ammettere la propria sconfitta di fronte a una bottiglia di buon vino.

“A Julie” brindò ironico, dopo essersi riempito il bicchiere “Alla mia cara sorella che mi ha fottuto per la seconda volta!”

 
 

Philippe strinse la sua amata fra le braccia. Gli sembrava ancora un sogno, averla lì, al suo fianco. E pensava a tutti quei mesi passati a desiderarla; quanto tempo avevano perso! Aveva indugiato per troppo rispetto nei confronti di lei; convinto di dover attendere la prima notte di nozze per godere di quel corpo stupendo. E invece non ci sarebbe stato nessun matrimonio. Ma, a quel punto, a nessuno dei due importava più. E Julie era stata per lui una vera sorpresa: un’amante dolce, ma allo stesso tempo appassionata. Certo, era consapevole del fatto di non essere il primo uomo per lei; ma non si aspettava di venire travolto da simili sensazioni, mentre la faceva sua. Ogni sua carezza, ogni suo movimento ed ogni suo respiro, erano per lui una fonte inesauribile di piacere. Era come se i loro corpi e le loro anime si fondessero alla perfezione. Come, se avessero aspettato quel momento, per tutta la vita.

“A cosa stai pensando?” gli domandò lei, ad un tratto; accorgendosi della sua aria assorta.

“Vorrei poterti dare di più di quel che ho da offrirti”, rispose, “Mi rendo conto che eri abituata ad un tenore di vita che io non posso permettermi. Con me non avrai né vestiti nuovi, né preziosi gioielli, né cibi raffinati…”

“E pensi che tutto questo mi importi?”

Adesso Julie si era sollevata su un gomito e lo guardava coi suoi grandi occhi di cerbiatta.

“Adesso forse no, ma un giorno sentirai la mancanza di queste cose.”

“Ma avrò te a compensarmi di tutto.”

Philippe le sorrise. Era così dolce. In quel momento distesa, tutta nuda, sotto le lenzuola, gli parve una bambina.

“Ma se avessi sposato il tuo Alain avresti potuto possedere molto di più.”

Ecco, lo aveva detto. Alla fine era riuscito a tirare fuori la gelosia che lo attanagliava. Il pensiero che era stato quel damerino a renderla una donna e che, forse, lei provava ancora qualcosa per lui. Perché Julie non era quel tipo di ragazza che si buttava fra le braccia di un uomo, senza esserne perdutamente innamorata. E i grandi amori non muoiono mai; qualcosa resta sempre sotto la cenere.

Improvvisamente lei si accigliò.

“Non è più il mio Alain”, disse con irritazione, “E non ci tengo a sposarmi con lui, almeno quanto lui non ci tiene a sposare me.”

“Quell’uomo ti sposerebbe all’istante. L’ho visto come ti guardava, sai?”

Adesso Julie parve quasi divertita. Philippe era geloso di Alain; le sembrava così assurdo.

“Dai, smettila!” obiettò “La storia fra me e quell’uomo è finita da un pezzo. Dovresti saperlo che amo solo te.”

“Già, ma mi sento morire se penso che, un tempo, sei stata sua. Immagino che fosse uno che ci sapeva fare con le donne, non è così?”

Julie sorrise.

“Alain conosceva perfettamente l’arte amatoria, ma mancava di sentimento. Con lui non ho provato una centesima parte di quello che ho provato fra le tue braccia.”

“Ne sei sicura?”

Adesso stava proprio ridendo, mentre lui la osservava sospettoso.

Uhmmm… a dire il vero, no”, scherzò, baciandolo sulle labbra, “Dovresti farmi tua un’altra volta per averne una conferma.”

Anche Philippe, allora, si unì alla risata. Poi le loro labbra si cercarono di nuovo, mentre le loro mani si esploravano vicendevolmente.

Fecero l’amore fino alle prime luci dell’alba e, solo allora, Julie esclamò estasiata:

“Adesso ne sono sicura!”

 

 
Alain de Sain-Fraycourt guardò di sbieco il suo interlocutore.

“Ho cercato di avvisarvi, Nicolas; ma un vostro servitore mi ha detto che non volevate essere disturbato”

Il duca era livido di rabbia.

