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Le passioni, l'arme e l'amore...
La giovane donna rimase come pietrificata. Dunque anche Alain stava per lasciarla.
“Mi dispiace…”, mormorò confusa, “Se solo potessi fare qualcosa per aiutarti…”
Gli occhi dell’aristocratico si accesero di una strana luce.
“Forse una cosa potresti farla.”
“Cosa?”
Julie lo fissò stupita mentre egli le si avvicinava lentamente. Ora le era così vicino da poter sentire il suo respiro.
“Ti va di esaudire l’ultimo desiderio di un condannato a morte?”
Dall’espressione del viso pareva tormentato, ma il tono di voce era fermo.
“Non vuoi dirmi di cosa si tratta?”
Ma, invece di parlare, lui l’attirò a sé e la baciò. Presa alla sprovvista, Julie rimase per un secondo in uno stato di confusione; poi cominciò a dibattersi fra le sue braccia e, non appena lui la lasciò, gli diede uno schiaffo in pieno viso.
Dalla sua espressione si capiva quanto fosse furiosa.
“Non avresti dovuto farlo! Credevo che fossi cambiato durante la prigionia, invece sei sempre il solito.”
Lui si massaggiò la guancia offesa e rispose:
“Mi dispiace averti turbata ma è stato più forte di me. Da parecchio tempo desideravo baciarti.” Non poteva morire senza aver assaggiato un’ultima volta il nettare delle sue labbra.
“Perché?” Julie sembrava sul punto di scoppiare in lacrime.
“Perché ti amo. Ora posso dirtelo.”
Un imbarazzante silenzio calò nella stanza. Quella era la prima volta che lo sentiva parlare d’amore e si chiese se in realtà non la stesse prendendo in giro.
“Hai sempre detto che l’amore è un’illusione della mente e che tu non ti saresti mai innamorato.”
Lui fece un sorrisino imbarazzato.
“E invece a quanto pare è successo. Non volevo ammetterlo nemmeno con me stesso perché consideravo l’amore una debolezza.”
“E quando hai cominciato a nutrire dei sentimenti nei miei confronti?”
Lui distolse lo sguardo, quasi non riuscisse a sostenere gli occhi di lei fissi sui suoi.
“Forse dal primo momento che ti ho vista. Chi può dirlo?”
“E perché non me l’hai mai detto? Tempo fa una dichiarazione d’amore avrebbe significato molto per me. Mi avrebbe risparmiato molte sofferenze.”
“No, Julie. Il mio amore per te non avrebbe cambiato nulla. Non avrebbe cambiato quello che sono: un libertino senza scrupoli. Non capisci? Non sarei riuscito a modificare il mio stile di vita, neppure per te. Se solo ti avessi conosciuta prima… allora, forse, avremmo potuto essere felici.”
Ad un tratto il marchese scorse delle lacrime sul viso di lei.
“No, non piangere per me. Non lo merito.”
“Non piango per te, piango per quello che poteva essere e non è mai stato.”
“Non ne hai alcun motivo. Ora tu sei felice al fianco di un altro uomo. Sono io ad averci rimesso.”
“Amo Philippe più di qualsiasi altra cosa al mondo. Quello che provo per lui non è nemmeno paragonabile a quello che ho sentito un tempo per te. Eppure se penso che domani…”
Ma non ebbe il coraggio di terminare la frase.
Il marchese abbozzò un amaro sorriso.
“Da domani ti libererai finalmente di me.”
“Non dire così, non ho mai desiderato la tua morte!”
Julie avrebbe voluto dirgli ancora tante cose. Con Alain se ne andava una parte della sua giovinezza. Con lui era diventata una donna e questo non avrebbe mai potuto dimenticarlo.
Tuttavia, asciugandosi le lacrime si avvicinò alla porta. La sua visita era terminata.
“Addio, Alain.”
“Addio”, le fece eco lui.
Julien Kergoat osservò attentamente la donna che era appena uscita dalla cella del condannato a morte. Era sicuro di conoscerla.
“Guardia, chi è quella donna? La conosci?”
La guardia osservò la persona in questione. L’aveva vista spesso da quelle parti e più volte l’aveva sentita chiamare per nome dai due prigionieri.
“Si chiama Julie de Soissons, credo sia la sorella di un duca. Viene spesso a trovare il marchese.”
“Julie de Soissons, dite?”
La guardia annuì.
“Sì, ma perché vi interessa tanto?”
“Semplice curiosità.”
Julien aggrottò la fronte impensierito. Adesso ricordava dove l’aveva vista; quella era la moglie del cittadino Delatouche. Aveva sempre sospettato che nascondesse qualcosa e adesso ne aveva la conferma.
“Julie de Soissons”, mormorò quasi soprappensiero “Ti ho in pugno!”
Philippe si volse a guardare la moglie con aria incredula.
“E perché mai vorresti lasciare la Francia?”
Quella sera l’aveva trovata piuttosto irrequieta; quasi non aveva cenato ed ora, nell’intimità della loro camera da letto, se ne era uscita con un’affermazione che lo aveva lasciato allibito.
“Non è più sicuro vivere qui. Lo vedi tu stesso che un sacco di gente viene condannata alla ghigliottina. E se un giorno toccasse a noi?”
“Non dire assurdità! Io sono fedele alla Patria, non corriamo alcun rischio.”
“No? E mio fratello che è nascosto di là non è un rischio?”
Philippe sospirò tristemente.
