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Le storie di Laureen

Le passioni, l'arme e l'amore...

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lunedì, 30 aprile 2007

La Rosa di Parigi 58

Emile raggiunse la porta di casa, barcollando un po’. Aveva bevuto troppo alla festa di nozze, con tutti quei brindisi, e non c’era abituato. Sua moglie era invece scontrosa e taciturna.

“Che hai, Maddy? Qualcosa che non va?”

Ignorando la domanda lei gli rispose:

“Hai visto che casa hanno adesso Julie e Philippe?”

“Sì e con questo?”

“Mi sono sentita a disagio in quell’ambiente.”

“E perché mai? Eravamo fra amici, no?”

Madeleine parve rattristarsi.

“Amici che non fanno più parte del nostro mondo. A noi la Rivoluzione non ha portato alcun cambiamento: poveri eravamo e poveri rimaniamo. Philippe invece…”

“Philippe se lo merita!” la interruppe il marito “Ha lavorato duro per il nostro Paese. E’ grazie a lui e a quelli come lui che ora siamo liberi e non più schiavi della nobiltà. L’hai dimenticato?”

“Ma cosa è cambiato per noi? Per me e te?”

Emile tacque imbarazzato.

“Non ti è mai importato della nostra posizione sociale”, aggiunse poi, “Dubito che sia questo il punto della questione.”

Si volse a guardarla e scorse i suoi occhi bagnati di lacrime. Conosceva bene sua moglie e all’improvviso capì.

“E’ per il bambino che stanno aspettando, vero?”

Lei distolse lo sguardo.

“Amore mio, a me non importa se non sei riuscita a darmi un figlio…”

“Ma a me sì!”

Emile l’abbracciò e lasciò che desse libero sfogo alle lacrime. Rimase così, immobile, a cullarla come fosse una bambina, finché la crisi non passò. In realtà non era vero che non gli importava avere un figlio. Però amava immensamente sua moglie e non voleva farle pressioni.

“Coraggio, andiamo a dormire” disse, non appena si fu calmata, “Si è fatto tardi”.

 

12 GIUGNO 1791

 
Era da poco spuntata l’alba, quando Annette uscì a fare una passeggiata. Le piaceva molto respirare l’aria fresca del mattino e poi, quel giorno, faceva troppo caldo per rimanere in casa.

Si era incamminata da pochi minuti quando qualcuno la chiamò.

“Gaston!” esclamò, riconoscendo il suo amico giornalista. “Cosa ci fate voi qui?”

L’uomo sorrise.

“Prendevo una boccata d’aria, proprio come voi. Anzi, se non vi dispiace potremmo fare due passi insieme”.

“Non mi dispiace affatto” rispose Annette, ricambiando il sorriso.

Non era la prima volta che passeggiavano assieme. Dal giorno della presa della Bastiglia, in cui avevano fatto amicizia, si erano spesso intrattenuti a vicenda, in lunghe camminate.

“Come stanno i due sposini?”, chiese ad un tratto Gaston, per rompere il silenzio.

“Ancora non si sono alzati”, rispose allora lei, con un sorrisino malizioso.

Per un attimo i loro sguardi si incontrarono. Infine lui disse: “Per quale motivo non vi siete mai sposata?” Annette arrossì vivamente.

“Credo sia perché non ho mai trovato l’uomo giusto.”

“E non siete mai stata innamorata?”

“Per quale motivo mi fate tutte queste domande?”

“Semplice curiosità.”

Di solito i loro colloqui non avevano mai sconfinato in una sfera tanto privata. Parlavano del più e del meno o dei cambiamenti avvenuti in Francia, dopo la Rivoluzione. Spesso e volentieri lui le raccontava del suo lavoro, di quello che scriveva e lei lo ascoltava attenta. Annette non aveva mai imparato né a leggere né a scrivere e quell’uomo esercitava su di lei un certo fascino. Tuttavia non si era mai accorta che lui potesse nutrire delle curiosità riguardo alla sua vita.

Si accorse che Gaston la stava scrutando con vivo interesse ed, esitante, rispose: “Una volta, tanti anni fa, ho amato un uomo. Ma non mi piace parlarne. E’ un ricordo che mi fa soffrire.”

“Parlatemi di lui, vi prego”.

“Era uno scudiero del duca de Soissons, quando ancora vivevamo nel castello di famiglia. Ero molto giovane e lui così affascinante…”

“E per quale motivo non l’avete sposato?”

“Lui scelse un’altra donna. Io non avevo una gran dote, mentre l’altra ragazza era la figlia di un bottegaio ed era senz’altro più ricca di me.”

“Oh! Deve essere stata una bella delusione per voi. E da allora non avete più desiderato formarvi una famiglia? Siete ancora giovane, non è giusto che, per una delusione, vi precludiate la possibilità di essere felice.”

Lei si volse a guardarlo, stupita.

“Dove volete arrivare?”

“Vorrei chiedervi di diventare mia moglie.”

Annette rimase un istante senza parole.

“Allora, cosa mi rispondete?”

Il viso di lei fu illuminato da un sorriso. Poi gli si gettò fra le braccia.

“Questo significa che accettate la mia proposta?”

“Secondo voi?”

E senza aggiungere altro si baciarono.