“Dovevate insistere, diamine! Per colpa vostra, mia sorella mi è sfuggita di nuovo!”

“Eh, no; caro mio. Se è fuggita è perché voi insistevate con quell’assurda idea di darla in sposa a un vecchio. Se aveste cercato qualcuno che facesse meglio al caso suo…”

“C’eravate voi per questo, no? Non erano quelli gli accordi? Dovevate infilarvi nel suo letto, e non sarebbe stata la prima volta. Voi le piacevate, no? Perché diamine allora non l’avete fatto?”

Il marchese tentennò. Sarebbe stato troppo umiliante spiegargli che ci aveva provato. L’aveva lusingata, corteggiata, le aveva persino promesso di esserle fedele; ma era stato rifiutato.

“Andate al diavolo, Nicolas” fu tutto ciò che riuscì a dire “Voi e vostra sorella.”

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categorie: la rosa di parigi
giovedì, 22 marzo 2007

La Rosa di Parigi 47

Philippe aprì la porta dell’appartamento in rue Saint-Martin ed entrò, seguito dalle due donne.

“Eccoci arrivati” disse, mentre Annette si guardava intorno stupita. Quella casa era un vero buco; già ci si stava stretti in due, in tre sarebbe stato un serio problema viverci.

Ma, intuendo la sua preoccupazione, Julie la tranquillizzò:

“Vedrai che ti troverai bene qui con noi. Tanto per cominciare puoi dormire in quello che era il mio letto” e le indicò una piccola branda che Philippe le aveva procurato i primi tempi della sua permanenza in casa sua. Il divano si era infatti rivelato troppo scomodo ed era stato sostituito.

Poi la fanciulla lanciò un’occhiata carica di sottintesi al loro ospite ed aggiunse:

“ Del resto non penso proprio che mi servirà ancora.”

L’uomo le sorrise un po’ imbarazzato. Doveva abituarsi alla presenza di un’estranea in quella casa e non sarebbe stato facile, per un uomo abituato a starsene per conto proprio.

Quindi fece segno a Julie di seguirlo nell’altra stanza ed Annette fu lasciata sola, a domandarsi come diamine avesse fatto la sua padrona a vivere in quel tugurio tutti quei mesi.

Una volta appartatosi con la donna che amava, Philippe decise di affrontare un argomento per lui di enorme importanza:

“Sei sicura di voler vivere con me per il resto della tua vita?”

“Perché ne dubiti?”

“Sei ancora in tempo per tornare indietro.”

“Ma io non voglio tornare indietro.”

L’uomo attraversò la stanza a passi nervosi.

“E cosa facciamo se tuo fratello ci viene a cercare? Potrebbe sbattermi di nuovo in carcere ed obbligarti a sposare quel duca. A questo hai pensato?”

“Non lo farà.”

“Come fai ad esserne così sicura?”

Philippe guardò la sua donna negli occhi. Aveva un’espressione talmente decisa che gli fece intuire che doveva esserci qualcosa di cui lui non fosse a conoscenza.

Alla fine lei si decise e parlò:

“Prima di lasciare la reggia gli ho scritto una lettera in cui lo avvertivo di non intromettersi più nella mia vita, altrimenti avrei rivelato al duca de Bourbon che lui è l’amante di sua moglie.”

“Ed è la verità?”

“Sì.”

Philippe si sedette stancamente sul letto mentre lei aggiungeva con enfasi:

“Inoltre gli ho fatto presente che sua Maestà la regina è dalla nostra parte e che non gli conviene sfidarla.”

“Davvero quell’austriaca è dalla nostra parte? Sa di te e di me?”

“Bé, non esattamente” precisò Julie “ Però una volta mi ha detto che se avessi avuto bisogno del suo aiuto avrei potuto contare su di lei.”

“Non è propriamente la stessa cosa”, osservò Philippe contrariato, ma lei gli dedicò un innocente sorriso e tutto gli parve meno grave.

“Suvvia, non parliamone più”, incalzò la fanciulla, “Dimentichiamo questa brutta storia.”

A quel punto lui ricambiò il sorriso e sospirò.

“E’ solo che non mi sembra vero che tu sia qui e che sia stata mia.”

