Disclaimer: le opere contenute in questo blog sono di proprietà dell'autrice ai sensi della
legge n.633 del 22/04/1941.
La medesima legge, dell'articolo 171, sanziona penalmente la condotta di chi, senza il consenso dell'autore, riproduce, trascrive, diffonde o pone in commercio l'opera altrui.
Questo blog non rappresenta una testata giornalistica, in quanto viene aggiornato senza alcuna
periodicità.
Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7/03/2001
Le passioni, l'arme e l'amore...
E fu così che le due donne si incamminarono dirette verso le Tuileries, con il carretto del fornaio, messo a loro disposizione. Per l’occasione Julie aveva indossato il suo vecchio abito, quello regalatole dalla stessa Maddy; se davvero doveva sembrare un’umile commessa non poteva presentarsi alla Reggia vestita di trine e merletti. E infatti il travestimento servì a farla passare inosservata. Nessuno riconobbe il lei la nobile fanciulla di un tempo, né la moglie del deputato Delatouche.
Entrarono dalla porta di servizio e furono subito introdotte nelle cucine da quella che sembrava essere l’aiuto cuoca. Julie si rese conto che doveva escogitare qualcosa per sfuggire alla sorveglianza di Madeleine e degli altri inservienti, se voleva raggiungere gli appartamenti reali.
L’occasione le si presentò quando l’amica si allontanò da lei un istante, per concordare il prezzo del pane con la cuoca. Per sua fortuna le due donne intavolarono un’accesa discussione perché la cuoca, una donna bassa e grassoccia, nonché molto parsimoniosa, non voleva concedere quanto era stato pattuito, con la scusa che il pane era poco cotto e non della qualità alla quale erano solitamente abituati. Per Julie quel battibecco fu una manna caduta dal cielo. Si dileguò indisturbata e, dalle cucine, risalì nell’ala nobile del palazzo. Fu per lei un gioco da ragazzi, poi, raggiungere le stanze della Regina, in quanto già tempo prima, vi era stata condotta da Louis Charles e ricordava perfettamente la strada. Quando fu davanti all’elegante porta fece un lungo respiro e bussò.
“Entrate pure”, rispose la voce di Sua Maestà, con un tono di voce un po’ apatico che stentò quasi a riconoscere. Julie non se lo fece ripetere due volte e si intrufolò velocemente all’interno della stanza. Una volta entrata fissò per un istante Marie Antoinette, allibita. Era molto più magra e sciupata dell’ultima volta in cui l’aveva vista e sembrava più vecchia di una decina d’anni.
“Maestà, sono Julie”, si affrettò a dire, nel timore di non essere stata riconosciuta. Il viso della Regina si allargò in un debole sorriso.
“Julie, mia cara! Pensavo che non vi avrei più rivista.”
“Non potrei mai abbandonarvi, lo sapete.”
“E il bambino?” chiese Marie Antoinette, notando che non aveva più il pancione tipico di una donna in stato interessante, “E’ nato?”
“Sì, Maestà. E’ un bel maschietto. L’ho chiamato Jean-Paul.”
“Mi sarebbe tanto piaciuto vederlo.”
“Lo vedrete. Quando sarà un po’ più grande ve lo porterò.”
Ma Sua Maestà le indirizzò uno sguardo triste e stanco.
“Chissà, se sarò ancora qui quando sarà cresciuto. Chissà se sarò ancora viva.”
Julie fu percorsa da un brivido lungo la schiena.
“Maestà, ma cosa dite? Avete ancora molti anni di vita davanti a voi!”
E per sviare il discorso cominciò a informarsi sulla salute dei principi e sulla vita di corte degli ultimi mesi. Si rese conto che le visite si erano diradate ulteriormente e che i sovrani di Francia vivevano in stato di arresto all’interno della Reggia, in attesa che si decidesse il loro destino.
Ad un tratto Julie non riuscì proprio a evitare di chiedere cosa fosse accaduto in realtà quel 20 di giugno, durante il tentativo di fuga miseramente fallito.
Marie Antoinette sospirò amaramente prima di rispondere.
“Mi accorgo solo adesso che è stato un errore. Nulla è andato come avevamo programmato, fin dal principio. Tanto per cominciare, la partenza è avvenuta in ritardo. Io non ero pratica delle strade di Parigi e, mentre cercavo di raggiungere Place de Carrousel, dove ci attendeva la carrozza, mi sono persa. Ci siamo messi in viaggio un’ora dopo il previsto e, come se non bastasse, mio marito è stato riconosciuto lungo la strada. Non faceva altro che sporgersi dal finestrino. Non avrebbe dovuto. Comunque ormai quel che è stato, è stato!”
“E il conte de Fersen?”
L’improvvisa domanda di Julie colse di sorpresa Sua Maestà che, dopo un attimo di esitazione, rispose: “A metà strada Louis ha insistito perché ci lasciasse proseguire da soli. Forse è stato un bene. Non avrei sopportato che venisse coinvolto nelle nostre disgrazie. Se gli fosse successo qualcosa a causa mia non me lo sarei mai perdonato. E da allora non l’ho più rivisto.”
Julie annuì in silenzio. Poi si rese conto che a quell’ora la sua assenza avrebbe dovuto essere notata da un pezzo e immaginò che Madeleine fosse in ansia per lei. Quindi si congedò da Sua Maestà e si diresse nuovamente verso le cucine. Sfortunatamente lungo il tragitto fu intravista da una cameriera che la bloccò all’istante.
“Mio Dio, Madame che ci fate qui? Giù di sotto vi stanno cercando disperatamente. Non dovreste aggirarvi nell’ala riservata ai Reali.”