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venerdì, 27 aprile 2007

La Rosa di Parigi 57

Julie guardò il suo sposo con affetto. La festa era ormai giunta al termine e gli invitati se ne erano andati via tutti, dopo un ultimo brindisi e l’augurio finale agli sposi di una vita lunga e felice.

“Sei stanca?” chiese all’improvviso Philippe

“No, affatto.”

“Devi fare attenzione nelle tue condizioni.”

La sposa sorrise per le premure che già lui le dimostrava e si andò a sedere davanti allo specchio dove, con grande pazienza, cominciò a slacciarsi i nastri dei capelli.

Nel frattempo Philippe si era liberato della giacca e stava armeggiando coi bottoni della camicia. Quando ebbe finito di spogliarsi, si lasciò cadere stancamente sul grande letto a baldacchino. Era stata davvero una giornata pesante, pensò, ma adesso veniva la parte migliore. Lanciò un’occhiata carica di desiderio alla moglie e attese che lo raggiungesse. Coi capelli sciolti sulle spalle era ancora più bella e quando, finalmente, si fu seduta accanto a lui sul talamo nuziale, la baciò dolcemente sulle labbra e fece un maldestro tentativo di slacciarle il corpetto.

“Accidenti a voi donne!” brontolò “Scommetto che vi vestite in maniera così complicata per scoraggiare noi uomini dall’adempiere ai nostri doveri coniugali.”

Lei rise divertita.

“Uhmmm… può essere che lo scopo sia quello, ma non nel mio caso, ti assicuro. Non vedo l’ora che tu adempia ai tuoi doveri coniugali” e, fissandolo con aria maliziosa, attese che terminasse il suo difficile compito. Finalmente il suo sposo la liberò dell’ingombro del corpetto e affondò il viso fra i suoi seni. Odoravano di lavanda e di acqua di colonia. Solo allora ebbe la sensazione di essere davvero a casa. Improvvisamente si ricordò del giorno in cui l’aveva conosciuta. Allora gli era parsa una ragazzina sperduta con tanto bisogno di aiuto, una creatura indifesa che possedeva, tuttavia, un’innata bellezza. L’aveva amata dal primo istante e quasi stentava a credere che quell’adorabile creatura fosse adesso sua moglie, la donna che in quel preciso istante stava ricambiando i suoi baci e che presto gli avrebbe dato un figlio.

Certo, era molto cambiata da quel giorno, la sua piccola Julie. Il suo corpicino da adolescente si era tramutato, ormai, nel corpo di una donna e non solo il suo aspetto fisico era diverso. La dura vita che aveva condotto a Parigi l’aveva maturata e, per questo, Philippe l’amava ancor di più. Stringendola forte a sé le disse: “Voglio che tu sia felice, amor mio. D’ora in poi non dovrai più soffrire, né patire la fame. Saprò darti tutto quel che meriti, te lo prometto.”

Lei gli accarezzò dolcemente i capelli.

“Tutto ciò che desidero sei tu.”

Philippe la prese in parola e la baciò sulla bocca, sul collo, le orecchie e poi giù, fino a sfiorare i suoi seni, mentre le sue mani si insinuavano sotto la veste, nel tentativo di slacciarle le giarrettiere. Quando vi fu riuscito, le sfilò via le lunghe calze di seta e prese ad accarezzarle le gambe e poi fra le cosce. Julie emise un gridolino soffocato. Si accorse di desiderarlo come la prima volta. Anche se era passato tanto tempo da quando era diventata la sua amante, i suoi sentimenti per lui non erano mutati. L’amore che la legava a quell’uomo non era l’infatuazione adolescenziale che aveva provato per il marchese de Saint-Fraycourt, bensì un sentimento maturato lentamente con gli anni e per questo molto più radicato e importante. In quel mentre sentì le mani di lui che le aprivano con forza le gambe e una leggera pressione proprio in quel punto. Un attimo dopo fu dentro di lei e Julie chiuse gli occhi, estasiata dall’ondata di piacere che l’avvolse. Quasi non riusciva a credere che Philippe ora fosse suo marito. Aveva dovuto attendere così a lungo che il suo sogno si realizzasse che ora la sua felicità era totale. Fecero l’amore con una tale passione da desiderare che il loro amplesso non finisse mai, per poi giacere completamente appagati l’uno nelle braccia dell’altro.

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lunedì, 23 aprile 2007

La Rosa di Parigi 56

Madeleine sorrise all’amica ed esclamò: “Congratulazioni, Julie! E’ veramente una bella notizia. Adesso immagino che vi sposerete, non è così?”

Ella sospirò incerta.

“Lo spero tanto. Philippe dice che parlerà con alcune persone che contano. Intende chiedere all’Assemblea il permesso di regolarizzare, davanti alla legge, la nostra situazione. Ma io non sono così ottimista. Non ho ancora compiuto la maggiore età* e mio fratello ha lasciato il Paese e non può certo autorizzare le mie nozze.”

Ma Madeleine sembrava molto più fiduciosa di lei.

“Non preoccuparti, Julie. Philippe è diventato un uomo molto influente ed i matrimoni non sono più controllati dalla Chiesa, come prima della Rivoluzione. E’ lo Stato a decidere e vedrai che l’Assemblea non negherà l’autorizzazione a uno dei suoi membri più importanti.”

E, come a conferma delle sue parole, in quel preciso istante entrò Emile a dare la buona notizia:

“Philippe ce l’ha fatta!” esclamò raggiante “L’Assemblea ha dato il suo consenso: potete sposarvi!”