“Eppure è proprio così e, nel caso te ne dimenticassi, ci penserò io a ricordartelo.”

“Ah, sì? E come?”

Julie non rispose. Si limitò a spogliarsi lentamente.

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lunedì, 19 marzo 2007

La Rosa di Parigi 46

Quando Philippe si voltò a guardare Julie, la vide pallida e tremante.

“Chi era quell’uomo?”

“Alain de Saint-Fraycourt.”

“Il tale di cui eri innamorata? Non riesco a crederci.”

“A cosa non riesci a credere?”

“Che tu possa aver amato una persona del genere. Ma l’hai visto bene? Non è altro che un manichino incipriato e, come se non bastasse, arrogante come pochi.”

“Se solo me ne fossi accorta prima”, disse tristemente, “Mi sarei risparmiata un grande dolore. Purtroppo non si può tornare indietro…”

“Ma si può guardare avanti!”

I loro sguardi si incontrarono e le labbra di lei si incurvarono in un sorriso.

“Adesso dobbiamo andare”, fece sbrigativa, “Nicolas sarà qui tra poco.”

“Ma fuori di qui è pieno di guardie. La domestica che mi ha condotto quaggiù mi ha spiegato che sei sorvegliata a vista ed ha dovuto far credere che io fossi il garzone della sarta per farmi passare liberamente.”

Julie parve riflettere sul da farsi. Improvvisamente un’idea le balenò per la mente. Se non ricordava male doveva esserci un passaggio segreto. Come diamine aveva fatto a dimenticarsene? L’aveva usato una volta ai tempi della sua scappatella col marchese de Saint-Fraycourt e, in quel frangente le era stato molto utile.

Quindi aprì una porticina secondaria, nascosta sotto un arazzo, raffigurante una battuta di caccia.

“Di qui si accede al parco. Se ci muoviamo subito, mio fratello non riuscirà a raggiungerci.”

In quel mentre però ricomparve Annette.

“Non vorrete scappare di nuovo, mademoiselle? Non potete farlo!” fece allarmata.

Ma Julie era più che mai decisa a procedere.

“Per quale motivo non potrei? Ho imparato che nella vita bisogna lottare per ottenere ciò che si vuole. Ed è proprio quello che sto facendo: difendo la mia libertà!”

La cameriera guardò la padroncina con gli occhi pieni di lacrime.

“Allora, vi prego, portatemi con voi”, disse singhiozzante, “Per me non ha senso rimanere qui, voglio anch’io la mia libertà.”

Julie sorrise e la prese per mano. Annette le era sempre stata fedele ed anche a lei dispiaceva lasciarla.

“Coraggio” aggiunse con un sorriso “Dobbiamo sbrigarci!”

E, correndo, Philippe e le due giovani donne si allontanarono attraverso il passaggio segreto.


 
Quando un servitore avvisò Nicolas che il marchese de Saint-Fraycourt desiderava vederlo, l’uomo stava intrattenendosi con la duchessa de Bourbon ed era tutt’altro che propenso ad un colloquio con lui. Pertanto lasciò detto che non desiderava essere disturbato e ad Alain non restò altro da fare che rassegnarsi.

“Qualche problema?” si informò la duchessa, morbidamente adagiata sul suo letto. Sembrava una dea mentre lo guardava piena di desiderio.

“No, mia cara. Solo uno scocciatore; ma ho provveduto ad allontanarlo. Niente mi distoglierebbe da voi, in questo momento”

“Lo voglio ben sperare”, sorrise lei maliziosamente, “Tanto più che, come ben sapete, non potrò trattenermi a lungo.”

“Tesoro mio, la fretta è nemica dell’amore”

“ Dunque non perdete altro tempo in chiacchiere, Nicolas. Mio marito rientrerà tra un’ora e per allora dovrò essere ad attenderlo nelle mie stanze.”

Il duca la raggiunse, liberandosi della giacca e della camicia. Come sempre quella donna aveva ragione: perché perdere tempo in chiacchiere quando avevano qualcosa di più interessante da fare?


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categorie: la rosa di parigi
giovedì, 15 marzo 2007

La Rosa di Parigi 45

Qualche ora più tardi, mentre giacevano addormentati l’una nelle braccia dell’altro la cameriera tornò a bussare alla porta.