“Mi ero persa”, fece lei con disinvoltura; dopo di che fu riaccompagnata nelle cucine dove ricevette una bella ramanzina dalla sua amica.
Ma poco le importò essere rimproverata. Il suo scopo lo aveva raggiunto e ne era soddisfatta. Chissà se sarebbe riuscita a rivedere Marie Antoinette e a mantenere la sua promessa di presentarle il suo piccolo erede. Al solo pensiero si sentiva opprimere il petto da una forte ansia.

CAP 15
Julie si aggrappò a un lembo del lenzuolo cercando di trattenere il respiro. Un rivolo di sudore le scivolò giù per il collo, mentre le contrazioni si facevano sempre più dolorose.
Non avrebbe mai pensato che partorire fosse così e per un attimo temette di non farcela.
“Maddy”, disse con voce flebile all’amica che la stava assistendo, “Ho paura.”
Ma la donna la zittì all’istante.
“Non preoccuparti, non manca più molto. Le acque si sono già rotte e presto potrai stringere tuo figlio fra le braccia.”
Fortunatamente Madeleine aveva già assistito ad altri parti, essendo la figlia maggiore di una famiglia numerosa, e sapeva esattamente cosa doveva fare.
Julie fece per ribattere ma una nuova fitta, più forte della precedente, le mozzò il fiato.
Madeleine afferrò una catinella d’acqua ed ordinò ad Annette di portarle un panno pulito.
Quindi si rivolse a Julie con decisione: “Va tutto bene. Ci siamo quasi. Adesso comincia a spingere.”
La fanciulla annuì e fece ciò che l’amica le aveva detto.
Era fortunata ad averla al suo fianco in quel frangente. Con un’altra levatrice non si sarebbe sentita a proprio agio, invece la sua presenza la calmava.
Sollevata a quel pensiero si concentrò su quel che doveva fare.
Fu questione di minuti poi un dolore acuto le strappò un urlo di dolore e quasi non perse i sensi. Era nato.
Philippe passeggiava avanti e indietro, più nervoso che mai.
“Non ci stanno mettendo troppo?” disse più a se stesso che a Gaston che gli stava accanto.
“Non mi pare. Sei tu che ti stai preoccupando troppo.”
“Vorrei vedere te al mio posto! Dici così perché non è tua moglie che sta partorendo un figlio.”
Gaston fece per ribattere ma, all’improvviso, udirono Julie urlare e quasi non sbiancarono entrambi.
Subito dopo il pianto di un neonato riecheggiò nella stanza e Madeleine fece capolino dalla porta con un sorriso.
“E’ nato”, fece semplicemente, “E’ un maschietto bellissimo.”
“Posso vederlo?”, chiese Philippe, emozionato.
“Ma certo! Entra pure, Julie ti sta aspettando.”
Quando egli varcò la soglia il piccolo era tra le braccia della madre e urlava a più non posso.
“Si fa sentire nostro figlio, non ti pare?” disse alla moglie che si volse a guardarlo con affetto. Era stanca ma tanto felice. Infine ella esclamò con orgoglio: “Philippe, ti presento Jean-Paul Delatouche, tuo figlio. Non vuoi prenderlo in braccio?”
Il marito si sedette sul letto, accanto a lei, e, dopo averla baciata dolcemente sulle labbra, replicò:
“Ma certo che voglio!” ed attiratolo a sé disse ancora: “Ti ringrazio, Julie. Mi hai reso immensamente felice.”
24 FEBBRAIO 1792
Erano trascorse diverse settimane dalla nascita del piccolo Jean-Paul e Julie non lo lasciava un momento, decisa a riversare su di lui tutto il suo amore.
Ma quella mattina ricevette l’inaspettata visita di Madeleine che le comunicò di aver ricevuto un incarico importante da una sua conoscente.
“Si tratta della moglie del fornaio”, spiegò a Julie che l’ascoltava attenta, “Di solito si occupa lei di fornire il pane alla Famiglia Reale ma purtroppo si è rotta una gamba e non può muoversi, quindi mi ha chiesto di sostituirla. Ovviamente mi pagherà profumatamente il disturbo. Che ne dici? Avresti mai detto che un giorno sarei entrata a Palazzo Reale, anche se dalla porta di servizio?”
“Permettimi di accompagnarti, Maddy”, fece impulsivamente Julie.
L’amica la osservò allibita.
“Ma come farai con Jean- Paul?”
“Lo lascerò alla cameriera, non preoccuparti di questo.”
“Io non ti capisco… per quale motivo ci tieni così tanto a venire con me?”
“Beh, forse è l’unica occasione che avrò di vedere un palazzo così elegante, no?” mentì spudoratamente. In realtà voleva accertarsi che Sua Maestà e i bambini stessero bene. Non aveva più avuto loro notizie ed era preoccupata.
Madeleine fece spallucce e assentì: “D’accordo. Se proprio lo desideri puoi accompagnarmi. Mi darai una mano.”
Ricordo che è disponibile un riassunto all'indirizzo:
http://larosadiparigi.splinder.com (fra i link qui di lato)
Insieme al riassunto troverete anche il profilo dei personaggi.
14 LUGLIO 1791
Julie lasciò che la cameriera terminasse di vestirla e si avvicinò allo specchio. Le sue labbra si incurvarono in un sorriso, mentre esaminava la sua ancor snella figura, vestita secondo l’ultima moda parigina. Quello era un giorno di festa per l’intera Francia; la folla aveva invaso le strade di Parigi ed ovunque risuonavano canti e grida gioiose.