Julie quasi stentava a crederci. Poi un’ondata di gioia la invase e, mentre Madeleine l’abbracciava per congratularsi con lei, calde lacrime le bagnarono il viso.

“Che fai, piangi?” le chiese stupita l’amica.

Julie allora rispose: “Sì, ma di gioia. Sapessi come sono felice: posso sposare l’uomo che amo, presto avrò un bambino e tra qualche giorno andremo a vivere nella nuova casa. E’ tutto talmente meraviglioso che ho paura di svegliarmi all’improvviso e scoprire che si tratta di un sogno.”

“Ma come?”,fece Madeleine sorpresa, “Già vi stabilite nel nuovo appartamento? Quando?”

“Tra due o tre giorni, credo. Sicuramente prima del matrimonio.”

L’amica parve rattristata dalla notizia e Julie chiese stupita: “Che hai, Madeleine? Non sei contenta per me?”

“Oh, sì. Certo che sono contenta. E’ solo che ho paura di perderti, ora che te ne andrai da qui.”

Julie allora la tranquillizzò: “Ma no, che dici? Tu non mi perderai mai. Rimarremo sempre amiche e poi, tu ed Emile, potrete venire a trovarci tutte le volte che vorrete. La porta di casa nostra sarà sempre aperta per voi.”

La donna si rincuorò e sorrise.

“Hai perfettamente ragione. Che sciocca che sono! La nostra amicizia durerà per sempre.”

 

11 GIUGNO 1791

 
Julie de Soissons se ne stava immobile, al centro della stanza, mentre Annette e Madeleine le annodavano i nastri di trina, destinati a trattenere i fiori tra i capelli. Era il mattino delle sue nozze e si trovava nella nuova casa che Philippe aveva preso per loro due. Era un bell’appartamento al primo piano di una palazzina in rue Saint-Anne ed era costituito da sette stanze di cui, la principale, era il salotto che dava sulla strada attraverso più finestre. Da queste finestre filtrava la luce che illuminava le tappezzerie di damasco e si rifletteva nei grandi specchi che sovrastavano un camino di marmo, decorato di ferri battuti dorati. La stanza era ammobiliata con un grande armadio, dei cassettoni, sei poltrone, qualche sedia coperta di velluto di Utrecht ed una libreria. Non lontano dal salotto, si trovava la sala da pranzo e, poco più in là, la camera da letto. Quest’ultima era arredata secondo l’ultima moda, con un grande letto a baldacchino dai pesanti tendaggi, destinati a proteggere dal freddo invernale che, nonostante la stufa di maiolica al centro della stanza, era sempre intenso. Il letto era costituito da quattro colonne dipinte di bianco, un materasso di piume e due cuscini. Sopra il letto, quindi, si trovava l’imperiale a forma di scudo di bronzo, ornato di frange d’oro e sormontato da un pennacchio bianco. L’imperiale sosteneva i tendaggi di damasco e taffettà, che circondavano il letto. Le tende interne, invece, erano di seta arabescata a fondo viola con disegni rossi. Infine, proprio accanto alla camera da letto, si trovava la stanza da bagno con il guardaroba e una vasca.

A julie pareva di essere tornata indietro nel tempo, quando viveva con sua madre nello châteaux appartenente alla sua famiglia da generazioni. Ma non era la ricchezza a renderla felice, bensì il pensiero che tra pochi istanti sarebbe diventata la moglie di Philippe.

Il suo sarebbe stato un matrimonio molto semplice. Erano state invitate poche persone, tra cui gli amici più cari: Emile, Madeleine, Gaston e Annette, oltre ad alcuni conoscenti di Philippe, ovviamente.

Ad un tratto le due amiche porsero alla sposa il bouquet nuziale di rosmarino, zenzero e spighe di grano, il tutto legato da nastri d’argento.

Era ormai giunta l’ora di avviarsi ed ella si guardò un’ultima volta allo specchio. Maddy le aveva assicurato di non aver mai visto una sposa più bella e raggiante di lei e forse non aveva tutti i torti.

Sorridendo soddisfatta, si avviò alla porta, seguita dalle due damigelle.

Philippe la stava aspettando in carrozza e non intendeva arrivare in ritardo per nessun motivo al mondo.

Nota: * A quei tempi la maggiore età si raggiungeva a 21 anni.

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giovedì, 19 aprile 2007

La Rosa di Parigi 55

CAP 13

 
5 GIUGNO 1791

 
Julie si affacciò alla finestra, pensierosa. Per la strada un gruppo di donne correvano con aria indaffarata, probabilmente con l’intenzione di raggiungere il negozio della carne o del pane, prima di trovare una coda troppo lunga.

Erano trascorsi quasi due anni dalla presa della Bastiglia e molte cose erano cambiate, eppure la vita continuava col suo ritmo frenetico.

Mentre ci pensava, a Julie parve impossibile che fosse passato tanto tempo. Aveva ormai compiuto diciannove anni e in lei poco restava dell’ingenua fanciulla che correva nel parco di Versailles. La vita l’aveva cambiata, ma non avrebbe saputo dire se questo fosse un bene o un male.