Julie indossò nuovamente la veste da camera e andò ad aprire.

“Che c’è Annette?”

“Mademoiselle, c’è il marchese de Saint-Fraycourt che chiede di vedervi. Gli ho spiegato che state riposando ma non vuole sentire ragioni. Ha minacciato di entrare con la forza…”

“D’accordo, non preoccuparti. Ci penso io.”

Poi si rivolse a Philippe e spiegò:

“Sto per ricevere una visita, ma non preoccuparti; lo farò passare nell’anticamera, così non ti vedrà.”

“Di chi si tratta? Di tuo fratello?”

“No, Nicolas non viene quasi mai qui.”

“E allora chi diavolo…”

Ma Julie non gli lasciò neppure il tempo di finire la frase, gli diede un bacio frettoloso e poi sparì nella stanza adiacente, dove il marchese la stava aspettando.

“Per quale motivo avevate così fretta di vedermi?” chiese la fanciulla, leggermente irritata “Non ci eravamo già detti tutto?”

L’uomo indugiò lo sguardo sulla scollatura della sua veste da camera e disse, eludendo la domanda:

“Sei molto eccitante, vestita così… o forse dovrei dire svestita…”

“Non siate insolente, Alain!”

“Il mio voleva solo essere un apprezzamento…”

Poi il marchese le prese una mano e, con sua enorme sorpresa, le infilò un anello al dito.

“Appartiene alla mia famiglia da generazioni” spiegò “E ci terrei che lo avessi tu.”

Lei, dopo un attimo di smarrimento, glielo restituì dicendo:

“Non posso accettare. Regalatelo alla donna che sposerete, non a me.”

“Io non mi sposerò mai. Perché l’unica donna che desidero sta per sposare un altro uomo.”

“Alain, per favore…”

“Permettimi di donarlo a te, insieme al mio cuore.”

Julie cominciava a sentirsi a disagio. Nell’altra stanza c’era l’uomo con cui aveva appena fatto l’amore ed ora il suo amante di un tempo le faceva dono di un gioiello di estremo valore. Era una situazione a dir poco bizzarra.

“Non voglio né il vostro cuore, né l’anello. Alain, cercate di capire…”

“Adesso ti rivolgi a me come se fossi un estraneo? Eppure un tempo mi davi del tu e mi chiamavi amore, non ricordi?”

“Un tempo, Alain. Non più.”

Julie lasciò cadere l’anello sul pavimento. Non desiderava aver più nulla a che fare con quell’uomo e sperava che lui cogliesse il messaggio e se ne andasse. Ma ottenne solo l’effetto di farlo infuriare.

L’uomo avanzò di qualche passo, senza distogliere lo sguardo da lei.

“Non mi è piaciuto affatto lo schiaffo che mi hai dato l’altro giorno. Ed ora anche questo affronto…” poi l’afferrò per le spalle e aggiunse:

“Nessuna donna, prima d’ora, ha mai osato respingermi e non tollero che lo faccia tu!”

Julie sfidò il suo sguardo.

“Cosa avete intenzione di fare?”

“Nulla. Voglio solo ricordare i vecchi tempi.”

“Che intendete dire?”

“Ancora non hai capito? Allora ti spogli tu o devo farlo io?”

Lei cercò di sottrarsi al suo abbraccio ma l’uomo la teneva troppo saldamente.

“Lasciami, non voglio!”

“Bene, vedo che siamo tornati al tono confidenziale. E’ già un inizio.”

“Ti prego, Alain, lasciami andare.”

“E perché mai? Anche tu lo desideri, lo so. Una come te non può rassegnarsi a passare la vita con un vecchio. Hai bisogno di un buon amante.”

Il marchese stava per slacciarle la veste e solo l’intervento tempestivo di Philippe risolse la situazione.

“Non avete sentito?” disse entrando all’improvviso nella stanza “Vi ha detto di lasciarla andare!”

Alain si voltò esterrefatto, permettendo a Julie di liberarsi.

“Che cosa ci fa qui quest’uomo?”