Per l’occasione Julie aveva indossato un lungo abito, senza panieri, né guardinfanti, che lasciava intravedere tutti i movimenti del corpo. Le pieghe della gonna erano state portate sul di dietro, in modo da non attenuare l’elasticità della figura e da far sporgere, ben sviluppato, il fondoschiena, così come voleva la moda. Le maniche dell’abito, poi, erano aderenti e lunghe fino al polso che era stretto da un nastro, mentre sulle spalle era stato posato uno scialle bianco, il cui bordo era decorato a foglie verdi e azzurre.
“Brava, Marie”, disse dunque Julie alla domestica, “Hai fatto davvero un ottimo lavoro”.
La giovane arrossì per le lodi della sua giovane padrona, infine le porse un paio di scarpette rosse, affinché le indossasse.
“Adesso siete pronta, Madame”, disse osservandola con orgoglio, “Volete che vada a chiamare vostro marito?”
“Sì, te ne prego, Marie.”
La ragazza lasciò la stanza, dopo averla salutata con un frettoloso inchino e poco dopo Philippe apparve sulla soglia.
“Sei splendida, mia cara”, le disse con un sorriso. Lei allora gli si avvicinò e si strinse contro il suo petto.
“Anche tu non sei niente male, marito mio.”
Egli le stampò un affettuoso bacio sulla fronte e rispose:
“Beh, oggi è una giornata speciale, non solo perché si festeggia l’anniversario della presa della Bastiglia, ma anche perché, finalmente, Gaston e Annette si sposano.”
“Già, è proprio un evento da festeggiare, questo!”
“E allora muoviamoci o arriveremo in ritardo alla cerimonia.”
La festa si svolse a casa di Gaston e fu una delle più belle a cui Julie avesse mai partecipato. Non aveva nulla dei noiosi balli di corte a cui era intervenuta durante il suo soggiorno a Versailles. Qui ovunque aleggiava un’atmosfera di pace e felicità che da tempo Julie non provava più.
La sposa, poi, era raggiante nel suo splendido abito da cerimonia che Julie aveva fatto confezionare, apposta per lei. Annette meritava questo ed altro, pensò, mentre le si avvicinava per porgerle le sue felicitazioni ed in cuor suo si augurò che potesse essere felice quanto lo era lei con Philippe.
Quel giorno i festeggiamenti si protrassero fino a tarda sera e, quando fu il momento di lasciare soli gli sposi, Julie abbracciò forte Annette.
“Mi mancherai”, le disse con gli occhi lucidi di commozione, “Promettimi che verrai a trovarmi, ogni tanto.”
La sposa allora sorrise.
“Ma certamente. Tu e Philippe siete stati la mia famiglia per tanto tempo ed, anche se ora ho un marito, non smetterò mai di considerarvi tali.”
Quindi, Julie raggiunse Philippe ed insieme si incamminarono verso casa.
Nelle strade, intanto, erano scoppiati i fuochi di artificio per celebrare degnamente la festa nazionale e, sulla Senna, si scorgevano ancora le giostre nautiche, mentre in città erano state aperte numerose sale da ballo. Gaston e Annette avevano scelto proprio un bel giorno per sposarsi, pensò Julie. Ovunque si udivano allegre risate e grida festose e le orchestre suonavano danze popolari e le canzoni di Marie-Joseph Chenier e di Fontanes venivano canticchiate a squarciagola. Passando per gli Champs Elysées, poi, Julie rimase quasi sbalordita dalla vista affascinante che le si apriva davanti: tutte le strade erano illuminate e gli alberi reggevano ghirlande oscillanti di lampioncini e ovunque vi erano bandiere e gagliardetti tricolori.
Alla Bastiglia, sulle rovine della fortezza, erano stati piantati degli alberi, ciascuno simboleggiante un dipartimento e, dappertutto, si vedeva la parola « Libertà » e vi si danzava intorno alla luce delle candele, la cui fiamma era protetta da vetri colorati.
Ad un tratto Julie affrettò il passo. Erano quasi giunti a casa e non vedeva l’ora di rimanere sola con Philippe nell’intimità della loro camera da letto.
Anche quel giorno era volto al termine, pensò fra sé, stringendosi più forte al braccio del marito, e chissà che cosa li attendeva nel prossimo futuro. Qualsiasi cosa fosse, ella si augurò di non doversi separare mai dalle persone a lei care e dalla creatura che stava crescendo dentro di lei.

Il riassunto delle puntate precedenti le trovate all'indirizzo:
http://larosadiparigi.splinder.com
22 GIUGNO 1791
“Philippe”, mormorò, vedendo il marito avviarsi verso la porta, “Dove vai? E’ successo qualcosa?”
Era appena l’alba, quindi piuttosto insolito che uscisse a quell’ora.
“Una riunione improvvisa”, rispose l’uomo frettolosamente, “Mi dispiace averti svegliata”.
Julie scostò le coperte e balzò giù dal letto con aria preoccupata.
“Una riunione? E perché? Cosa mi stai nascondendo?”
Philippe avrebbe voluto tacere sull’argomento, ma tanto prima o poi l’avrebbe saputo e quindi rispose un po’ riluttante: “La famiglia reale è stata fermata ieri a Varennes. All’inizio si era pensato a un rapimento ma pare si tratti in realtà di una vera e propria fuga. L’Assemblea si riunisce per discutere il fatto. Questo è tutto.”
Julie impallidì di colpo. Dunque li avevano scoperti e arrestati.
“Cosa succederà adesso?” chiese, presa dall’ansia.
“Non lo so, Julie. Ti prego torna a dormire e cerca di non pensarci.”