Qualsiasi legame col passato pareva essersi dissolto. Da molto tempo non aveva più notizie di sua madre e di suo fratello e cominciava quasi ad abituarsi all’idea di non avere più una famiglia. O meglio, la sua famiglia era Philippe; Philippe e la nuova vita che stava crescendo dentro di lei.

Julie sorrise. Lui ancora non ne sapeva nulla, ma non appena gli avrebbe dato la notizia, sarebbe impazzito per la gioia. Chiuse gli occhi e immaginò la scena. Non vedeva l’ora di metterlo al corrente della novità, ma avrebbe dovuto attendere il suo ritorno a casa. In quegli anni Philippe aveva fatto una strabiliante carriera politica. Tra le sue amicizie vi erano personaggi importanti come Robespierre, Desmoulines, Saint-Just e Danton.

Ma a Julie poco importava il successo. Ciò che maggiormente le stava a cuore era l’immenso amore che provavano ancora l’uno per l’altra e che, di questo ne era sicura, sarebbe durato per sempre.

Ad un tratto udì dei rumori su per le scale e all’improvviso la porta si spalancò, mentre un Philippe tutto trafelato irrompeva nella stanza.

“Julie, ho una magnifica notizia da darti!” esclamò con aria felice.

“Quale?”

Philippe sorrise entusiasta.

“Ho trovato una casa dove trasferirci. E’ molto più grande e bella di questa. Certo non è equiparabile alla reggia di Versailles, ma sono sicuro che ti piacerà.”

Julie parve un po’ dubbiosa.

“Ma possiamo permettercela?” chiese, mentre lo aiutava a togliersi la giacca.

“Ma stai scherzando? Con quello che guadagno ora, possiamo vivere senza problemi. Non sono più il ragazzo squattrinato che hai conosciuto!”

“E non ci saranno problemi anche qualora fossimo in tre?”

Philippe guardò la sua donna per un lungo istante.

“Se ti riferisci ad Annette”, rispose, “Non è mai stato un problema, mi pare.”

Lei allora trattenne un sorriso.

“Non mi riferisco ad Annette.”

“E a chi, allora? Non fare la misteriosa, ti prego!”

“Nessun mistero, mio caro. Sto solo cercando di dirti che presto avremo un bambino. Stai per diventare padre.”

Nella stanza calò un improvviso silenzio. Quindi Philippe corse ad abbracciarla dicendo: “Ma è meraviglioso!”

Da molto tempo desideravano avere un figlio e quasi si stavano rassegnando all’idea che il loro sogno non si sarebbe avverato. Dunque, quella notizia inaspettata lo rendeva euforico. C’era solo una cosa che lo preoccupava: ancora non erano sposati, ma forse poteva trovare una soluzione anche per quel dettaglio.

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lunedì, 16 aprile 2007

La Rosa di Parigi 54

16 LUGLIO 1789

 
Julie stava facendo il bagno in una tinozza, rimpiangendo la comoda vasca da bagno che aveva nelle sue stanze a Versailles. Ormai la calma era tornata in città. I veicoli avevano ripreso a circolare, i negozi erano di nuovo aperti e così pure i teatri, mentre la posta aveva ripreso il suo regolare servizio. Ma, soprattutto, il Re aveva ritirato le sue truppe  dalla città e ciò rendeva i Parigini molto più tranquilli. Ad un tratto Philippe la chiamò dall’altra stanza: “E’ arrivata una lettera per te”, le urlò, cogliendola di sorpresa. Non riceveva mai lettere, per cui la novità la incuriosiva assai.

Uscita, in fretta e furia, dalla tinozza, si avvolse in un panno e si precipitò nella camera adiacente.

“Dov’è la lettera? Chi me la manda?”

Philippe alzò lo sguardo e le dedicò un sorriso ammirato. Ogni giorno che passava, gli sembrava più bella. E ancora si sorprendeva del fatto che fosse sua.

“Non so, non c’è il mittente”, rispose, mentre lei si sedeva sul letto accanto a lui, e gli prendeva la lettera dalle mani. Incurante degli sguardi adoranti che lui le lanciava, ella aprì la busta e si tuffò nella lettura.

“E’ di mio fratello Nicolas”, esclamò ad un tratto un po’ preoccupata. La sorprendeva il fatto che le avesse scritto, dopo la sua ennesima fuga da Palazzo. Evidentemente doveva trattarsi di qualcosa di importante. Sperò non si trattasse di brutte notizie.

Per nulla incuriosito Philippe le si avvicinò e la baciò sul collo.

“Ah, sì? E cosa ti scrive?” domandò in tono distratto.

“Aspetta, lasciami leggere… dice che gli dispiace per le incomprensioni che ci sono state fra di noi. Incomprensioni… le chiama incomprensioni, quello sciocco! Ma se ha cercato di rovinarmi la vita!”

“Però non ci è riuscito, non è vero?” fece Philippe stringendola a sé.

Ma, anziché abbandonarsi al suo abbraccio ella si irrigidì e sbottò contrariata:

“Santo cielo, dice che parte! Se ne va insieme a nostra madre, senza nemmeno salutarmi.”

“Parte? E dove va?”

“Qui c’è scritto il più lontano possibile da qui. Non specifica esattamente dove.”

Philippe sorrise beffardo:

“Non è tanto strano che se la dia a gambe levate. La terra comincia a bruciargli sotto i piedi.”

“Che intendi dire?”