“Non sono affari che ti riguardino”, rispose la giovane, gli occhi puntati verso di lui con fierezza. In un attimo si rese conto che la timida fanciulla di un tempo si era trasformata in una donna ferma e decisa; una donna che lo disprezzava e per cui lui non era più nulla.

Il suo orgoglio ferito, quindi, lo fece parlare con rabbia:

“Può darsi che a me non debba interessare, mademoiselle, ma credo che a vostro fratello interesserà e molto!”

E, gettata un’ultima occhiata ai due amanti, girò i tacchi e lasciò la stanza a grandi falcate.

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lunedì, 12 marzo 2007

La Rosa di Parigi 44

Alain de Saint-Fraycourt aveva un diavolo per capello. Pensava che non sarebbe stato difficile riconquistare Julie; che sarebbe caduta di nuovo fra le sue braccia non appena le avesse dato la sua parola di esserle fedele. E, diamine, era stato sincero! Realmente, non aveva intenzione di tradirla, stavolta. Perché nessun’altra donna gli suscitava le stesse emozioni che provava con lei. Perché aveva cercato in tutti i modi di dimenticarla e non ci era riuscito. Eppure lei lo aveva rifiutato. Ancora stentava a credere che una donna avesse potuto negargli i suoi favori. Forse però non era tutto perduto. Era ancora in tempo a riconquistarla; magari se le avesse regalato un gioiello avrebbe cambiato idea nei suoi confronti, si sa le donne farebbero di tutto per una pietra preziosa, persino Sua Maestà la regina era stata coinvolta in uno scandalo per una stupida collana. Improvvisamente gli venne un’idea. Doveva avere qualcosa che facesse al caso suo.

 
 

“E così è stato tuo fratello a farmi arrestare?” chiese Philippe, incredulo che quell’uomo fosse arrivato a tanto.

Julie si raggomitolò contro di lui e annuì.

“Lo ha fatto per ricattarmi.”

“Come ricattarti?”

“Sapeva quanto tu contassi per me ed ha sfruttato la situazione per convincermi ad accettare la proposta di matrimonio del duca du Chatelet.”

A quelle parole lui si sollevò su un gomito e la fissò con gli occhi lampeggianti d’ira.

“Che cosa? Davvero ti sposerai con quel duca?”

“No, sciocco. Ora che sei libero niente potrà indurmi ad obbedire alla volontà di Nicolas. Ti amo e l’unica cosa che voglio è poter stare con te.”

Philippe sospirò amaramente e si lasciò cadere sui guanciali. Si rendeva conto anche fin troppo bene che non sarebbe stato facile, per loro, vivere insieme.

“Non potremo sposarci. Io non sono nobile e, come se non bastasse, tuo fratello non acconsentirebbe mai a un’unione fra noi.”

Julie si sedette sul letto, scuotendo con veemenza i riccioli biondi che le ricadevano sulle spalle nude.

“Io non rinuncerò mai a te. Mai!”

“Tesoro, questo mi lusinga; ma dobbiamo essere realisti. Proprio non è possibile un matrimonio fra noi.”

“E allora non ci sposeremo. Non mi preoccupa affatto l’idea di non rispettare le convenienze ed il ruolo di amante non mi dispiace. Te ne ho appena data una prova, no?”

Lo sguardo malizioso di lei gli provocò un brivido lungo la schiena.

“Mi ami fino a questo punto?”

“Ancora ne dubiti?”

I loro occhi si incontrarono, dicendosi molto più delle parole. Poi Julie prese ad accarezzare Philippe, mentre il desiderio si riaccendeva in lei.

“Tu sei il mio uomo” mormorò chinandosi a baciarlo sul petto “Ed io sono la tua donna. Così sarà sempre.”

Lui chiuse gli occhi, chiedendosi se fosse possibile amare una persona con tale intensità.

Mormorandole paroline dolci all’orecchio, quindi, l’attirò a sé. La morbidezza della sua pelle gli inebriò i sensi e fecero di nuovo l’amore con passione.