“Non riesco a non pensarci. Ti prego raccontami che è accaduto. Chi è stato a riconoscerli? Siete sicuri che si tratti proprio della famiglia reale?”
Philippe sospirò a quel fiume di domande ma, conoscendo la cocciutaggine di sua moglie, sapeva di non potersi esimere dal darle le risposte che desiderava. Quindi esclamò: “E’ stato un certo Drouet a riconoscere il re a Saint-Manehould, ma siccome non ne era sicuro l’ha lasciato proseguire fino a Varennes. Qui la carrozza dei sovrani è stata fermata per il controllo dei passaporti ed il procuratore del comune, un certo Sausse, ha provveduto a far chiamare, per il riconoscimento, un magistrato che aveva avuto occasione di vedere il Re a Versailles. Pare che costui, non appena l’abbia visto, sia caduto in ginocchio esclamando: « Maestà! ». Quindi si è provveduto all’arresto della Famiglia Reale a cui è stato ordinato di far ritorno a Parigi.”
Al racconto di Philippe seguì un lungo silenzio. Poi Julie domandò ancora con un filo di voce:
“Pensi che li potrò vedere?”
Ma, esasperato il marito sbottò: “Julie, per favore! So quanto sei affezionata ai Reali e, nonostante non condivida le tue idee, comprendo la tua preoccupazione. Ma, te lo chiedo col cuore in mano, non ti immischiare in questa faccenda. Potrebbe essere pericoloso.”
“Non mi importa se sarà pericoloso. Ti prego, Philippe, aiutami.”
L’uomo le lanciò uno sguardo esasperato ma poi rispose: “Farò tutto il possibile.”
25 GIUGNO 1791
Philippe prese per mano la moglie e si fece largo tra la folla. La carrozza dei Reali stava per rientrare in città e pareva che tutto il popolo della capitale e dei dintorni si fosse riversato nelle strade. Egli avrebbe voluto evitare a Julie quello spettacolo, ma lei aveva talmente insistito che alla fine aveva ceduto alle sue richieste.
“Visto che non sei riuscito ad ottenere il permesso di far visita alla Regina, almeno permettimi di assistere al suo ritorno.” Aveva detto con le lacrime agli occhi e ormai Philippe sapeva bene quanto fosse difficile negare qualcosa alla sua sposa.
All’improvviso un pesante silenzio piombò sulla città. Philippe osservò dapprima la carrozza del re e poi Julie, trattenendo il respiro. Sperava con tutto il cuore che lei non commettesse l’errore di dire qualcosa di sbagliato. La folla lì riunita avrebbe potuto scatenarsi per un nonnulla.
Ma per fortuna ella non fiatò. Osservò la Famiglia Reale da lontano e, non appena la carrozza si fu allontanata, pregò il marito di tornare a casa.
Sulla strada del ritorno tutto ciò che disse fu: “Non si sono neanche levati il cappello al passaggio del re. Lo odiano, non è vero?”
Philippe la strinse a sé con calore. Gli pareva così vulnerabile in quel momento.
“Non hanno tutti i torti, in fondo”, rispose poi, “Con la sua fuga il re si è macchiato di una grave accusa. Si tratta di tradimento, Julie, e non è cosa da poco.”
Ella allora gli rivolse uno sguardo allarmato.
“Pensi che lo uccideranno?”, chiese con voce strozzata. Da sempre, infatti, quella era la pena inflitta ai traditori.
“Non lo so, Julie. Non lo so.”

Quando vide rientrare la moglie, Philippe la guardò con aria truce.
“Si può sapere dove sei stata?”
“A fare una passeggiata, perché?” detestava mentirgli ma non c’erano altre soluzioni, purtroppo.
“Ero preoccupato. Non mi va che tu esca da sola, nel tuo stato”.
“Avevo bisogno di prendere un po’ d’aria”.
“La prossima volta preferirei essere avvertito. Quando sono tornato a casa e tu non c’eri ho avuto paura che ti fosse successo qualcosa”.
“Non accadrà più. Te lo prometto” e, dicendo ciò, si rese conto che stavolta non era una bugia. Non avrebbe più avuto bisogno di sotterfugi d’ora in poi. Non avrebbe più dovuto recarsi in visita a Sua Maestà. Se tutto fosse andato bene la famiglia reale avrebbe raggiunto l’Austria e lei non li avrebbe più visti. Con le lacrime agli occhi, pregò che quella fuga non si tramutasse in tragedia. Ma aveva un cattivo presentimento che non l’aveva più abbandonata da quando aveva lasciato le Tuileries.
Il cocchiere rallentò la corsa dei cavalli e fermò la carrozza.
“Non è il caso che proseguiate con noi, conte de Fersen”, disse il re, in tono autorevole, “Avete fatto anche fin troppo per la mia famiglia, ve ne sarò grato per sempre.”
L’uomo lanciò una breve occhiata alla regina. Avrebbe voluto dirle tante cose ma sapeva di non poterlo fare e, con quello sguardo, le gridò silenziosamente tutto il suo amore.
“Come volete, Maestà”, rispose con un lieve inchino; infine scese dalla carrozza.
“Addio, Axel”, lo salutò Marie Antoinette, il tono di voce leggermente incrinato. Le loro storie si separavano e lei non poteva far nulla per impedirlo. Poi il re ordinò al cocchiere di far ripartire i cavalli. Fersen salì su uno stallone che gli avevano lasciato, affinché potesse tornare indietro e lanciò un’ultima occhiata alla carrozza che si allontanava.