Julie si sollevò su un gomito e lo sguardo di Philippe si posò inevitabilmente sull’incavo dei suoi seni, messo in evidenza dal suo così precario abbigliamento.

A malincuore tornò all’argomento della loro conversazione e spiegò:

“Ha paura, Julie. E, come lui, molti altri nobili hanno fatto le valigie. Persino il fratello del Re, il conte d’Artois, se ne è andato.”

“Ma poteva almeno venire a dirmi addio! Nemmeno mia madre si è fatta viva, perché?”

Lui le accarezzò dolcemente i capelli.

“Non gli è andata giù la tua scelta di vivere insieme a me. Ai loro occhi non sono un buon partito. Se poi si pensa che la nostra unione non è nemmeno regolata dal matrimonio… la tua reputazione è, ormai, inesorabilmente compromessa.”

Julie, allora, lo guardò con occhi tristi.

“Ma rimango pur sempre una figlia e una sorella.”

E attirandola a sé Philippe mormorò, prima di baciarla: “Adesso non pensarci. In questo momento sei solo mia…”

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giovedì, 12 aprile 2007

La Rosa di Parigi 53

Non appena vide Gaston entrare con Julie fra le braccia, Philippe impallidì preoccupato.

“Che diavolo le è accaduto? E’ rimasta ferita?”

Ma l’amico lo tranquillizzò all’istante: “No, è solo svenuta. Aiutami a sdraiarla sul letto.”

Philippe fece ciò che Gaston gli aveva chiesto ma, non appena Julie riprese i sensi, si rivolse nuovamente a lui con rabbia:

“Ma cosa diamine credevi di fare? Portare Julie e Annette in giro per Parigi in un giorno come questo, è da folli! Ma lo sai che è successo alla Bastiglia?”

“Lo so eccome. E’ da lì che veniamo.”

Ora lo sguardo preoccupato di Philippe si posò sulla giovane pallida come un lenzuolo.

“Ma siete impazziti? Cosa siete andati a fare laggiù?”

L’amico, dispiaciuto, tentò di giustificarsi dicendo: “E’ lei che è voluta venire. Era in ansia per te, pensava che tu fossi tra la folla.”

“Chi, io? Noi dell’Assemblea nemmeno eravamo informati dell’accaduto. E’ stato un colpo di testa che poteva costarci caro, te ne rendi conto?”

“E allora dove sei stato tutta la notte?” Julie aveva parlato con indignazione. Se lui fosse rimasto a casa con lei non si sarebbe mai trovata nel bel mezzo di una battaglia. Non avrebbe visto coi suoi occhi gente martoriata e teste che cadevano.

Philippe sospirò, visibilmente dispiaciuto.

“Ho trascorso la notte nella sala delle riunioni, con altri cento deputati. Abbiamo discusso sull’opportunità di premettere una Dichiarazione dei diritti dell’uomo al testo della Costituzione.”

Gaston fece un sorrisino ironico.

“D’accordo, tutto questo è molto interessante”, disse, “Ma se lasci Julie sempre sola, poi non ti lamentare se succedono incidenti come quello di oggi. Hai ragione tu, poteva finire male. Ma avresti dovuto vedere con che ostinazione quella ragazza si è unita ai rivoltosi. Avrebbe fatto qualsiasi cosa pur di rintracciarti.”

Ma, a questo punto, Philippe non lo ascoltava più, troppo preso da Julie che gli aveva chiesto di avvicinarsi. A un certo punto Gaston si sentì di troppo e, senza dire una parola, si allontanò. Mentre varcava la porta di casa, Annette lo raggiunse.

“Grazie per averci protette oggi”, esclamò con un timido sorriso, “Senza il tuo aiuto non ce l’avremmo fatta. Sei un uomo coraggioso.”

Egli allora la fissò, a disagio, per un lungo istante.

“Beh, che ne diresti se andassimo a fare una passeggiata lungo la Senna? Così lasciamo i due piccioncini da soli.”

La giovane donna annuì, entusiasta all’idea e Gaston la prese sotto braccio. Gli avvenimenti della giornata avevano scosso molto anche lui. Perbacco, si meritava un po’ di svago, no?

 
 

Quella stessa sera, a Versailles, Louis XVI si apprestava ad andare a dormire. Aveva preso il diario per scrivere qualcosa, ma poi aveva lasciato la pagina bianca e si era addormentato. Fuori pioveva a scrosci e a Parigi i manifestanti erano, ormai, rientrati nelle loro case. A tarda notte qualcuno bussò alla porta ed entrò con fare agitato nella stanza. Sua Maestà aprì un occhio, ancora intontito dal sonno, e riconobbe nell’improvviso visitatore il conte de La Rochefoucauld – Liancourt.

“Cosa succede?” borbottò contrariato. “Vi sembra l’ora di venirmi a chiamare, questa?”

Allora egli rispose: “Maestà, i rivoltosi hanno preso la Bastiglia.”

Il sovrano parve sorpreso.

“E’ una rivolta?”

“No, sire è una rivoluzione.”

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lunedì, 09 aprile 2007

La Rosa di Parigi 52

14 LUGLIO 1789

 
Uno spiraglio di luce si insinuò nella stanza attraverso i vetri dell’unica finestra dell’appartamento in rue Saint-Martin, destando Julie da un lungo sonno ristoratore.