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mercoledì, 07 marzo 2007

La Rosa di Parigi 43

Julie camminava nervosamente per la stanza, ancora in veste da camera. La sua cameriera sembrava essersi dileguata, ma non era quello a innervosirla, bensì il fatto di non riuscire a trovare una via d’uscita. Se Philippe era ancora in quell’orribile prigione non poteva sperare di riuscire a scappare per raggiungerlo. La sua salvezza dipendeva da lei e, se lo voleva libero al più presto, doveva sposarsi immediatamente. Ma poteva fidarsi della parola di Nicolas? A quel punto non ne era certa. E se si fosse maritata col duca du Chatelet e suo fratello avesse deciso di non mantenere la parola data? Si sarebbe sacrificata per niente e Philippe sarebbe marcito in una cella. Sempre più agitata, stava per mettersi a piangere, quando udì bussare alla porta della sua camera e la voce di Annette interruppe le sue meditazioni.

“Mademoiselle, c’è una visita per voi.”

“Non voglio vedere nessuno!”

“Neanche monsieur Delatouche?”

Per un istante credette di non aver inteso bene. Poi aprì di scatto la porta e si ritrovò davanti, come in un sogno, l’uomo a cui aveva pensato, ininterrottamente, negli ultimi giorni.

“Mio Dio, non riesco a crederci…” mormorò con le lacrime agli occhi. Quindi lo fece entrare e richiuse la porta dietro di sé, per rimanere sola con lui.

Philippe si guardò attorno un po’ intimidito. Quella stanza era grande quasi il doppio del suo appartamento. Solo ora si rendeva conto di quanto dovesse essere stato difficile per lei vivere a Parigi, essendo abituata a tutto quel lusso. Solo ora si accorgeva della profonda differenza fra loro.

Julie, tuttavia, parve non badarci. Gli sfiorò delicatamente una guancia con la mano e chiese:

“Come stai?” senza attendere risposta, poi, gli si gettò fra le braccia. “Ero così in ansia per te, sapessi. Quando sei uscito di prigione?”

“La sera stessa del mio arresto” rispose lui

“Ma allora mio fratello ha mentito…” Julie era profondamente indignata ma poi udì Philippe chiederle:

“Perché sei andata via? Quando sono arrivato a casa, tu non c’eri più. Al tuo posto ho trovato una lettera, poche righe in cui mi informavi della tua dipartita. Perché tutta questa fretta? Ti mancava così tanto la bella vita che conducevi qui che non hai atteso un solo giorno per tornare a Versailles?”.

Non era quello che avrebbe voluto dirle. Non era il discorso che si era preparato. Ma vederla lì, in quella stanza riccamente ammobiliata, e vestita con stoffe pregiate, mentre la gente a Parigi moriva di fame, gli aveva fatto andare il sangue alla testa.

“Come puoi pensare una cosa simile di me?” Julie sembrava sinceramente delusa. “Ancora non hai capito che ti amo? Se sono tornata a vivere qui è stato solo perché…”

Ma lui non la lasciò finire e finalmente ricambiò il suo abbraccio.

“Scusami. Non avrei dovuto dubitare di te. E’ stato stupido da parte mia. Tu hai solo cercato di aiutarmi, non è vero?”

Lei annuì in silenzio. Le lacrime che le rigavano il volto e le mani che le tremavano.

“Dio mio, quanto mi sei mancata in questi giorni…”

La fanciulla allora lo baciò.

“Anch’io ho sentito terribilmente la tua mancanza” disse, poi, staccandosi da lui e fissandolo intensamente “Ti amo, Philippe, e ti desidero”

Quindi tornarono ad abbracciarsi. Era come se il mondo attorno a loro non esistesse più; nulla aveva importanza se non il loro amore e, quasi senza accorgersene, Philippe la liberò della veste da camera e la depose sul letto. Le ultime parole che Julie sentì pronunciare dalle labbra di lui furono:

“Anch’io ti desidero, amor mio.”