“Infatti volevo parlartene già da un po’, solo che non trovavo il coraggio… Nicolas non può rimanere qui, se dovessero trovarlo…”
“Se dovessero trovarlo verremmo condannati a morte tutti quanti!”
“Esattamente.”
“E allora che vuoi fare? Abbandonarlo al suo destino?”
“Potremmo aiutarlo a fuggire dal Paese.”
“Potremmo fuggire anche noi.”
“Non se ne parla. Questa è la mia patria e non ho intenzione alcuna di lasciarla!”
E voltandosi bruscamente dall’altra parte aggiunse:
“E adesso mettiamoci a dormire che è tardi.”
Julie era profondamente angosciata ma cercò di nasconderlo. Rispose solo sottovoce:
“Buona notte, Philippe.”
CAP 19
14 OTTOBRE 1793
Julie entrò nella cella e si fermò ad osservare Alain che guardava fuori dalla stretta finestra. Ormai era più di un anno che si trovava al Plessis e lei, da allora, aveva provveduto ad andarlo a trovare mensilmente. A Philippe non aveva mai detto nulla, per evitare che interpretasse male il suo comportamento. Come spiegargli che Alain era l’unico legame col passato che le era rimasto? Adesso che anche Sua Maestà la regina stava per essere giustiziata non le rimaneva nessuno con cui parlare dei vecchi tempi; suo fratello Nicolas diventava di giorno in giorno sempre più intrattabile e lei cercava accuratamente di evitarlo. Del resto come dargli torto? Philippe ancora non era riuscito ad organizzare la sua fuga e ormai viveva da troppo tempo chiuso in casa loro come un prigioniero.
In realtà le dispiaceva moltissimo non essere sincera col proprio marito e avrebbe evitato volentieri quelle visite, non fosse stato per un senso di pietà che provava nei confronti di Alain. Non poteva fare a meno di pensare che un tempo quell’uomo era stato importante per lei e, del resto, era profondamente convinta che l’unica sua colpa fosse quella di appartenere a una società corrotta e senza scrupoli.
“Alain?” lo chiamò, cercando di attirare la sua attenzione, “Sono io, Julie.”
L’uomo si voltò all’istante, con una strana espressione in viso; come se lo avesse distolto da chissà quali pensieri.
“Julie, sei venuta! Non ci speravo più.”
“Te lo avevo promesso, non ricordi?”
Il suo sguardo era profondamente malinconico, cosa piuttosto insolita per uno sbruffone come lui.
“Certo che ricordo”, rispose abbozzando un sorriso triste, “Ma avevo il terrore che posticipassi la tua visita.”
“Avevi dunque tanta fretta di vedermi?”
“E’ solo che non ho più tempo e volevo dirti addio.”
Julie rimase interdetta.
“Dirmi addio?”
Il marchese de Saint-Fraycourt cominciò a girovagare per la cella con fare nervoso.
Ad un tratto, quindi, tornò a fissarla.
“La sentenza è stata emessa. Verrò giustiziato domani.”

Il marchese de Saint-Fraycourt, ancora ansimante, si rotolò su un fianco. Pauline lo osservava beata. Le piaceva guardarlo dopo aver fatto l’amore, creava una certa atmosfera di intimità e familiarità che di solito non riservava agli uomini che si portava a letto.
Poi tirò fuori un sacchetto di monete da una borsa che aveva posato per terra prima dell’amplesso.
“Ecco i tuoi soldi”, esclamò ridente, “Una volta tanto sono io a pagare te, mio caro. E te lo sei proprio meritato!”
Lui rise sonoramente.
“Peccato che i soldi siano i miei, dolcezza, e che mi spettino di diritto.”
“Ah, sì? E se decidessi di tenermeli?” lo provocò Pauline. Adorava giocare con lui.
“Ti conviene non scherzare col fuoco, mia cara. Ho bisogno di quel denaro, qui mi tocca sborsare 150 livres al giorno per vivere dignitosamente, sai?”
“E allora prenditi i tuoi soldi” e sorridendo maliziosamente si nascose una manciata di monete all’interno dell’abito. Era stata tanta la fretta di fare l’amore che non se l’era neanche tolto, si era limitata a sollevare gonna e sottovesti.
Alain ricambiò il sorriso.
“D’accordo, tesoro. Non me lo faccio ripetere due volte”, e insinuò la mano dentro il corpetto, sfiorando delicatamente la pelle di lei. Era ancora calda e umida. Istintivamente si fermò a giocherellare con un capezzolo inturgidito e Pauline rabbrividì. Intanto l’altra mano di lui era stata introdotta all’interno della sottana. Alcune monete rotolarono sul letto ma le dita di Alain non si fermarono.
“Ancora”, fece piano Pauline mentre il desiderio si impadroniva nuovamente di lei.
“Non c’è tempo” le rispose lui divertito. Gli piaceva spiare le sue reazioni mentre facevano l’amore. Non era come le altre prostitute con cui era stato; lei sembrava davvero provare piacere per ciò che le faceva. Un mugolio dispiaciuto confermò le sue impressioni.
“Ti prego, Alain.”
E a quel punto, come dirle di no?
La porta si aprì di scatto e Gaspard, accompagnato dalla guardia, fece il suo ingresso.
Pauline si stava ancora riallacciando il corpetto ma parve non badare a quell’improvvisa intrusione. Le sue guance rosse denotavano una profonda soddisfazione ed il duca quasi provò una fitta d’invidia per l’amico che si era goduto una simile bellezza.