Aperti gli occhi, la ragazza cercò con lo sguardo Philippe, ma si accorse che l’altra metà del letto era ancora intatta; il che significava che non era tornato a casa, quella notte.

Se non si fosse trattato di un periodo così difficile, nella storia della Francia, ella avrebbe anche potuto pensare che il suo uomo avesse un’amante. Ma, in quel frangente, l’idea non la sfiorò neppure. Da tempo il re aveva ordinato un grande spiegamento di truppe al Bois de Boulogne, inoltre quattro reggimenti svizzeri avevano occupato il Campo di Marte, mentre il battaglione di fanteria della Provenza aveva raggiunto Saint-Denis. In città era il caos. Appena due giorni prima, si era sparsa la voce dell’allontanamento di Necker, ministro delle finanze, da Parigi. Gli agenti di cambio avevano chiuso la Borsa e, per le strade, la gente aveva portato in trionfo i busti di Necker e del Duca d’Orleans. E non erano certo mancate le rappresaglie. Le botteghe degli armaioli erano state saccheggiate e le armi distribuite alla popolazione. In un tale clima di rivolta, non era da stupirsi che Philippe fosse rimasto in Assemblea tutta la notte, si disse Julie, anche se questo non la tranquillizzava affatto. Temeva, ogni istante, che potesse succedergli qualcosa e si sentiva impotente, per il fatto che non poteva proibirgli di uscire di casa. Tutto ciò era molto frustrante.

Vestitasi in fretta, Julie chiamò Annette ed insieme uscirono in strada. Per le vie di Parigi si riversava una gran folla armata. Ad un tratto, fra la gente, la fanciulla scorse il viso conosciuto di Gaston e, seguita dalla fedele Annette, lo raggiunse col cuore in gola.

“Cosa sta succedendo?” chiese allarmata.

“Ci stiamo dirigendo verso la Bastiglia. I soldati della Guardia sono dalla nostra parte e siamo riusciti a prendere 2800 fucili e alcuni cannoni dall’Hotel des Invalides. Questa volta gliela faremo vedere a quei bastardi!”

“E Philippe? Dov’è Philippe?”

“Non saprei, io non l’ho visto.”

Julie sospirò delusa e aggiunse:

“Sono preoccupata. Stanotte non è rientrato e temo che possa essergli accaduto qualcosa.”

“Sarà anche lui in marcia verso la Bastiglia.”

“Allora vengo anch’io!”

Gaston Coudert sgranò gli occhi, incredulo.

“Sei impazzita? Può darsi che ci sia uno scontro a fuoco, è pericoloso!”

“Proprio per questo! Non capisci che sono in pensiero per Philippe?”

L’uomo la guardò esitante per un attimo. Non aveva molto tempo per prendere una decisione e alla fine esclamò: “E va bene, vieni pure. Ma fa attenzione.”

Così Julie ad Annette si incamminarono insieme a Gaston. Del resto non erano le uniche donne a procedere in mezzo alla folla. Quando giunsero alla Bastiglia c’era già molta gente radunata lì davanti. Julie rimase un po’ impressionata da quella marea di persone urlanti.

“Come faccio a trovare Philippe?” chiese alzando il tono di voce per farsi sentire “C’è troppa confusione!”

Gaston scrollò le spalle.

“Non ne ho la minima idea, mia cara Rosa di Parigi.” Poi la prese per mano e si fece largo tra la folla. Julie ebbe modo di notare che la maggior parte dei rivoltosi erano abitanti del Faubourg Saint-Antoine. Si trattava di esponenti della borghesia: artigiani, fra cui falegnami, ebanisti, fabbri, cesellatori, cappellai, sarti, scultori e tintori. Ma c’erano anche soldati, mercanti, industriali e un birraio che Gaston le presentò come il suo caro amico Santerre. Dovevano essere in tutto un migliaio di persone ed il motivo che li aveva fatti radunare davanti alla Bastiglia era quello di chiedere fucili e munizioni per armare il Popolo in vista di un' insurrezione. Julie sperò che tutto si risolvesse pacificamente, ma non fu così. Proprio mentre erano in corso le trattative, tra una delegazione popolare ed il governatore, infatti, accidentalmente, la folla si avvicinò troppo al ponte levatoio e un gendarme, innervositosi, aprì il fuoco, scatenando così un bagno di sangue. Il governatore, Joseph de Launay ordinò di sparare sugli assedianti e, molti di questi, circa un centinaio, caddero al suolo. In conseguenza a tutto ciò, la folla inferocita penetrò nel castello e si lasciò andare all’eccidio. Julie, Gaston e Annette avrebbero voluto allontanarsi, ma vennero sospinti anch’essi all’interno. E fu così che la giovane di nobile lignaggio rimase muta testimone di quella sanguinaria rivolta. Ovunque, attorno a lei, vi erano corpi di persone agonizzanti o, nel peggiore dei casi, senza vita. Gaston temette, in più di un’occasione, che potesse accadere qualcosa alle due donne ma, per fortuna, riuscì a proteggerle entrambe. Alla fine della battaglia, però, quando la testa del Governatore, infilzata su una picca, venne portata in trionfo, per le vie della città, Julie non riuscì a reprimere il proprio orrore e cadde svenuta tra le braccia di Gaston. Lui la guardò un po’ spaventato. Era stata fin troppo coraggiosa, quella ragazza. Ma quel che era successo era troppo per una come lei. Seguito da Annette in lacrime, quindi, si allontanò dalla folla urlante, col corpo inerte di Julie, sulle spalle e si diresse verso rue Saint-Martin. Doveva riportarla a casa al più presto, altrimenti Philippe non gliel’avrebbe mai perdonato.