In cuor suo pregò che tutto andasse bene, ma la sua improvvisa dipartita gli parve un presagio di sventura. Forse non avrebbe dovuto obbedire a Sua Maestà, lasciando la sua amata sola a fronteggiare il pericolo. Tuttavia scacciò dalla mente quel pensiero e partì al galoppo.
Non poteva sapere che quel 20 di giugno sarebbe sempre rimasto nei suoi ricordi come una data infausta, né che quella era l’ultima volta che vedeva Marie Antoinette.*
*Il Conte Axel Von Fersen morì nel 1810 all’età di 55 anni. Fu accusato di aver avvelenato l’erede al trono di Svezia e fu trucidato dalla folla inferocita. Per uno strano caso del destino la data era proprio un 20 di giugno.

Marie Antoinette si lasciò sfuggire un lungo sospiro e, in quel momento, Julie provò una gran pena per lei. All’improvviso però ricordò il motivo per cui era lì e si affrettò a chiedere:
“E’ vero che siete in partenza?”
Sua Maestà parve visibilmente turbata dalla sua domanda.
“Come l’avete saputo?”
“Louis Charles si è fatto sfuggire qualcosa, Maestà.”
“Non avrei dovuto parlarne ai miei figli. Sono ancora troppo piccoli per capire”, fece allora la Regina, con aria pensierosa.
“Dunque è vero che intendete partire per l’Austria?”
“Sì, è vero, mademoiselle Julie. Qui in Francia nulla è più come prima ed io e mio marito ci sentiamo come due prigionieri, cercate di capire…”
“Ma il popolo cosa penserà?”
“Non mi importa di cosa può pensare. Ormai la nostra decisione è presa: partiremo questa sera, con l’aiuto di Fersen e che Dio ci aiuti.”
“Potrebbe essere pericoloso?”
Marie Antoinette annuì e disse:
“Se ci scoprono prima che raggiungiamo il confine potrebbe esserlo.”
Terminato il colloquio con Sua Maestà, Julie si avviò verso l’uscita. Mille pensieri le balenavano per la mente e, primo fra tutti, la fuga della famiglia reale.
Amava sinceramente Louis Charles e Marie Thérèse e, solo al pensiero che potesse succedere loro qualcosa, si sentiva rabbrividire. Ma, proprio mentre stava per varcare il cancello, qualcuno la raggiunse, chiamandola per nome.
“Mademoiselle de Soissons! Aspettate un attimo.”
Julie si voltò e si ritrovò di fronte, con sua enorme sorpresa, il conte Axel Von Fersen.
“Il mio nome ora è madame Delatouche, signore”, rispose, salutandolo con un lieve movimento del capo.
“Scusatemi, prima ho sentito Sua Maestà la Regina chiamarvi così e non potevo sapere… il mio nome è…”
“So chi siete, monsieur.”
“Bene. Spero vorrete concedermi qualche minuto del vostro tempo, allora. Desidererei parlarvi.”
Julie si chiese cosa potesse volere da lei quel nobile svedese ma, incuriosita dal personaggio che aveva rubato il cuore della regina dei francesi, decise di ascoltarlo.
Un po’ esitante egli cominciò: “Prima di tutto vorrei ringraziarvi per essere stata vicina a Sua Maestà, in questi giorni così difficili. So che siete venuta a trovarla spesso e questo è stato molto importante per lei, che è stata abbandonata dai suoi amici, persino quelli più cari come la contessa de Polignac.”
Il suo strano accento catturò l’attenzione di Julie. Era indubbiamente un uomo molto affascinante quel Fersen e non la stupiva il fatto che Marie Antoinette si fosse innamorata di lui.
“Non dovete ringraziarmi”, rispose poi con un sorriso, “L’ho fatto perché mi sono affezionata a Sua Maestà e ai suoi figli.”
“Siete una persona di animo nobile, lo vedo. Permettetemi, tuttavia, di chiedervi un ultimo favore.”
“Chiedete pure. Di che si tratta?”
“Marie Antoinette ha bisogno di una persona fidata che l’accompagni in questo viaggio. Un’amica che le stia vicino per confortarla. Io, purtroppo, non posso farlo come vorrei. Non oserei mai, alla presenza del Re, voi capite, sarebbe giudicato sconveniente…”
Julie fu profondamente colpita dal grande amore di quell’uomo per una donna che non sarebbe mai potuta essere sua. Avrebbe voluto aiutarlo ma quello che le chiedeva era impossibile.
“State forse proponendomi di partire con voi?”
“Esattamente, mademoiselle. Siete certo più indicata di Madame de Tourzel come governante dei Principi. Ho saputo che loro vi adorano e…”
“Avete saputo molte cose sul mio conto”, lo interruppe, quindi, lei, “Tuttavia non sapete una cosa fondamentale: non posso fare questo viaggio con voi. Vedete, non è proprio possibile perché sono sposata e, per giunta, in attesa di un figlio. Non posso di certo abbandonare mio marito, né trascurare il mio stato.”
Il conte svedese arrossì imbarazzato ma trovò il coraggio di ribattere:
“Si tratterebbe di accompagnarci solo fino alla frontiera. Poi potrete tornare indietro, vostro marito capirà che è per una giusta causa.”
“Non capirà”, fece lei con convinzione, “Mio marito è un membro dei Comuni e meno saprà di questa storia, meglio sarà per tutti.”
Axel impallidì all’istante e Julie, intuendo la sua preoccupazione, si affrettò ad aggiungere:
“Non saprà nulla di tutto ciò, ve lo posso assicurare.”
Con un sospiro di sollievo l’uomo si congedò.
“Vi ringrazio ugualmente, madame.”
