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Le passioni, l'arme e l'amore...
Si voltò per accorgersi che un uomo le stava puntando contro un fucile. Aveva metà del viso nascosto da un cappello da cow boy, ed un fazzoletto gli copriva l’altra parte del volto. Eppure Susy non ebbe alcun dubbio. “Roger!” Esclamò con un tuffo al cuore. “Sono Susy. Ti ricordi, vero?”
Il giovane pistolero la esaminò con cura. Se per caso avesse trovato in lei qualcosa di familiare però non fu dato di saperlo poiché mantenne la sua aria imperscrutabile. “Non ti conosco, ragazzina.” Mormorò asciutto. “Ti conviene riprendere il tuo cavallo e andartene all’istante. I miei uomini non vedono una donna da mesi e non credo che adotterebbero le buone maniere con te, qualora dovessero accorgersi della tua presenza.”
Susy deglutì ma rimase a fissarlo allibita. Non l’aveva riconosciuta. Aveva trascorso mesi a cavallo, in mezzo alla polvere. Aveva patito la fame, dormito all’aperto e attraversato un deserto per lui. E Roger nemmeno si ricordava chi fosse. “Non ti conosco”, aveva detto chiaramente. Si era aspettata un abbraccio e labbra morbide che si posavano sulle sue in un lungo bacio. E invece nulla di tutto ciò. Lo vide voltarle le spalle in silenzio e allontanarsi. Con gli occhi che le bruciavano per le lacrime represse risalì a cavallo e si lanciò in una folle corsa giù per la radura. Era ormai un’ora buona che correva in sella al proprio cavallo quando si ritrovò davanti un altro cavaliere. Era Jack.
“Sono venuto a cercarti. Ero preoccupato.”
“Preoccupato?” Susy pareva perplessa. In fondo quello non era altro che uno sconosciuto per lei. Era Roger a doversi preoccupare per lei, non Jack.
“Sono passato dal saloon e Jessica mi ha detto che avevi fatto domande a proposito di un pistolero. Vuoi ficcarti in qualche guaio, sciocca ragazzina? Quella è gente pericolosa.”
Susan tirò su col naso, poi non riuscì più a trattenere il pianto.
Si ritrovò fra le braccia di Jack, con le lacrime che le scendevano copiose dal viso.
“E’ stato tutto inutile”, singhiozzò disperata, “Ho lasciato la mia casa, la mia famiglia, ho visto morire un amico, sono stata fatta prigioniera dagli indiani e tutto per cosa? Per scoprire che il ragazzo che amavo è diventato un assassino e nemmeno si ricorda più di me!”
Jack la cullò come si fa con una bambina. Poi le baciò le lacrime, sussurrandole di non aver paura, c’era lui vicino a lei ora. Le sue parole ebbero il potere di calmarla. Si sentiva al sicuro fra le sue braccia e una sensazione nuova si fece strada in lei. Ad un tratto accostò le labbra a quelle di lui e lasciò che la baciasse con una passione che non aveva mai provato. L’immagine di Roger e quella di Jack per un istante si confusero nella sua mente. Si accorse di desiderare i suoi baci come un tempo avrebbe desiderato quelli del ragazzo conosciuto in Alabama. Poi Jack le sbottonò la camicia, scoprendo i suoi seni piccoli e acerbi. Li accarezzò con dolcezza, giocherellano abilmente coi capezzoli. Susan si sentiva confusa e felice per le sue attenzioni. Ad un tratto lo udì trattenere una risatina. “Che c’è?” Chiese lei stupita. “C’è che è piuttosto difficile fare l’amore con una ragazza che indossa dei calzoni come un uomo. Finora non mi era mai successo!”
Susy lo scrutò con una punta di gelosia. “Oh, e hai avuto molte donne?”
Ma lui le tappò la bocca con un altro bacio, armeggiando, contemporaneamente con la cintura dei suoi pantaloni. Effettivamente sarebbe stato meno scomodo se avesse portato la gonna, concesse la fanciulla, mentre si perdeva in quel bacio.