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giovedì, 05 aprile 2007

La Rosa di Parigi 51

20 GIUGNO 1789

 
Erano trascorsi un po’ di giorni dalla morte del piccolo Louis Joseph, ma Julie ancora non si era ripresa del tutto. Era stata a corte per vedere Sua Maestà la Regina e porgerle, personalmente, le sue condoglianze e lì aveva notato una certa aria di tensione che, sicuramente, non era dovuta solo alla morte dell’erede al trono. Marie Antoinette, poi, pareva letteralmente distrutta dagli avvenimenti.

Oltre al dolore della perdita del figlio, gravavano, infatti, sulle sue spalle, preoccupazioni di altro genere.

“Mia cara Julie”, le aveva detto Sua Maestà, in un momento di sconforto “Comincio ad avere paura.”

“Paura di cosa, Maestà?”

“Di ciò che può riservarci il futuro. Sarai al corrente di quel che è accaduto negli ultimi tempi: i Comuni si sono costituiti in Assemblea Nazionale e chissà cos’altro hanno in mente.”

Julie aveva annuito in silenzio. Sapeva che Marie Antoinette si riferiva a ciò che era accaduto il 17 giugno e, dopo un breve attimo di esitazione, aveva risposto:

“Il popolo chiede soltanto un po’ più di libertà. Perché non volete concedergliela?”

“Voi cosa ne sapete?”

“L’uomo di cui sono innamorata è un deputato del Terzo Stato e, spesso, mi parla degli ideali che animano l’Assemblea.”

Allora, la regina l’aveva guardata con stupore e non aveva aggiunto una parola.

Julie sapeva che ciò che diceva non sarebbe bastato a convincerla a cedere alle richieste del popolo e, in fondo al cuore, nutriva un po’ di timore per quello che sarebbe potuto succedere.

Tornata a casa, stava ripensando agli avvenimenti di quella mattina, quando Philippe rientrò e le disse: “Questa è stata una giornata decisiva, mia cara, adesso nessuno può fermarci.”

“Che è accaduto?” chiese lei allarmata “Non avrete commesso qualche pazzia, mi auguro.”

“Nessuna pazzia. E’ stato fatto quel che era giusto fare.”

“Puoi spiegarti meglio?”

Philippe si mise a sedere e si tolse gli stivali. Poi cominciò a raccontare: “Tutto è cominciato questa mattina, quando, alle otto, abbiamo trovato le porte della sala di riunione chiuse e sbarrate dai soldati. Ai regnanti è venuta paura ed hanno pensato che, in questo modo, ci avrebbero fermati; ma non è stato così.”

“Perché, cos’è accaduto?”

“Ci siamo riuniti nella sala della pallacorda e abbiamo prestato giuramento di non separarci, se non dopo aver dato una Costituzione alla Francia.”

“Una Costituzione?”

“Sì, come quella americana. E’ finita l’epoca dell’Assolutismo del Re, vogliamo riconosciuti i nostri diritti.”

“Ma Sua Maestà non accetterà mai questa Costituzione!”

“Dovrà farlo, Julie, non ha altra scelta.”

La fanciulla prese a camminare per la stanza, visibilmente preoccupata. Dopo un lungo silenzio esclamò: “Ho paura Philippe. Dove ci porterà tutto questo?”

“Alla libertà, Julie!”

“E se le cose non dovessero andare come vi aspettate? Intendete sollevare una rivolta?”

Philippe, a questa domanda, non rispose. Forse non intendeva preoccuparla ulteriormente, ma lei sapeva che la situazione stava precipitando e non ne era affatto contenta.

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lunedì, 02 aprile 2007

La Rosa di Parigi 50

Era già notte fonda, quando Philippe rientrò a casa. E, come al solito, Julie era rimasta sveglia ad aspettarlo.

“Scusami tanto, tesoro”, le disse, salutandola con un bacio, “Ci siamo messi a discutere e così abbiamo fatto tardi.”

“Lo so” rispose lei, spazientita “Succede sempre così. Ma si può sapere di che discutete, poi?”

“Di politica, mia cara. Nulla che ti riguardi.”

Lei parve accigliarsi.

“ Nulla che mi riguardi, dici? Solo perché sono una donna pensi che non possa occuparmi di ciò che sta succedendo alla Francia?”

Philippe si accorse dell’errore commesso e le dedicò un sorriso di scuse. A volte scordava quanto fosse suscettibile quella ragazza.

“Lascia che di queste cose me ne occupi io, amor mio. E, se non ti spiace, ora vorrei andare a letto.”

“Pensi di liquidarmi così, con due parole? E’ tutta la sera che ti aspetto per parlare un po’.”

“Parlare? E di cosa?”

“Di quello che stai combinando insieme agli altri ribelli.”

“Preferirei che ci considerassi concittadini, non ribelli.”

“Perché? Non è una ribellione che avete in mente?”

Philippe guardò stancamente la donna che amava. Si aspettava un ritorno a casa diverso.

“Vuoi davvero sapere cos’è che ho in mente, in questo momento?”