“Un vero peccato interrompervi, signor marchese”, esclamò la guardia che, evidentemente, stava provando le stesse sensazioni di Gaspard, “Purtroppo gli ordini sono ordini e questa visita si è protratta anche troppo a lungo.”
“Non preoccupatevi. Abbiamo finito” e lanciò un’occhiatina divertita alla donna che gli dedicò uno smagliante sorriso.
“Tornerò molto presto, Alain”, fece lei con voce suadente, “Fate buon uso del vostro denaro, mi raccomando.”
Non appena ebbe oltrepassato la pesante porta della cella Alain si volse verso Gaspard e disse:
“Allora, la finiamo questa partita a carte?”
Ella rimase a fissarlo interdetta. Ancora non aveva fatto chiarezza su ciò che provava per quell’uomo. Sapeva solo che, se avesse voluto, avrebbe potuto derubarlo e non farsi più vedere e invece sentiva il bisogno di quelle visite. Sentiva il bisogno di lui. Che fosse amore? Scacciò quell’idea, che le pareva ridicola, e rispose:
“Perché me lo chiedi?”
“Perché io non ti amo. Il mio cuore appartiene a un’altra; una donna che non potrò mai avere.”
Pauline sentì quella che sembrava una vera e propria fitta di gelosia. Forse era vero che si era innamorata del marchese, tuttavia mentì:
“Non preoccuparti, non sono innamorata. Ti desidero semplicemente.”
Così dicendo, cominciò a slacciarsi il corpetto dell’abito e si sollevò le sottane.
“Suvvia, non abbiamo molto tempo. La guardia chiuderà un occhio, non due.”
Lui ridacchiò sottovoce.
“Ottima precisazione. Mi hai convinto.”
Nicolas de Soissons sbottò innervosito, rivolto alla sorella: “Maledizione! Sono mesi che sono rinchiuso in questa casa, senza poter uscire. Non resisto più!”
Julie allora alzò lo sguardo dal suo ricamo e rispose:
“Sai bene di essere ricercato. Se ti avventurassi fuori di qui potresti essere riconosciuto e arrestato.
Dovresti essere grato a Philippe della sua ospitalità, invece di lamentarti sempre!”
“Parli bene tu che sei libera di andare dove vuoi. Per quanto riguarda tuo marito ancora non ho capito cosa gli passa per la testa. Perché non mi ha denunciato?”
“Perché, nonostante tutto sei mio fratello.”
“Ti ama dunque fino a questo punto? Oppure devo pensare che non sappia i rischi che corre?”
Julie smise di ricamare e lo fissò incerta.
“Quali rischi? Di cosa stai parlando?”
“Non ti credevo così sciocca, sorellina. Se mi trovano qui in casa sua lo accuseranno di avermi nascosto alla giustizia. Finirebbe sulla ghigliottina ancor prima di rendersene conto.”
Ella impallidì all’istante.
“La ghigliottina?”
“Già. E probabilmente noi lo seguiremmo. Non devi dimenticare che apparteniamo alla nobiltà. Di questi tempi un sacco di aristocratici finiscono sulla ghigliottina.”
Rabbrividendo, Julie si alzò in piedi.
“Non essere assurdo. Philippe ha molte amicizie influenti, nessuno ci farebbe del male.”
“Sei un’illusa se pensi che le amicizie contino qualcosa. Prendi Danton, per esempio, è una personalità all’interno dell’Assemblea, eppure nel luglio di due anni fa è stato costretto a fuggire all’estero poiché ritenuto uno dei responsabili dell’insurrezione al Campo di Marte. Tutte le sue amicizie non gli sono bastate per evitare la fuga.”
“Ma poi è rimpatriato!”
“Si, perché le circostanze politiche lo hanno permesso, solo per questo, mia cara Julie.”
Con un’espressione preoccupata ella si avvicinò alla grande finestra del salone, dando un’occhiata sulla strada. La vita fuori sembrava quella di tutti i giorni, ma per lei molte cose erano cambiate.
“Stai cercando di dire che, se accusassero Philippe di averti aiutato e, se scoprissero che sono un’aristocratica, nessuno potrebbe aiutarci?”
Il duca de Soissons le si avvicinò e le mise un braccio sulla spalla.
“Esattamente”, mormorò in tono grave, “Penserebbero che è un traditore della patria e tu una spia, o qualcosa del genere. Non credo che sarebbero clementi con lui.”
Julie si voltò di scatto a guardarlo. Aveva le lacrime agli occhi.
“Odio questa Rivoluzione. Sta diventando così sanguinaria… cosa possiamo fare per evitare tutto questo?”
“Si potrebbe fuggire, Julie. Almeno finché siamo in tempo.”
“E dove potremmo andare? Philippe ha il suo lavoro qui, all’interno della Convenzione, se fossimo costretti a lasciare il Paese cosa potrebbe fare?”
“Le nostre condizioni finanziarie non sono così terribili. Tuo marito ha del denaro da parte e anch’io. Possiedo dei terreni in Italia, là dove vive anche nostra madre. Non ti piacerebbe raggiungerla?”
Ella parve piuttosto perplessa. Sua madre le mancava moltissimo ma si chiedeva se lei sarebbe stata felice di rivederla, dopo tutto quello che era successo.
“Pensi che mi abbia perdonata per lo scandalo con Alain ed il mio matrimonio con Philippe?”