Prima di lasciarlo andare però Julie non riuscì a trattenersi dal formulare un’ultima domanda:
“Amate molto Sua Maestà, non è vero?”
Lui distolse lo sguardo imbarazzato.
“Non capisco cosa intendiate…”
“Potete fidarvi di me. Dunque, l’amate?”
“Più della mia vita, madame. L’unico mio rammarico è di non poterla totalmente consolare di tutte le sue sventure, né renderla felice quanto merita.”
Con gli occhi umidi di lacrime Julie annuì comprensiva.
“Abbiate cura di lei, allora”.
“Lo farò, per quanto mi sarà possibile.”

Erano le cinque del pomeriggio e tutto sembrava svolgersi secondo la normalità, eppure ella intuì una certa aria di tensione. Si chiese se fosse solo una sua impressione o se le stavano nascondendo qualcosa. Poi giunsero i due principi e Louis Charles le si gettò fra le braccia, esclamando:
“Sei qui, Julie! Pensavo non saresti venuta. Partirai con noi?”
“Partire? E per dove?”
Ma un’occhiata eloquente della sorella impedì al bambino di rispondere.
Marie Thérèse, ormai dodicenne, aveva un’aria triste e tirata che cercava, tuttavia, di nascondere.
“Mi volete spiegare che succede?”, si insospettì Julie, “Chi è che parte?”
Nessuno dei due ebbe il coraggio di parlare ed ella incalzò: “Non vi fidate più di me? Non mi considerate più vostra amica?”
Alla fine Marie Thérèse rispose, titubante: “Ci è stato impedito di parlarne con chiunque.”
“Anche con me?”
“Credo di sì.”
“Siete voi che state per partire? Vi prego, rispondete almeno a questa domanda.”
La principessa annuì.
“Andiamo in Austria, ma nessuno deve saperlo. Nostra madre dice che è pericoloso. Ma tu non ci tradirai, non è vero?”
“No, non vi tradirò. Ma vorrei parlare con vostra madre, se è possibile. Dove posso trovarla?”
Louis Charles prese Julie per mano.
“Ti accompagno io”, esclamò, trascinandola lungo uno stretto corridoio e fermandosi, poi, davanti a una porta, “Ecco, è qui. Sta dando udienza a un nobile svedese che ogni tanto viene a trovarci.”
“Ti ringrazio”, fece Julie preoccupata, “E’ importante che io le parli.”
E, detto ciò, bussò con decisione alla porta.
Attese una risposta per qualche istante, poi un uomo alto, slanciato e piuttosto attraente, che non aveva mai visto, le aprì e la scrutò con diffidenza.
“Chi siete?” le domandò con un vago accento straniero.
Julie stava per balbettare il suo nome, quando Sua Maestà la Regina si affrettò a intercedere per lei:
“Non preoccupatevi, Fersen. E’un’amica fidata. Lasciatela entrare.”
Quindi rivolgendosi a Julie disse: “Buona sera, mademoiselle de Soissons. E’ sempre un piacere vedervi.”
Julie fece un profondo inchino, in segno di saluto, dopo di che si avvide che lo sconosciuto stava per congedarsi, in seguito a un gesto che la Regina gli aveva indirizzato.
Era a dir poco sorpresa di aver trovato quel nobile in compagnia di Sua Maestà. Sembrava ci fosse fra i due un legame molto più stretto di quello che volevano lasciar intuire.
Mentre si poneva questi interrogativi, tuttavia, Marie Antoinette parve leggerle nel pensiero e spiegò: “L’uomo che avete visto è il conte de Fersen, una delle poche persone che mi sono rimaste vicine, dopo la Rivoluzione.”
“Non l’avevo mai visto. Risiedeva a Versailles?”
La Regina sorrise.
“Vi siete trattenuta così poco a Versailles che non mi stupisce affatto che non abbiate avuto modo di conoscerlo. Quello che mi sorprende è che non ne abbiate sentito parlare. Correvano così tante voci sul nostro conto…”
Julie guardò Marie Antoinette, con un lampo di curiosità.
“Che genere di voci?” e, mentre Sua Maestà le indicava una poltrona su cui sedersi, si predispose ad ascoltare. La Regina parve soppesare, un istante, le parole. Era la prima volta che ne parlava con qualcuno, ma sentiva di potersi fidare di quella giovane che le aveva sempre dimostrato una profonda lealtà. Quindi iniziò a raccontare.
Tutto era cominciato la notte del 30 gennaio 1774. Marie Antoinette e Fersen avevano solo diciotto anni e si erano incontrati, per caso, a un veglione dell’Opera. Lei indossava una maschera, per non farsi riconoscere e non appena lo vide rimase come folgorata; era così bello.
“Ricordo che mi avvicinai e cominciammo a discorrere” disse Sua Maestà, tornando indietro con la mente a molti anni prima, “Così facendo, però, ci attirammo contro tutti i pettegolezzi dei presenti.”
Poi la principessa si era tolta la maschera e, solo allora, lui aveva riconosciuto nella misteriosa fanciulla la sposa del pretendente al trono di Francia. Ma ormai era troppo tardi e si era fatto strada in entrambi un sentimento talmente profondo che nemmeno il tempo e la distanza sarebbe riuscito a cancellare.
“Da quella sera”, continuò Marie Antoinette, “Invitai spesso il conte de Fersen a corte, fino a quando, dopo l’improvvisa morte del Re, io non diventai Regina e lui ripartì per il suo Paese natale.”
“E non vi siete più visti?”, chiese Julie, con crescente curiosità.
Le labbra della Regina si incurvarono in un sorriso.