Alla fine si staccò da lui e si alzò in piedi per togliersi in fretta stivali e calzoni.
Jack le sorrise. “Ecco così va meglio.” Quindi l’attirò nuovamente a sé, mentre le sue abili mani continuavano ad accarezzarla ovunque. Per un attimo Susy si chiese se fosse giusto quello che stava facendo. Aveva atteso per anni di ritrovare il suo Roger e adesso si ritrovava a fare l’amore con un soldato appena conosciuto. Non era da lei. Ma poi le sue carezze le annebbiarono i pensieri e non fu più in grado di dire cosa fosse giusto o sbagliato. Chiuse gli occhi, gemendo piano, mentre un vortice di sensazioni finora a lei sconosciute l’avvolgevano.
Trascorsero la notte in un bosco sulla montagna, avvolti in una coperta che per fortuna Jack aveva con sé, svegliandosi di tanto in tanto per fare l’amore per poi riaddormentarsi coi sensi appagati l’uno nelle braccia dell’altro. Susan non si era mai sentita così bene in vita sua. Ma alle luci dell’alba il pensiero di Roger tornò a tormentarla. Non poteva andarsene senza aver avuto con lui un colloquio chiarificatore. Era assurdo che si fosse scordato di lei. Semplicemente aveva voluto allontanarla e lei voleva conoscerne il motivo, altrimenti se lo sarebbe chiesta per il resto dei suoi giorni. In quanto a Jack ancora non sapeva cosa significasse per lei. Era un soldato che nella sua vita chissà quante fanciulle aveva sedotto. Lei probabilmente non avrebbe contato nulla di più di un’avventura da aggiungere alla sua lista. Si alzò mentre lui ancora dormiva e si rivestì nel più assoluto silenzio. Prima di allontanarsi a cavallo gli lanciò un’ultima occhiata carica di rimpianto. Si sarebbe volentieri fermata più a lungo con lui ma proprio non poteva. Raggiunse l’accampamento dei fuorilegge a mattino già inoltrato per scoprire che se l’erano data a gambe. Cos’era successo? Erano stati catturati? O semplicemente avevano deciso di cercarsi un altro rifugio? Triste e sconsolata Susy decise di far ritorno in paese dove scoprì che Roger era stato preso e giustiziato insieme ai suoi uomini. Jessica la riconobbe e le andò vicino per parlarle. “Ho un messaggio per te da parte del pistolero.”
“Per me?” Si sentiva ancora più confusa.
“Sì, prima di morire ti ha chiesto perdono. Ha detto di non essersi mai dimenticato di te ma c’era una taglia sulla sua testa e non voleva obbligarti a una vita da fuggitiva al suo fianco.”
Susy aveva le lacrime agli occhi. Roger non l’aveva scordata. Eppure, stranamente, ella accolse la sua morte come una sorta di liberazione. Aveva trascorso tutta la sua esistenza nell’attesa del momento in cui sarebbe tornata da lui. Ma si erano conosciuti da ragazzini e tante cose erano cambiate da allora. Nessuno dei due era più lo stesso. Si voltò e vide in lontananza un soldato che si avvicinava a cavallo. Gli sorrise e lui ricambiò il sorriso. Senza nemmeno rendersene conto Susan volò fra le sue braccia. Roger non era diventato altro che un tenue ricordo dell’infanzia mentre Jack era il presente. Perché la vita continua. Quasi sempre.
Erano settimane che non faceva un bagno e doveva puzzare come una capra. A un tratto sentì un fischio ammirato e una risatina alle sue spalle; si voltò solo per accorgersi che un soldato era intento a osservare le sue abluzioni. “Vattene via!” Gli intimò rabbiosa. Non era abituata a farsi vedere nuda e non trovò la cosa affatto piacevole.