“Non ti ha mai portato rancore per questo. Sei sempre stata la sua preferita ed anche quando le ho raccontato l’accaduto, ha saputo comprenderti.”
“E allora perché è partita senza nemmeno salutarmi? In questi anni non mi ha mai scritto, è così che dimostra la sua comprensione?”
Ma il fratello fu pronto a ribattere:
“Sono stato io ad obbligarla a partire in fretta e furia. Mi chiese anche di farti avere una lettera ma io la strappai. Feci lo stesso con tutte le altre lettere che mi diede affinché le spedissi.”
“Come hai potuto farlo?” la voce di Julie era stridula, come se qualcosa le si fosse rotto dentro, “E soprattutto perché?”
“Ero profondamente in collera con te, Julie.”
“Non è una ragione valida!”
“Lo so, ora me ne rendo conto. Potrai mai perdonarmi?”
Julie si sforzò di trattenere le lacrime, poi disse:
“Voglio scriverle. Deve sapere che le voglio bene e che non l’ho dimenticata in tutti questi anni. Non sa neppure di essere diventata nonna.”
Nicolas allora annuì.
“Le scriveremo. E se tuo marito sarà d’accordo andremo a raggiungerla. Ma tu promettimi che cercherai di convincerlo.”
Julie annuì a sua volta.
“Sire, volete parlare col vostro confessore?” chiese l’esecutore di giustizia, precedendolo.
Capeto scosse il capo. Aveva già confessato i suoi peccati.
La domanda, tuttavia, gli fu ripetuta altre due volte, ottenendo la medesima risposta.
Il confessore allora abbracciò il condannato a morte dicendo: “Andate, figlio di San Luigi, il cielo vi attende.”
Sua Maestà fece nuovamente l’atto di rivolgersi al popolo ma gli aiutanti del boia lo raggiunsero ed uno di essi, ponendogli la mano sulla spalla, lo ammonì:
“Sapete bene che non potete parlare. Venite senza creare intralci.”
All’improvviso qualcuno dalla folla urlò:
“Fatelo parlare, vogliamo sentire cosa dice.”
Altri invece replicarono:
“Basta! Non siamo venuti qui per ascoltare le sue menzogne, ma per vedere la sua testa cadere!”
Infine Luigi Capeto parlò, come se fosse rivolto al solo Sanson:
“Signori, io sono innocente di tutto quello di cui mi si incolpa. Mi auguro che il mio sangue possa cementare la felicità dei francesi.”
Poi gli esecutori lo trascinarono verso l’asse su cui doveva essere legato e infine la tavola fu spinta nella macchina. In quel mentre il re ebbe la forza di urlare:
“Popolo, io muoio innocente!”
I tamburi continuarono a rullare e nel cielo una nuvola si aprì, lasciando intravedere un raggio di sole. Poi Sanson tirò il laccio e si udì un sibilo.
Julie trattenne il respiro e chiuse gli occhi. Accadde tutto in un attimo; la lama corse nelle rotaie in un lampo, fino a che non si udì il colpo del coltello sul legno. Nessuno vide o udì cadere la testa eppure Sua Maestà era stato decapitato.
Un fiume di sangue sgorgò sul patibolo ed il corpo si contrasse, ma i legacci bloccarono gli spasimi.
Poi si alzarono le grida:
“Viva la Repubblica!”
ed altre grida risposero:
“Viva la Repubblica!”
Quindi fu un succedersi di persone che salivano sul palco per immergere il proprio fazzoletto nel sangue del defunto re, come ricordo dell’avvenimento.
Julie, con gli occhi arrossati di pianto disse solo:
“Philippe, portami via di qui. Ti prego.”
6 APRILE 1793
Alain e Gaspard stavano giocando a carte da circa un’ora quando una visita inaspettata li interruppe.
“Pauline, mia cara”, esclamò allegramente il marchese, “Che piacere vederti!”
In realtà quella non era la prima visita da parte della giovane. Da quando era stato arrestato Pauline si era prodigata per lui: gli portava regolarmente del denaro che attingeva dalla cassaforte di proprietà del nobile, di cui conosceva la combinazione, e in cambio riceveva lei stessa un appannaggio mensile che le permetteva di vivere nel lusso.
All’inizio Gaspard lo aveva messo in guardia, dicendogli che quella donna sarebbe fuggita con tutti i suoi soldi, mentre a loro sarebbe toccato marcire in prigione.
Ma Alain si era fidato di lei e aveva fatto bene. La sua Pauline non lo aveva mai tradito.
Ad un tratto gli occhi di lei si posarono su Gaspard.
“Che fa il tuo amico, rimane?”
Il duca fece un sorrisino e scosse il capo.
“Lo vorrei tanto, bellezza, ma credo che Alain preferisca divertirsi con te da solo. Vado a terminare di giocare con la guardia qui fuori. Chiamatemi quando avete finito.”
Pauline ignorò il tono volutamente malizioso che il duca le aveva rivolto. Non era un mistero che, durante le sue visite, ella si intrattenesse col marchese in atteggiamenti piuttosto intimi.
Attese che egli chiudesse la porta della cella e tornò a rivolgersi al suo amante:
“Mi sei mancato, tesoro. Ma purtroppo non sono riuscita a passare prima.”
“Non importa. Piuttosto li hai portati i soldi? Io ed il mio amico siamo rimasti un po’ a secco e qui, se vogliamo che le guardie ci riservino un trattamento di favore, bisogna pagare profumatamente.