“Lo rividi quattro anni dopo. Correva voce che fosse tornato in Francia per prendere moglie, ma non si sposò mai e le sue continue visite a corte misero a repentaglio la mia immagine, al punto che fu costretto a lasciare nuovamente il nostro Paese per arruolarsi come aiutante di La Fayette per la guerra di indipendenza nordamericana.”
La Regina si alzò e si avvicinò a una grande finestra, mentre Julie la seguiva con lo sguardo, in attesa che continuasse il suo racconto. Non avrebbe mai sospettato che Sua Maestà fosse stata protagonista di una storia così romantica.
Finalmente ella riprese a parlare: “Per altri quattro lunghi anni non seppi più nulla di lui. Finché un pomeriggio di fine giugno, non riapparve al mio cospetto.”
Quel giorno Marie Antoinette si trovava in un angolo del salotto dorato, intenta a suonare l’arpa, e quando le era stata annunciata la visita del nobile svedese il suo cuore aveva preso a battere all’impazzata.
“E poi che successe?”, ormai Julie aveva preso così a cuore quel racconto, da essersi completamente dimenticata del vero motivo della sua visita.
“Continuammo a vederci, sempre più di frequente”, rispose Sua Maestà, “E, nonostante lui fosse spesso impegnato in viaggi di lavoro, al fianco del suo re, non si dimenticò mai di me. Faceva sempre ritorno a Versailles, appena gli era possibile. Poi cominciarono per me i tempi più duri. Il popolo aveva preso ad odiarmi e persino molti miei amici fidati mi voltarono le spalle. Ma lui no, Fersen rimase sempre al mio fianco, più innamorato che mai. Lo scorso anno si stabilì ad Ateuil, da alcuni amici, per potermi stare vicino. Ed ogni sera veniva a trovarmi a Sain-Cloud, dove trascorrevamo lunghe ore, a volte intere giornate, insieme. Spesso mi dava consigli e partecipava ad ogni mia decisione, dandomi prova, non solo del suo amore, ma anche della sua profonda amicizia. Se solo non fossi stata una regina, obbligata a restare vicino a un marito impostomi per ragioni di stato, forse sarei anche potuta essere felice al suo fianco.”
CAP 14
Uscita di casa, Julie fermò una carrozza, agitando frettolosamente una mano.
“Alle Tuileries!” disse al vetturino, mentre si lasciava cadere sul sedile. L’uomo la guardò con aria inquisitrice, ma poi spronò i cavalli al galoppo. Probabilmente si stava domandando cosa andasse a fare nella residenza dei reali di Francia. Da tempo, infatti, le loro Maestà non vivevano più a Versailles, ma si erano trasferiti a Parigi per volontà del popolo. Questa decisione era stata loro indotta con la forza, quando il 6 ottobre 1789, una folla inferocita, composta soprattutto da donne, si era radunata davanti ai cancelli di Versailles, insultando a gran voce la regina, da loro definita Madame Déficit, in quanto su di lei ricadeva ogni colpa riguardo alla profonda crisi che stava attraversando la Francia. Negli ultimi anni erano circolati su di lei parecchi libelli ingiuriosi che l’accusavano di libertinaggio e un sacco di altre cose orribili, per lo più frutto della fantasia dei suoi nemici. Persino il cosiddetto scandalo della collana, avvenuto alcuni anni prima, le era ricaduto addosso come una colpa, sebbene ella fosse innocente. In realtà era stato tutto un complotto ordito dalla contessa La Motte-Valois, la quale si era impossessata, con l’inganno, di una preziosissima collana di diamanti che, precedentemente, era stata rifiutata dalla stessa regina perché considerata troppo cara. Con incredibile astuzia, la contessa era riuscita a convincere il poco arguto cardinale di Rohan, desideroso da tempo di entrare nelle grazie della regina, che acquistando per lei la suddetta collana di diamanti si sarebbe guadagnato la sua eterna gratitudine. Per rendere l’inganno più credibile, aveva persino pagato una prostituta dalle sembianze molto simili a Sua Maestà, una certa Mademoiselle d’Oliva, e l’aveva fatta segretamente incontrare col cardinale nel boschetto di Venere, a Versailles. La farsa era venuta alla luce quando il gioielliere aveva chiesto a Marie Antoinette di saldare il suo debito. Ella era caduta dalle nuvole, dichiarando di non sapere nulla della collana e di non aver mai fatto richiesta al cardinale di Rohan, da lei sempre odiato, di portare avanti un simile acquisto per suo conto . Dunque aveva fatto arrestare l’alto prelato, considerandolo colpevole di una truffa nei suoi confronti. In realtà l’uomo era realmente convinto che fosse stata la regina a commissionargli quel compito, a tal punto che cercò di distruggere le lettere che la contessa La Motte-Valois aveva scritto di suo pugno, apponendo la firma di Sua Maestà, per proteggere così la sovrana. Durante il processo che ne seguì fu condannata la contessa, la quale aveva fatto a pezzi la collana per poi svenderne i singoli diamanti. La sentenza dichiarò che la colpevole dovesse essere frustata, marchiata con i ferri caldi recanti la « V » di voleuse (ladra) e imprigionata a vita. Il marito della contessa, che partecipò alla truffa in qualità di falsario, dal momento che era fuggito in Inghilterra, fu condannato in contumacia alla detenzione. Il cardinale invece fu totalmente assolto e, quando la notizia giunse alle orecchie del popolo, la folla esultò, gridando: “Vive le Cardinal!”, dimostrando in questo modo che tutta la simpatia dei francesi andava a lui, piuttosto che alla regina. Ormai erano poche le persone rimaste fedeli alle loro Maestà, pensò Julie. Persino Madame de Polignac, tanto amica di Marie Antoinette, era fuggita all’estero; per non parlare della governante dei principi che era stata sostituita con Madame de Tourzel. Ma Julie non se l’era sentita di abbandonare i principini e, piano piano, persino i suoi rapporti con la regina si erano fatti più confidenziali. Ora era l’unica vera amica di cui Marie Antoinette potesse avvalersi e non avrebbe mai avuto il coraggio di abbandonarla al proprio destino.