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categorie: la rosa di parigi
lunedì, 05 marzo 2007

La Rosa di Parigi 42

CAP 11

 

30 MAGGIO 1789

 
Annette respirò a fondo l’aria fresca del mattino e sorrise fra sé. Era felice che Julie fosse tornata alla Reggia. Quella ragazza le era mancata moltissimo, forse perché si occupava di lei fin da quando era bambina e la considerava un po’ come una sorella minore. Sua madre, a quel tempo, lavorava come cuoca nella tenuta dei duchi de Soissons e così, poco dopo la nascita di Julie, le era stato affidato il compito di badare a lei. Allora aveva solo otto anni, sebbene fosse molto matura per la sua età, e Julie non divenne solo la sua padroncina, ma qualcosa di più. Le voleva un bene profondo. Al punto da essere seriamente preoccupata per la sua situazione. Essere costretta a sposare un uomo che non si amava era già, di per sé, una cosa orribile, anche se all’ordine del giorno; ma unirsi in matrimonio ad un vecchio così noioso era proprio una sventura. Mentre rifletteva sugli ultimi avvenimenti, Annette si avvicinò, senza accorgersene, al cancello d’entrata. Fu allora che notò la presenza di un estraneo, che stava cercando di approfittare della distrazione delle guardie, per entrare all’interno del parco. Si trattava di un uomo alto, molto attraente, ma vestito con abiti troppo semplici per appartenere alla nobiltà.

“State cercando qualcuno, monsieur?” gli chiese fermandosi dietro di lui.

Lo sconosciuto si girò di scatto. Non si era accorto della sua presenza ed aveva proprio l’aria del brigante colto in fallo.

“E’ vietato l’ingresso agli estranei, lo sapete, vero? Soprattutto se non siete in possesso di un titolo nobiliare.”

Lo sconosciuto la guardò con aria supplichevole. Adesso non le sembrava più un brigante, piuttosto un bimbo scoperto con le mani nella marmellata.

“Devo assolutamente vedere una persona. Non chiamate le guardie, vi prego. Prometto che, dopo averle parlato, me ne andrò senza causare problemi di alcun genere.”

“E chi dovete incontrare, di grazia?”

Lui tentennò. Parve esaminarla da cima a fondo, come se cercasse di capire se di lei poteva fidarsi, infine rispose, un po’ timoroso:

“Mademoiselle Julie de Soissons.”

Annette quasi non sobbalzò per la sorpresa.

“E cosa diamine volete dalla mia padrona?”

Solo allora egli si rese conto che, forse, aveva davanti proprio la persona che faceva al caso suo. Sembrava conoscere Julie e sicuramente avrebbe potuto indicargli dove poteva trovarla. Il palazzo era troppo grande per pensare di riuscire a scovare la sua amata, prima di essere scoperto da qualcuno.

“Il mio nome è Philippe. Philippe Delatouche. E non ho cattive intenzioni, giuro! Chiedo solo di poterla vedere, anche per un attimo.”

Annette stentava a crederci. La sua padrona le aveva parlato di quell’uomo. Le aveva raccontato di come si fosse preso cura di lei, quando era sola e spaventata, e dell’amore che provava per lui, anche se si trattava di un amore impossibile. Esaminò per un istante la situazione: si trattava di decidere se evitare di mettersi nei guai col duca e rischiare il suo posto di lavoro o cercare di aiutare due giovani che si amavano. Accidenti a lei… aveva un animo troppo romantico per optare per la prima soluzione!

“Seguitemi, monsieur!” fu tutto quello che disse.

 

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Ma affrettatevi perché c'è tempo solo fino al 10 marzo!!!!!



postato da: Luna70 alle ore 18:59 | link | commenti (37)
categorie: la rosa di parigi
giovedì, 01 marzo 2007

La Rosa di Parigi 41

La duchessa de Bourbon si alzò dal letto e raccolse i suoi vestiti, caduti alla rinfusa sul pavimento.

“Che fate? Ve ne andate di già?” chiese Nicolas osservando il corpo nudo di lei, così perfetto. La desiderava ancora e avrebbe fatto di tutto pur di trattenerla. Ma la donna sembrava aver fretta.

“Ho un marito che mi aspetta, ve ne siete dimenticato?”

Già, talvolta gli sfuggiva di mente che ella non gli appartenesse. Non del tutto per lo meno. Sapeva di avere una grande influenza su di lei ma era sua solo durante i loro amplessi amorosi. Per tutto il resto del tempo lei era la bella moglie del duca de Bourbon, il capitano delle Guardie del Re. Tutto sommato poteva essere considerata una fortuna, questa. Si vedevano solo quando ne avevano voglia e, comunque, abbastanza frequentemente, visto che il marito di lei era, spesso e volentieri, impegnato a proteggere Sua Maestà. Eppure per lui non era mai abbastanza. La guardò mentre si rivestiva in fretta e spariva dalla sua stanza con altrettanta premura.