“Lo so, mio caro. Io stessa ho allungato qualche moneta al guardiano lì fuori affinché ci lasci in pace per un po’. Ti desidero, Alain.”
Il marchese la fissò un po’ a disagio. Era contento dei servigi di Pauline ma temeva che si affezionasse troppo alla sua persona. Non si era mai preoccupato di cose simili; tuttavia ultimamente era più sensibile nei confronti dei sentimenti altrui.
“Non ti starai innamorando di me, vero?” le chiese mentre lei si sedeva sul letto, di fianco a lui.

CAP 18
21 GENNAIO 1793
Era una mattina plumbea e nebbiosa, interrotta da improvvisi raggi di sole. Julie si strinse al braccio del marito, mentre fissava con sguardo spento la scena che si stagliava innanzi a lei.
Sua Maestà il re stava per essere giustiziato e, in Place de la Révolution (attualmente Place De la Concorde), ove era stato portato il patibolo che un tempo si trovava al Carrousel, si era radunata una gran folla. Ad un certo punto il boia, un certo Charles-Henry Sanson, si fece largo tra la gente e si presentò sotto il palco. Era vestito con sfarzo, nonostante ciò contrastasse con il suo lugubre mestiere: jabot di pizzo, parrucca incipriata, redingote e spadino. Julie notò che per l’occasione si era armato di tutto punto: due pistole sotto la camicia, munizioni, spadino affilato e pugnale.
“Teme forse che Sua Maestà riesca a fuggire?” chiese a Philippe con una nota sarcastica nella voce.
“Tutt’altro”, le rispose il marito, “Monsieur Sanson in realtà è un monarchico costituzionalista. Non vorrebbe la morte del re e penso che, se le circostanze lo richiedessero, non esiterebbe a partecipare alla sua liberazione.”
“Quanto vorrei che le cose andassero così”, bisbigliò dunque Julie.
Tutto attorno c’era un gran silenzio, si udiva solo il canto del reggimento dei marsigliesi che correva per la città. Alle dieci e dieci giunse la carrozza del re. Un brusio si levò tra la folla, ma non accadde nulla; c’erano troppi soldati intorno perché qualcuno potesse avere la folle idea di salvare il sovrano.
Julie rabbrividì di nuovo. Le pareva così ingiusto ciò che stava accadendo e neppure la presenza di Philippe al suo fianco riusciva a confortarla. Intanto una sessantina di tamburi avevano cominciato a rullare, mentre il re scendeva dalla carrozza, accompagnato dal suo confessore. Julie lo osservò attentamente. Non sembrava né spaventato né tremebondo, nonostante fosse perfettamente cosciente di andare incontro alla morte. Verso le dieci e quindici minuti due funzionari in abito nero cominciarono a redigere il processo verbale di quanto accadeva, mentre Luigi Capeto si avvicinava al patibolo innalzato tra il piedistallo della statua di Louis XV ed il viale degli Champs-Elisées. Cinque minuti più tardi Sua Maestà si era quasi portato sul palco, camminando senza nessun aiuto o sollecitazione, con un portamento eretto, degno di un re. Si guardava attorno come se volesse controllare che tutto fosse in ordine e, ad un tratto, Julie udì alcuni repubblicani commentare a voce alta: “Adesso pretende di morire da re, essendo stato incapace di regnare come re!”
Una rabbia cieca l’assalì. Avrebbe voluto difendere quell’uomo che per lei era solo una vittima delle circostanze. Avendolo conosciuto nelle vesti di padre e marito amorevole non riusciva a considerarlo colpevole come il resto dei francesi. Si accorse di non riuscire più a trattenere le lacrime e lasciò che il pianto le inondasse il viso. Philippe intanto l’aveva stretta a sé e le baciava i capelli. “Vuoi che andiamo via?” le sussurrò con dolcezza. Avrebbe fatto qualsiasi cosa per risparmiarle questo dolore, ma lei si rifiutò.
“No, preferisco restare. Davvero.”
Poi monsieur Sanson si avvicinò al re, facendo l’atto di togliergli la redingote, ma egli, con un gesto brusco, lo allontanò togliendosela da solo.
Allora un aiutante gli venne vicino dicendo: “Dobbiamo togliervi i vestiti.”
Luigi Capeto si irrigidì.
“Potete fare tutto quel che dovete lasciandomi come sono.”
Ma questo, aiutato da alcuni compagni, lo afferrò, senza violenza ma con decisione.
L’esecutore di giustizia infine lo ammonì, sia pure con voce rispettosa:
Sua Maestà, dunque, si arrese alla necessità e, volendo precedere quegli inservienti, si slacciò il colletto e si tolse la giacca.
Ritrovatosi in calzoni, camicia e un panciotto bianco tornò a guardarsi attorno.
Faceva molto freddo; nonostante questo, il re era rosso in faccia, quasi paonazzo.
“Che ne sarà dei tamburi?” chiese a un tratto, rivolto a Sanson il quale guardò a sua volta il generale Santerre affinché rispondesse al posto suo.
Santerre alzò le spalle e Luigi Capeto continuò: “Vorrei che il rullo cessasse un istante prima del colpo.”
Un altro inserviente si avvicinò con un paio di forbici e un rasoio per tagliargli i capelli, ma egli ebbe un moto di rabbia.
“Faccio da solo, datemi quelle forbici!”