“Non vedo perché dovrei”, le rispose il soldato con aria divertita, “Di certo questo lago non è di tua proprietà.”
Susy cercò di avvicinarsi alla sponda su cui aveva lasciato i vestiti ed afferrò la camicia per coprirsi il più velocemente possibile. Poi cercò con gli occhi la pistola.
“Stai cercando questa?” Fece il soldato, in tono canzonatorio. “Una ragazza non dovrebbe andare in giro armata, potresti farti del male.”
“Ridammela subito!” Ringhiò lei sempre più in collera.
Alla fine, impietosito, il soldato le lanciò l’arma. Susy si rese conto che per prenderla avrebbe dovuto lasciare la camicia che si teneva stretta addosso, per nascondere la propria nudità. Sicuramente il soldato doveva averlo fatto apposta per coglierla in fallo. Astutamente lei lasciò cadere la pistola vicino a sé e poi si chinò a raccoglierla. Quindi puntandogli l’arma contro gli intimò di voltarsi dall’altra parte.
“Non vale!” Ridacchiò il giovane, “Sono stato io a restituirti la pistola. Non merito un simile trattamento.”
“Taci!” Fu la risposta acida di Susy. Si rivestì in fretta e poi abbassò l’arma.
“Ecco, ora puoi voltarti di nuovo.”
Il soldato la squadrò da cima a fondo, sembrava un ragazzo conciata così, eppure c’era un non so che in lei di estremamente affascinante.
“Il mio nome è Jack”, disse facendo le presentazioni. Susy continuava a scrutarlo guardinga. “Io mi chiamo Susan. Susan Alcott.”
“E che ci fai da queste parti, vestita come un pistolero e armata di tutto punto?”
Lei scrollò le spalle. “Sono in viaggio verso l’Oregon. Vado a raggiungere il mio fidanzato. E tu soldato? Che ci fai da queste parti solo soletto?”
“Sono in perlustrazione. Questo territorio è molto pericoloso, non dovresti attraversarlo da sola. Se vuoi posso accompagnarti fino al nostro forte. Lì, potrai riposarti e indossare abiti decenti.”
Lei parve soppesare le sue parole. Infine disse: “Perché no? Ma ricordati che sono armata, quindi levati dalla testa di fare il furbo con me. Sono un’abile pistolera.”
Jack abbozzò un sorrisino. “Grazie dell’avvertimento.”
Fu così che Susy si rimise in viaggio insieme al giovane soldato. Era un tipo taciturno, visto che durante la traversata del deserto non le rivolse più la parola, ma era un bel giovane, questo doveva ammetterlo. In parte le ricordava Roger. La sua mente corse al ragazzino conosciuto tanti anni prima. Chissà se sarebbe riuscita a trovarlo? Ormai era vicina alla meta e questo un po’ la intimoriva. Ancora non era sicura che, dopo tanto tempo, Roger la volesse ancora.
Il forte si trovava a una discreta distanza dall’oasi nel deserto. Cavalcarono per due giorni e due notti, accampandosi solo il tempo necessario per riposare un poco. Fortunatamente Jack si tenne a debita distanza, pensò Susy più tranquilla, e alla fine del viaggio si era instaurata fra loro una timida amicizia.
Appena arrivato al forte egli la presentò al capitano Bonnet, raccontandole in breve la sua storia. Lui parve ammirato dal coraggio della ragazza che aveva percorso mezza America alla ricerca del suo amore. Decise quindi di aiutarla e, dopo averle offerto ospitalità e cibo in abbondanza, la fece scortare dai suoi uomini al paese più vicino.
Una volta in paese Susy si diresse verso il saloon. Non perché prediligesse la compagnia di uomini ubriachi e prostitute ma perché quello era il posto in cui, più probabilmente, avrebbe trovato qualcuno in grado di dirle dove poteva trovare Roger. La sua fattoria doveva trovarsi a poca distanza da lì, secondo i suoi calcoli.