Una volta fuori la duchessa terminò di aggiustarsi il corpetto dell’abito e tirò un sospiro di sollievo. Viveva sempre con l’ansia che suo marito scoprisse la sua tresca. Certo, forse, per star tranquilla avrebbe dovuto chiudere quella relazione, ma Nicolas le piaceva troppo. Non riusciva a fare a meno di lui. Mentre un sorriso le incurvava le labbra, al pensiero dell’ultimo incontro amoroso avuto con lui, svoltò l’angolo e si introdusse in un salottino privato, dove alcune dame giocavano a carte. Inavvertitamente non si accorse che la sorella del duca de Soissons stava dirigendosi verso le stanze del fratello e l’aveva vista uscire di lì. Subito si era nascosta, per non essere scorta a sua volta, ma quella visione le era bastata per intuire il genere di rapporto che intercorreva fra Nicolas e quella donna. Quindi aveva atteso che lei si allontanasse per poi bussare alla porta del fratello. Come si aspettava, il servitore del duca la pregò di attendere e Nicolas apparve solo dopo aver indossato una veste da camera e con l’aria di chi si era appena alzato dal letto, e non per dormire. Julie trattenne un sorrisino e piano piano un’idea le si fece largo nella mente.

“Che ci fai tu qui?” l’apostrofò il fratello innervosito. Quando si trattava di lei c’erano sempre guai in vista.

“Desidererei parlarti, Nicolas.”

“Ti ascolto.”

“Non credi che finiresti in un bel guaio se il duca de Bourbon venisse a sapere della tua relazione con sua moglie?”

Quella domanda a bruciapelo lo colse di sorpresa. Arrossì vivamente e balbettò qualcosa di confuso.

“Tu… tu che ne sai?”

“L’ho appena vista uscire da qui ed aveva l’aria parecchio rilassata e soddisfatta. Complimenti per la scelta. Una bella donna davvero. Peccato che sia già sposata, non credi?”

Il tono ironico di Julie lo mandò su tutte le furie.

“Non sono affari che ti riguardino, questi!” tuonò, ma la sorella non parve scomporsi.

“Sbagli. Sono disposta a tutto pur di non sposare il duca du Chatelet.”

Nicolas sgranò gli occhi incredulo. Era una sua impressione o sua sorella lo stava minacciando?

“Che intendi dire?”

“Che se mi scappasse detto ciò che ho appena visto…”

“Non ti azzardare a farlo, Julie, o te ne pentirai!”

“Tanto cosa può succedermi di peggio che sposare quel vecchio?”

I loro sguardi si incontrarono per un istante ed ella capì che il fratello aveva perso un po’ della sua sicurezza. Ciò significava che adesso era lei ad avere il coltello dalla parte del manico.

“Ti prometto che non dirò una sola parola se tu non mi obbligherai a sposarmi.”

“Mi stai ricattando, forse?”

Lei scosse il capo con finta innocenza.

“No, che dici? Sto solo contrattando: il mio silenzio in cambio della tua parola che mi lascerai libera. Mi sembra un ottimo scambio, non credi?”

Nicolas rifletté un istante. Sua sorella era piuttosto furba ma non quanto lui. Improvvisamente gli venne un’idea. In fondo era sempre stato un mago nel fingere. A carte vinceva sempre per questo motivo. Quindi osò ribattere:

“Dimentichi che il tuo amico Philippe è nelle mie mani!”

Julie esitò.

“Avevi detto che l’avresti liberato. Ho visto coi miei occhi che firmavi la richiesta di scarcerazione...”

“Già ma quel documento è ancora nelle mie mani. Verrà consegnato solo a matrimonio avvenuto. Per chi mi hai preso? Per uno sciocco? Non mi fido di te, sorellina. E, a quanto vedo, faccio bene.”

“Sei un bastardo, Nicolas!”

20070215-195807

postato da: Luna70 alle ore 18:52 | link | commenti (34)
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