Tuttavia gli aiutanti furono ancora una volta irremovibili. In seguito gli intimarono di porgere i polsi incrociati dietro la schiena, affinché potessero legargli le mani.
Era veramente troppo per Sua Maestà.
“Ma perché?” gridò disperato “Che cosa vi ho fatto per meritare un tale trattamento? Non sto forse collaborando con la vostra opera contro la mia stessa vita?”
A questo punto gli si avvicinò il suo confessore.
“Sire”, gli disse, “Rassegnatevi a questo estremo sacrificio che vi renderà più simile a Dio il quale vi ricompenserà.”
Ed egli lasciò che lo legassero e salì senza alcun aiuto gli ultimi gradini del patibolo. Quindi fece per dire qualcosa rivolto alla folla.
20 AGOSTO 1792
Il marchese de Saint-Fraycourt sbadigliò sonoramente. Come tutte le mattine, erano stati svegliati alle nove e lui ancora non si era abituato a quell’orario. Dopo essersi fatto rasare dal barbiere ed aver consumato la colazione, già non sapeva più come occupare il suo tempo.
Avrebbe potuto passeggiare nel cortile della prigione, ma l’idea non lo allettava affatto; erano ben altri i divertimenti a cui era avvezzo.
Una guardia bussò in quell’istante alla porta e, sotto lo sguardo stupito di Alain e Gaspard, annunciò una visita.
“Di chi si tratta?” chiese il marchese.
La guardia sorrise ironica.
“Si tratta di una donna, signor marchese, e persino molto bella.”
Credendo si trattasse di una delle visite di Pauline allora egli disse:
“Fatela passare.”
Ma non si trattava della sua amante.
“Julie!” esclamò, fissando allibito la visitatrice e la fanciulla fece un lieve inchino.
“Buongiorno Alain.”
“Mi raccomando, non spassatevela troppo!”, fece beffarda la guardia, prima di congedarsi e Julie arrossì, leggermente a disagio.
“Che intendeva dire?”
“Nulla, mia cara. Le guardie hanno uno strano senso dell’umorismo. Ma prego, accomodati!”
A questo punto il duca de Choiseul lo interruppe.
“Beh, non mi presenti a questo bel bocconcino? Vuoi tenertelo tutto per te? Non è leale, amico mio.”
Il marchese lo guardò e rispose: “Gaspard, ti presento mademoiselle de Soissons. La sorella del nostro caro amico Nicolas.”
“Adesso sono madame Delatouche, non dimenticarlo!” fece tuttavia lei, con aria di rimprovero.
“E come potrei dimenticarlo? Piuttosto per quale motivo sei qui? Non ti hanno detto che far visita a un condannato per tradimento può essere rischioso? Potrebbero scambiarti per una mia complice.”
“Non essere assurdo, Alain!”
Julie guardò nervosamente il compagno di cella del marchese. La imbarazzava che uno sconosciuto ascoltasse le loro conversazioni ma, fortunatamente, Alain colse al volo il suo disagio e chiese all’amico di lasciarli soli.
Gaspard non sollevò obiezioni; chiamò la guardia e si fece accompagnare fuori dalla cella.
Una volta soli, quindi, Julie riprese la chiacchierata: “In realtà sono venuta per sapere come stai. Mi ha addolorata la notizia del tuo arresto.”
Lui la osservò incerto.
“Tutto questo mi stupisce. Credevo che tu mi odiassi.”
“Non ti odio, Alain. Forse un tempo ho provato del rancore nei tuoi confronti. Mi hai fatta soffrire… ma odio, mai!”
Lui le si avvicinò fissandola con commozione. Era un sentimento che non aveva mai provato fino a quel momento e persino Julie fu sorpresa di leggergli quella strana luce negli occhi.
“Mi spiace enormemente di averti fatto del male”, le disse con voce roca, “Credimi, non era mia intenzione. Quando la baronessa de Courtizot mi chiese di sedurti presi la questione come un gioco; non mi ero mai curato dei sentimenti altrui, per me era solo un nuovo divertimento…”
“Ti prego, Alain, non continuare…”
“No, fammi finire. Quello che volevo dirti è che quando ti ho conosciuta è cambiato qualcosa. Mi sono accorto che lentamente stavo affezionandomi a te, a quello che eri, solo che non ho mai voluto ammetterlo, nemmeno con me stesso. Consideravo ogni attaccamento una debolezza. Ma non ho mai desiderato la tua infelicità, te lo giuro!”
Julie aveva le lacrime agli occhi. Quella era la prima volta che avevano un colloquio chiarificatore. Quasi le sembrava di avere di fronte un Alain diverso da quello che conosceva.
“Non preoccuparti”, gli disse con un debole sorriso, “Ormai tutto questo fa parte del passato.”
“Potrai mai perdonarmi?”
“L’ho già fatto.”
Per un attimo calò sulla stanza un improvviso silenzio. Julie si asciugò le lacrime mentre Alain era perso in chissà quali pensieri. Infine l’uomo si volse nuovamente a guardarla ed esclamò:
“Sono felice di aver ottenuto il tuo perdono prima di morire. Per me è una liberazione.”
“Non parlare di morte, ti prego!”
“Cerco di essere realista, Julie. Non mi resta molto da vivere. Ora tocca a Sua Maestà, poi verrà il mio turno.”
Lei parve inorridita.
“Pensi davvero che lo uccideranno?”