Nel saloon ordinò qualcosa da bere e si fermò a parlare con una ragazza che serviva ai tavoli. Scoprì che il suo nome era Jessica ed era la figlia del proprietario del locale. Doveva avere all’incirca la sua età. Non appena sentì nominare Roger ella impallidì e si mostrò piuttosto vaga in proposito. Ma Susy, che era alquanto astuta, intuì che doveva sapere molto di più di quel che affermava. Quindi tornò a trovarla il giorno seguente e le offrì del denaro in cambio di qualche informazione.
Alla fine Jessica cedette e le raccontò tutto quello che sapeva in proposito. Pareva che un ragazzo di nome Roger si fosse unito a una banda di pistoleri che si divertivano a fare razzia nelle cittadine come quella. Era molto temuto da quelle parti e solo nominare il suo nome era considerato fonte di guai. Ecco perché si era dimostrata così restia a parlarne. Susy stentava a crederci. Il suo Roger così dolce e gentile era diventato un ricercato. Com’era possibile? Jessica le disse anche di non averlo mai visto di persona, aveva solo sentito parlare di lui; da quelle parti era quasi una leggenda. Se voleva trovarlo doveva avventurarsi su per un’alta montagna. Si diceva che il rifugio suo e dei suoi uomini fosse da quelle parti, anche se nessuno di quelli che si erano messi sulle sue tracce era tornato vivo per raccontarlo. Susy annuì pensierosa e poi si mise nuovamente in cammino. Non voleva rinunciare proprio adesso che era sul punto di trovarlo. Continuava a pensare che potesse esserci un motivo per il suo repentino cambiamento. E forse, una volta ritrovata lei, avrebbe deciso di cambiare vita e tornare ad essere un pacifico fattore. In sella al suo cavallo risalì la montagna alla ricerca del rifugio della banda di pistoleri. Tutto a un tratto intravide del fumo e si mise in ascolto. Si udivano delle voci in lontananza, probabilmente un accampamento. Col cuore in gola, scese dal cavallo e si avvicinò cercando di non far rumore. Da Sam aveva imparato come muoversi con agilità e nel più assoluto silenzio. Trovò un gruppo di uomini radunati attorno al fuoco. Non riusciva a capire i loro discorsi, ma era sicura che fossero le persone che cercava. Purtroppo Roger non pareva essere fra loro. Proprio mentre si sporgeva dal cespuglio dietro al quale si era nascosta, per cercare di guardare meglio, qualcuno caricò un’arma alle sue spalle.
continua...
Il cavaliere solitario avanzava lentamente, col sole negli occhi. Si calcò il cappello sulla fronte, in modo da schermarsi dai raggi violenti e si inumidì leggermente le labbra. A una prima occhiata distratta poteva sembrare un ragazzo, non più di una ventina d’anni d’età, ma per chi l’osservasse bene non c’era alcun dubbio: quella era una donna. Portava i lunghi capelli sciolti al vento, incurante della polvere che vi si andava a posare, mentre attraversava quel luogo deserto. Del resto ne aveva vissute di avventure prima di ritrovarsi lì e niente avrebbe potuto sconvolgere la sua esistenza già più di quanto non fosse successo. La sua vita era cambiata radicalmente, non avrebbe saputo dire quando. O forse sì. Si era trattato di un giorno, molte lune fa, avrebbero detto gli indiani, quando Roger era entrato nella sua vita per cambiarla irrimediabilmente. Era ancora una