Naturalmente di tutto questo Philippe non sapeva nulla. Avrebbe voluto confidarsi con lui, non le piaceva avere segreti per il marito, ma era certa che lui non avrebbe capito. Continuava ad avere una profonda avversione per coloro che lei, invece, considerava amici e niente al mondo gli avrebbe fatto cambiare idea. Quindi l’unica soluzione possibile era tacergli la verità e fingere di aver interrotto ogni rapporto con la Casa Reale. In realtà provava molta pena per tutti loro. Da quando avevano lasciato Versailles, trascorrevano le giornate quasi come fossero dei prigionieri. La vita spensierata di un tempo, ormai era solo un ricordo e Julie, meglio di chiunque altro, sapeva cosa significasse. Ad un tratto qualcosa la distolse dai suoi pensieri. Il vetturino aveva accostato la carrozza ed ora stava attendendo che lei scendesse. Julie sbirciò fuori dal finestrino e constatò che effettivamente era giunta a destinazione. Dopo aver pagato il conducente, si apprestò dunque a varcare i cancelli e ad entrare all’interno del palazzo.

14 GIUGNO 1791
Julie aprì gli occhi e sorrise pigramente al marito che la stava osservando.
“Buongiorno, amore. Che ore sono?”
“Non so, mia cara. Perché me lo chiedi? Hai impegni per la mattinata?”
Lei ridacchiò beata.
“Nulla che non si possa rimandare. E tu?”
Il suo sguardo civettuolo lo stava facendo impazzire.
“Nessun impegno”, rispose abbracciandola e deponendole un bacio sulla spalla nuda, “Mi hanno concesso qualche giorno di licenza matrimoniale e quindi posso dedicarmi interamente alla mia mogliettina.”
“Uhmmm, bene”, fece lei lasciandosi sfuggire un piccolo gemito, “E che progetti hai?”
Philippe assunse un’aria meditabonda.
“Che ne dici di un bel bagno insieme? Adesso che abbiamo una bella vasca, come i ricchi gentiluomini, potremmo approfittarne”.
Gli occhi di Julie brillarono all’idea di immergersi in quella vasca insieme a lui e, senza attendere oltre, si sciolse dall’abbraccio e sgattaiolò fuori dal letto, dicendo: “Buona idea! Vado a preparare tutto per il bagno, allora”.
Philippe la osservò allontanarsi. Era così bella che quasi gli faceva male guardarla. Dopo un paio di minuti, la raggiunse nella stanza adiacente e constatò che, nel frattempo, la vasca era stata riempita d’acqua e di oli profumati. Si immerse per primo ed attese che la moglie si sistemasse con la schiena contro il suo torace. Quindi cominciò a passarle un panno bagnato sulla pelle. Julie chiuse gli occhi rilassata.
“A proposito, sai la novità?” chiese ad un tratto.
“Che novità?”
“Annette e Gaston si sposano”.
“Come?” la notizia lo aveva colto del tutto di sorpresa.
“Ma sì, hai capito bene, si sposano! Dopo tutto non era un mistero che fra loro ci fosse una certa simpatia, no?”
“Beh, ma di qui a sposarsi… così all’improvviso…”
Julie si lasciò sfuggire una risatina.
“Il fatto è che lui ci ha messo un tempo interminabile a dichiararsi. Forse si è deciso solo, avendo visto come eravamo felici noi, dopo le nozze.”
A quel punto Philippe si unì alla sua risata e disse: “Questo è tipico di Gaston. Con le donne è sempre stato un gran timido, nonostante si desse arie da conquistatore, Ma adesso che Annette se ne va come facciamo?”
Julie si volse a fissarlo stupita.
“Che intendi dire?”
“Non voglio che ti occupi dei lavori di casa da sola, soprattutto adesso che aspetti un bambino.”
Lei tornò a rilassarsi appoggiando la propria testa al suo petto.
“Ti stai preoccupando troppo”, esclamò, “Non ho bisogno di alcun aiuto.”
Ma Philippe sembrava non essere della stessa idea; smise di lavarla e si accigliò.
“Ti ho detto che non voglio che ti affatichi. Dopotutto possiamo sempre assumere una cameriera, non ti pare?”
“Una cameriera?”, Julie quasi non credeva alle proprie orecchie “Davvero possiamo permettercelo?”
“Certo che sì”, adesso suo marito le sorrideva con orgoglio, “Ti avevo promesso che mi sarei preso cura di te e non ti avrei fatto mancare nulla, no? Ebbene, ora possiedo una buona posizione e denaro a sufficienza per fare di te una regina, amor mio. E poi una domestica potrà essere utile anche dopo la nascita di nostro figlio, così tu avrai più tempo per occuparti di lui.”
Julie si volse, ricambiando il sorriso.
“Ti amo”, disse semplicemente, quindi si sistemò in modo da averlo di fronte ed incrociò le proprie gambe attorno alla vita di lui “Come potrò mai sdebitarmi per tanta dedizione nei miei confronti?”
Philippe le accarezzò le cosce, continuando a sorriderle.
“Io un’idea ce l’avrei.”