“Non ho dubbi in proposito. Tuo marito non te ne ha parlato? Se non sbaglio lui è uno dei capi della Rivoluzione, non sarà di certo all’oscuro delle decisioni prese.”
“Mio marito non mi parla mai di queste cose. Sa quanto sono legata alla famiglia reale.”
Julie rivolse al marchese uno sguardo angosciato.
“Oh, Alain, non sai come sono preoccupata per questa situazione. Purtroppo non posso confidarmi con nessuno, Philippe non capisce questo mio attaccamento a persone che lui considera colpevoli di alto tradimento.”
“E’ naturale, Julie. Lui non appartiene al nostro mondo. Non è come noi.”
“Eppure mi ama ed io amo lui.”
Il marchese trattenne un sospiro. Lo faceva soffrire il pensiero che lei amasse tanto quell’uomo, tuttavia non volle darlo a vedere.
“Però non comprenderà mai a fondo la tua lealtà alla Corona.”
“Forse hai ragione.”
In quel momento la guardia rientrò, accompagnata da Gaspard.
“L’orario di visita è scaduto, marchese. Mi spiace.”
Alain rivolse un ultimo sguardo alla sua visitatrice.
“Addio, Julie.”
Ma lei rispose: “Non è un addio, Alain. Tornerò.”

Alain de Saint-Fraycourt, assieme ai suoi compagni di sventura, fu mandato alla prigione del Plessis. Qui fu introdotto in una stanza stretta, scura, umida e sporca; illuminata solo da un lucernaio di una stanza attigua. Vi rimase per circa sei ore, osservando la porta che si apriva, ogni tanto, per far passare un prigioniero che, fatto uscire, non tornava più.
Una gelida angoscia, lentamente si impossessò di lui. Poi fu il suo turno ed il marchese venne condotto in un’altra stanza e sottoposto al “rapiotage”, ovvero la requisizione degli oggetti personali. Qui fu spogliato di tutto: spille, coltelli, rasoio, gioielli; dopo il rapiotage quindi venne immesso nel cortile della prigione dove passeggiavano tutti gli altri detenuti. Si trattava di persone provenienti dai più diversi strati sociali, dagli aristocratici, come lui,al piccolo borghese o l’indigente. Venuta la sera, dopo aver mangiato quello che per lui era del cibo indecente, fu infine condotto nella sua cella, una camera con due letti che, fortunatamente, divideva col suo amico Gaspard. Poteva dirsi fortunato perché pagando una certa somma di denaro lui ed il duca erano stati trattati con un certo riguardo. Persone molto più povere di loro erano costrette a dormire, con altri detenuti, in camerate dove era impossibile riposare a causa dell’odore spaventoso proveniente dai gabinetti posti all’estremità della camera. Sì, era proprio fortunato, pensò Alain e, chiusi gli occhi, si abbandonò a un sonno ristoratore.
13 AGOSTO 1792
Nicolas gemette mentre la sorella gli medicava la ferita.
“Fai attenzione, Julie! Mi stai facendo male.”
La giovane donna gli lanciò un’occhiataccia e replicò spazientita:
“Non è colpa mia se ti hanno sparato. Prenditela con la tua incoscienza. Ti rendi conto che avresti potuto essere ucciso?”
“Accidenti al marchese de Saint-Fraycourt!” sbottò allora lui, porgendo il braccio a Julie perché gli rifacesse la fasciatura.
La sorella aggrottò la fronte.
“Cosa c’entra Alain, adesso?”
“E’ stato lui a convincermi a partecipare al complotto. Diceva che era sicuro, che non correvamo alcun rischio e guarda come sono ridotto? Che possa marcire in eterno in quella prigione!”
“Quale prigione? Di cosa stai parlando?”
Il duca de Soissons emise un altro gemito e urlò:
“Non stringere così forte, idiota!” poi, calmatosi, proseguì “E’ stato uno dei primi ad essere preso; lui ed il suo degno compare, il duca de Choiseul. Credo siano stati portati alla prigione del Plessis in attesa di essere giustiziati.”
Julie sbiancò in volto all’istante. Non credeva alle sue orecchie.
“Giustiziati, hai detto? Intendi dire che lo uccideranno?”
“E’ molto probabile. Ma a te che importa? Non sarai ancora innamorata di quel libertino smidollato?”
La sorella terminò la fasciatura e si lavò le mani in una catinella.
“No, non sono innamorata di lui. Però un tempo l’ho amato e molto. Mi dispiace enormemente per quel che gli è successo, nonostante tutto il male che mi ha fatto non merita una morte simile.”
“Già”, concordò Nicolas, “Chissà se uccideranno prima lui o Sua Maestà? Sai, ho saputo da tuo marito che oggi lui e la Regina verranno trasferiti alla prigione del Tempio. Non penso che ne usciranno vivi.”
Julie rabbrividì. Non era possibile che tutte le persone a cui un tempo era stata legata venissero giustiziate. Era talmente stufa di sentir parlare di morte. Poi udì il pianto di Jean-Paul e si allontanò frettolosamente dalla stanza. Delle lacrime le stavano scendendo sul viso e non voleva che Nicolas le vedesse.
CAP 17
4 AGOSTO 1792
Marie aprì la porta e a stento trattenne un urlo di orrore. Davanti a lei stava uno sconosciuto con il braccio destro insanguinato.
“Chi siete? Cosa volete?”, chiese con voce tremante.
L’uomo, senza proferire parola la spinse di lato ed entrò.