ragazzina, allora. Tredici anni compiuti da poco, mentre lui ne aveva qualcuno di più. Lo aveva trovato svenuto in riva al fiume, poco distante da casa sua, in Alabama, in un primo momento lo aveva creduto morto e le si era ghiacciato il sangue nelle vene. Ma poi, raccogliendo tutto il suo coraggio, gli si era accostata e aveva sentito il suo respiro, i battiti del cuore lenti ma regolari. Non avrebbe saputo dire neppure lei come fosse riuscita a trasportarlo fino alla capanna in cui abitava con sua madre e le due sorelle maggiori. La ragazza era orfana di padre ma la sua era una bella famiglia, unita, come poche se ne trovavano in giro. La madre era la donna più dolce che potesse esistere sulla faccia della terra. Non era mai riuscita a dimenticare il marito che l’aveva lasciata prematuramente e dalla sua morte si era dedicata totalmente alle tre figlie. Sarah, la sorella maggiore si comportava da maschiaccio, aveva la presunzione di fare le veci dell’uomo di casa, ma in realtà era una ragazzina a cui mancava in maniera insopportabile la figura paterna. Beth invece, di un anno più giovane di lei, era incredibilmente vanitosa e superficiale. Ma aveva un buon cuore, questo lo si doveva ammettere. Susan era la più piccola delle tre, ma tutti la chiamavano Susy. Nonostante i suoi tredici anni era sveglia e vivace. La preferita di suo padre. Chissà se sarebbe stato orgoglioso di lei adesso? Dicevamo che l’incontro con Roger le cambiò la vita e fu proprio così. Quel ragazzo dai capelli scuri, gli occhi grigi e lo sguardo magnetico catturò il suo cuore fin dal primo istante. Così come lui si sentì rapito dallo sguardo di lei, fisso sul suo, non appena riacquistò i sensi. Non seppe spiegare come fosse svenuto. Era uscito di casa, nonostante avesse la febbre, voleva raggiungere il padre che era partito per l’ovest abbandonandolo a casa di amici. Ma poi aveva perso i sensi e si era ritrovato a casa della famiglia Alcott, assistito da una ragazzina, sotto gli occhi curiosi e diffidenti delle sue sorelle. L’avevano ospitato fino a che non si era rimesso del tutto, cosa piuttosto gentile da parte loro, visto che si trattava di un perfetto sconosciuto. E, durante quel periodo di convalescenza, si era instaurata fra lui e Susy una profonda amicizia. Era persino arrivato a chiedere la sua mano, facendo scoppiare d’ilarità la madre di lei che non pareva prenderlo troppo sul serio. Susan invece sapeva che non scherzava. Quella sera, mentre erano fuori a fissare un cielo costellato di stelle, si giurarono amore eterno e di non separarsi mai per il resto dei loro giorni. Il giuramento fu mantenuto solo per metà. Di lì a pochi giorni venne a cercare Roger un uomo sulla cinquantina d’età che disse di essere un amico di suo padre e che era venuto a riprenderselo. Non potendosi occupare di lui ancora a lungo alla fine aveva deciso di mandarlo all’ovest con la prima carovana in partenza e una lettera per il padre in cui si scusava e spiegava le sue motivazioni. Roger era diviso fra sentimenti contrastanti: la gioia di poter andare incontro al padre ed il dispiacere di lasciare Susy. “Ti raggiungerò, vedrai”, furono le parole che lei gli sussurrò prima che salisse sul carro e un bacio suggellò quella promessa d’amore.