“Sì, Philippe. Gradirei che me lo dicessi”

L’uomo l’attirò a sé e le diede un bacio mozzafiato.

“Quello che ho in mente è sdraiarmi sul letto con la mia donna e non pensare, almeno per qualche ora, ai problemi che affliggono la Francia. Pensi di concedermelo?”

Julie rimase interdetta. Voleva esporgli le sue preoccupazioni, ma solo allora notò la sua aria stanca e non volle affliggerlo ulteriormente.

“D’accordo”, balbettò, “Ma la discussione è solamente rimandata. Ci sono cose di cui vorrei assolutamente discutere con te.”

“Oh, anch’io ho parecchie cose da discutere con te, mio dolce tesoro.”

“Quali?”

Lui ridacchiò divertito.

“Ti spogli tu o lo faccio io?”

“Non hai appena detto di essere stanco?” lo canzonò allora lei, con un sorriso.

“Di te non mi stancherei mai…”

E, detto ciò, la baciò nuovamente, con tutta la passione di cui era capace.

Julie sentì un brivido lungo la schiena e si strinse maggiormente a lui. Ma, proprio mentre Philippe si accingeva a sollevarla, per deporla sul letto, qualcuno bussò all’uscio di casa.

“Chi diamine può essere a quest’ora?” si domandò l’uomo, con irritazione.

Lei, allora, fu pronta a ribattere, sarcastica:

“Sicuramente uno dei tuoi amici che, come te, fa le ore piccole. Chissà, magari è stata indetta un’assemblea straordinaria, stanotte…”

Con un diavolo per capello, Philippe andò ad aprire e, con stupore, vide che si trattava di Gaston Coudert.

“Bé, che è successo?” gli chiese, sbalordito “Ti sembra l’ora adatta per le visite?”

“Cos’è? Non si fanno più entrare i vecchi amici?” ribatté il giornalista, intrufolandosi all’interno, ed affrettandosi a salutare anche Julie ed Annette che, nel frattempo, aveva fatto capolino dalla cucina.

“So che è molto tardi”, riprese con concitazione, “Ma mi è appena giunta una notizia che non poteva aspettare.”

“Che notizia?” incalzò Philippe “Avanti, parla!”

“Stanotte, nella residenza di Meudon, è morto il Delfino.”

Alla notizia, Julie fu colta da un mancamento. Philippe fece appena in tempo a sorreggerla; poi, aiutato dall’amico, l’adagiò sul letto.

“Sei impazzito, Gaston?” disse, mentre Annette le prestava i primi soccorsi “Non potevi dirlo in maniera meno brutale? Guarda che hai combinato?”

Effettivamente l’uomo si accorse di aver portato un po’ di scompiglio: Annette che cercava i sali, correndo da una parte all’altra, Philippe bianco come un lenzuolo e Julie priva di sensi. Quello che ancora gli sfuggiva era il motivo di una reazione così esagerata.

“In maniera meno brutale? Ne parli come se foste imparentati con la casa reale!”

In quel mentre, la ragazza rinvenne e cercò con lo sguardo Annette, china su di lei.

“Annette” disse, mentre le lacrime le inondavano il viso “Devo mandare le mie condoglianze a Sua Maestà.”

“Non preoccupatevi, mademoiselle. Ci penso io.”

Poi, Julie si mise a sedere ed, asciugandosi il viso, chiese:

“Ha sofferto?”

“Non saprei. Non ero mica presente, io!”

“Sapevo che era grave”, riprese lei affranta, “Due giorni fa, le campane di Notre Dame si sono messe a suonare per invitare il popolo alla preghiera ed io ho pregato; ho pregato tanto, ma non è servito. Non è giusto che un bambino di quell’età muoia. Era così buono e dolce”

Notando il suo dolore, Philippe le si avvicinò e la baciò dolcemente sulla fronte.

“Coraggio”, le disse, “Tu non potevi farci nulla.”

Quindi Annette arrivò con un infuso, che aveva preparato per calmarla, e glielo fecero bere.

Non appena si fu addormentata, Philippe accompagnò Gaston alla porta e, finalmente, spiegò:

“Julie era molto affezionata al Delfino. Lo ha conosciuto a Versailles, nel periodo in cui ha vissuto là” Gaston era allibito.

“A Versailles?”

“Sì, Julie è la sorella di un duca.”

“Dunque è nobile! E cosa ci fa in casa tua?

“E’ scappata perché suo fratello voleva costringerla a sposare un uomo che non amava.”

Gaston sorrise compiaciuto.

“Caspita, che caratterino deve avere quella ragazza! Ho sempre pensato che le fanciulle di nobile famiglia fossero stupide e insignificanti. E invece devo ricredermi. La Rosa di Parigi è la donna più coraggiosa che conosca.”

Philippe annuì pensieroso.

“La amo tanto”, esclamò, “Ma, a volte, mi assale la paura di perderla. Troppe cose ci separano.”

“Non la perderai, Philippe”, fece Gaston con convinzione, “Tu e Julie siete fatti l’uno per l’altra.”

E con un cenno di saluto si allontanò, frettolosamente. Fuori la città era immersa nella notte, ma lui non aveva tempo per riposare. Doveva ancora scrivere un articolo importante: quello della morte di un bambino, il Delfino di Francia.

20070123-204751 

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