“Vai a chiamare la tua padrona”, disse infine, “Sbrigati!”
“Madame Julie? E chi devo annunciare?”
“Sono suo fratello. Vuoi andare a chiamarla, maledizione?”
Incuriosita dalle grida, Julie fece capolino da una delle stanze adiacenti.
“Nicolas!”, esclamò atterrita vedendolo coperto di sangue, “Dio mio, che ti è successo?”
“Sono ferito e questa stupida della tua cameriera nemmeno voleva lasciarmi entrare.”
“E’ naturale”, la giustificò lei tuttavia, “Non ti conosce. Prima d’ora non ti sei mai fatto vedere in questa casa! Da quanto tempo sei a Parigi?”
Ma il fratello non parve propenso a risponderle.
“Diamine, Julie”, fece irritato, “Sto morendo dissanguato e tu vuoi sapere quando sono arrivato a Parigi? Non possiamo parlarne più tardi?”
Preoccupata la sorella gli prese il braccio e, strappandogli un’esclamazione di dolore, esaminò la ferita.
“Questa è stata causata da un’arma da fuoco. Si può sapere che hai combinato?”
Ma Nicolas non ebbe modo di replicare poiché Philippe era apparso all’improvviso.
“Cosa sta succedendo?” chiese, guardando prima il duca e poi sua sorella.
“E’ Nicolas, Philippe. E’ ferito.”
Per un istante egli rimase a guardare il cognato, come per chiedere a se stesso che comportamento tenere. Infine disse: “Fallo sdraiare sul divano. Marie, tu porta dell’acqua e delle bende pulite.”
Quindi si rivolse a Nicolas: “Spero vorrete spiegarmi che diamine è successo e cosa ci fate in casa mia, signore.”
L’atteggiamento freddo e distaccato di Philippe non lo sorprese affatto. Non poteva pretendere altrimenti da lui, visto il comportamento che aveva tenuto nei suoi confronti, in passato. E se non si fosse trovato davvero disperato e bisognoso di aiuto di sicuro non avrebbe messo piede in quella casa. Ma, purtroppo, non aveva potuto fare altrimenti.
“Sono stato vittima di una sparatoria”, spiegò, “Non sapevo a chi chiedere aiuto e così sono venuto qui. In fondo Julie è sempre mia sorella.”
“Avete scelto un bel momento per ricordarvene. E dove siete stato in questi anni, quando vostra sorella aveva bisogno di voi? Dove eravate quando si è sposata, quando ha avuto un figlio? Dove? Sapete come si chiamano gli uomini come voi? Opportunisti e vigliacchi!”
“Philippe, ti prego…”, lo interruppe allora Julie. Sapeva che il marito aveva ragione ma quello non le sembrava il momento adatto per discutere. Mentre prestava le prime cure al fratello, indagò:
“Adesso ci vuoi spiegare come sei stato ferito e perché?”
Nicolas esitò un momento, infine rispose:
“Sono stati gli uomini di Robespierre. Gli amici di tuo marito…”
“Robespierre non fa sparare sulla gente senza motivo”, intervenne allora Philippe, “Qualcosa avrete pur fatto. Non sarete mica ricercato, mi auguro?”
Egli lo fissò con aria di sfida.
“Temo proprio di sì. Perché? Avete intenzione di denunciarmi?”
“Non dire sciocchezze”, fece allora Julie preoccupata, “Piuttosto vuoi raccontarci che hai fatto?”
“Io ed alcuni amici, guidati da La Fayette avevamo un piano per far fuggire Sua Maestà all’estero, ma siamo stati scoperti. Alcuni di noi sono stati arrestati, io ho avuto la fortuna di riuscire a scappare e sono venuto qui. Per fortuna non è stato difficile trovarvi, una persona fidata mi aveva comunicato il vostro indirizzo alcuni giorni fa”; si riferiva al marchese de Saint-Fraycourt ma questo non lo disse.
Julie terminò di fasciargli il braccio, dopo aver accuratamente pulito la ferita, ed alzò lo sguardo.
“Il re voleva fuggire di nuovo?”
“Niente affatto. Quell’uomo è un’idiota, quando glielo abbiamo proposto ha rifiutato.”
Philippe sorrise ironico.
“E a quanto pare ha fatto bene”, disse, “Non mi sembra che il vostro piano abbia ottenuto buoni risultati.”
Nicolas tentò di alzarsi in piedi ma il dolore era troppo forte, così si lasciò cadere nuovamente sul divano.
“Almeno abbiamo tentato. Non credo che abbia molte possibilità di cavarsela. Adesso lo vogliono destituire in seguito chissà… non mi stupirei se lo condannassero a morte.”
“Nicolas!” la voce di Julie era angosciata “Non dire queste cose, ti prego.”
“Se non ci credi perché non chiedi al tuo maritino? Come membro dell’Assemblea rivoluzionaria ne saprà più di me in proposito.”
Ella si volse verso Philippe come per cercare delle rassicurazioni, ma lui disse soltanto:
“Non crediate che a me faccia piacere questa situazione. Le pieghe che ha preso la Rivoluzione non mi piacciono affatto. Non sono un sanguinario.”
“Però state dalla parte del nemico.”
“Sto dalla parte della Nazione, il che è ben diverso!”

Ricordo ai nuovi lettori che potete trovare il riassunto ed un profilo dei personaggi al seguente indirizzo: http://larosadiparigi.splinder.com