Da allora non l’aveva più visto ma non era riuscita a dimenticare i suoi occhi tristi e lo sguardo magnetico. Aveva ormai compiuto diciotto anni quando lasciò la casa di famiglia, con uno zaino in spalla e in testa grandi sogni. Era convinta che l’amore giustificasse ogni cosa e che facesse girare il mondo. Non ci mise tuttavia molto a capire che non si poteva vivere di solo amore. Quando cominciò a mancarle il pane si rese conto che forse aveva commesso un’enorme pazzia a scappare così di casa. Ma Susan era, tra le altre cose, assai testarda e così non si arrese e continuò per la sua strada. Per sua fortuna incontrò sul suo cammino un uomo di nome Sam. Un pistolero che si affezionò particolarmente a lei e le insegnò ad andare a cavallo come un uomo e a sparare. Le diceva che nel selvaggio west avrebbe dovuto sapersi difendere e non aveva poi tutti i torti. Sam era un uomo dai modi rudi ma di buoni sentimenti. Aveva una folta barba scura e ispida che gli dava l’aspetto spaventoso di un orso. Ma Susy non ebbe mai paura di lui. Sam diventò il suo compagno di viaggio, almeno finché un giorno non furono attaccati dagli Apaches e, nello scontro, egli ebbe la peggio. Morì sotto i suoi occhi in un assolato pomeriggio d’estate. L’unico rammarico di Susy fu quello di non avergli potuto dare una degna sepoltura, essendo stata catturata dagli indiani che li avevano assaliti. Per fortuna ebbe una sorte assai migliore del suo amico e compagno d’avventure. Al villaggio degli Apaches Susy strinse amicizia con un giovane indiano, chiamato Piccolo Falco. All’inizio trovò difficile comunicare con lui, non sapendo la loro lingua, ma piano piano imparò varie parole e lui le insegnò anche a tirare con l’arco. Fu grazie a lui che riuscì a fuggire dal villaggio e rimettersi sui suoi passi alla ricerca di Roger. Non aveva sue notizie da molto tempo, purtroppo. Dapprima riceveva da lui delle lunghe lettere in cui le parlava della vita nel west insieme al padre, ma poi più nulla. Si era chiesta svariate volte se in realtà lui non l’avesse dimenticata ed ella non stesse inseguendo solo un sogno. Nonostante ciò, non si era arresa e adesso stava attraversando una zona desertica diretta verso l’Oregon, col solo pensiero di poterlo riabbracciare presto. Il suo ricordo si era fatto confuso, non era certa di riuscire a mettere a fuoco il suo viso e comunque, in tutti quegli anni, chissà quanto era cambiato. L’avrebbe riconosciuto? E lui che avrebbe pensato di lei, vedendola arrivare a cavallo, tutta impolverata e con le labbra screpolate dal sole e dall’arsura? Stava pensando a questo quando in lontananza vide una piccola oasi nel deserto, un laghetto a cui abbeverarsi e dove riposarsi un po’. Velocemente si liberò dei vestiti e si gettò nell’acqua.
Entrata nella stanza che le era stata indicata come quella in cui era tenuto prigioniero il Delfino di Francia, Julie rimase attonita ad osservare la scena che le si offriva alla vista.
All’interno un bambino di otto anni, vestito con abiti grezzi e rattoppati, rideva alle volgarità delle guardie. I suoi tratti nobili e delicati contrastavano con l’aria di furbizia popolana che ostentava.
“Ebbene, Capeto, come ti senti questa mattina?” lo interrogò uno dei suoi carcerieri.
“Niente male”, fece lui senza nemmeno notare la presenza di Julie, “Poi vedo il sole, fuori dalla finestra. Deve essere proprio una bella giornata di ottobre.”
La guardia scoppiò in una risata poi distolse lo sguardo.
Le era stato ordinato, dai capi della Rivoluzione, di non rivelare al bambino la terribile verità.
Julie si volse confusa verso Philippe che le fece immediatamente cenno di tacere. Qualsiasi errore avrebbe potuto essere loro fatale e nessuno doveva accorgersi che conosceva il principino.
Poi Louis-Charles si rivolse all’ “istitutore” che i capi della Rivoluzione gli avevano assegnato affinché gli facessero dimenticare, anzi disprezzare, il suo rango.
“Ehi, Simon, facciamo una partita a carte?”
Antoine Simon, un calzolaio rozzo e ignorante, si andò a sedere vicino al ragazzino e tirò fuori un mazzo di carte.
Intanto Julie veniva trascinata via da Philippe.
“Sarebbe stato meglio non venire qui”, disse l’uomo mentre si allontanavano dalla stanza, “Sapevo che l’incontro col Delfino ti avrebbe turbata.”
“Quello non era Louis-Charles”, fece lei incredula, “Non era il bimbo dolce ed educato che conoscevo io!”
“Gli hanno fatto il lavaggio del cervello, Julie. Solo in questo modo Robespierre e gli altri pensano di scongiurare il pericolo di un restauro della monarchia. Non dimenticare che lui un giorno potrebbe rivendicare i suoi diritti come re della Nazione.”
Julie sussultò e rallentò il passo.
“Cosa intendi dire con “lavaggio del cervello?”
“E’ stato imbevuto di principi rivoluzionari. Avevano bisogno di un testimone d’accusa al processo contro la regina e un bambino è facile da manipolare. Hai visto quell’uomo che era con lui, quel tale di nome Simon?”
Ella annuì in silenzio mentre Philippe si affrettava ad aggiungere:
“E’ stato lui ad istruirlo, a insegnargli cosa doveva dire, come doveva comportarsi. Non mi stupisce che tu l’abbia trovato tanto cambiato.”
Ancora frastornata dagli ultimi avvenimenti, Julie domandò con un filo di voce:
“Perché hai detto che avevano bisogno di un testimone che accusasse Sua Maestà? Cosa c’entra Louis-Charles? Per quanto siano riusciti a cambiarlo non credo che avrebbe potuto far condannare a morte sua madre.”
“Fossi in te non ne sarei così sicura.”
“Spiegati meglio.”
“E’ chiaro che lui non si rendeva conto di firmare la condanna a morte di sua madre. Non ha assistito al processo, né sapeva che ce ne sarebbe stato uno; tuttavia ha fatto certe dichiarazioni infamanti sotto l’effetto di una droga.”
“Quali dichiarazioni?”
“Julie, per favore, non è il caso di rivangare il passato. Quel che è stato è stato. Pensiamo solo a metterci in salvo.”
Ma lei fu irremovibile.
“Ti ho chiesto quali dichiarazioni!”
Julie se ne stava immobile davanti a lui con i pugni serrati e un’espressione che lui non le aveva mai visto. Philippe comprese che non avrebbe più potuto nasconderle la verità. Si sarebbe rifiutata di partire finché non le avesse raccontato ogni cosa. Ormai la conosceva bene.
“Ha rivelato di aver sentito la madre e la zia discutere con delle guardie riguardo a una loro possibile fuga.”
“E questo sarebbe bastato a far condannare a morte Sua Maestà?”
“Ovviamente no.”
“Allora c’è dell’altro. Cosa?”
Philippe esitò un istante. Infine disse:
“Ha dichiarato che sua madre gli insegnava certi giochetti erotici e che più di una volta lei ha abusato sessualmente di lui.”
Julie sbiancò in volto, incredula.
“Non è possibile. Louis-Charles non può aver detto simili atrocità!”
“Era sotto l’effetto di una droga, Julie, non si rendeva conto di quel che diceva.”
“Ma è solo un bambino! Come possono averlo fatto, Philippe? E’ questa la giustizia per cui ti sei battuto tanto? Mi dicevi di voler cambiare il mondo, che finalmente avremmo potuto vivere in un Paese dove avrebbero regnato la libertà, l’uguaglianza e la fraternità; ma dimmi è questo il mondo che volevi?”
Philippe l’abbracciò nel tentativo di consolarla.
“No, amor mio. Non era questo il mondo che sognavo.”
“Eppure non hai fatto nulla per cercare di cambiare le cose.”
“Cosa potevo fare?”
“Tu eri uno dei Capi della Rivoluzione. Eri uno di loro.”
“Ho cercato di oppormi a certe decisioni. Come puoi pensare che non l’abbia fatto? Ma non è così semplice. Le cose non sempre vanno come ci si aspetta che vadano.”
Philippe le baciò la fronte, dicendole che era giunto per loro il momento di andare, ma Julie esitò.
“Dimmi ancora una cosa. Tu sapevi di quelle dichiarazioni, voglio dire ne eri al corrente prima del processo?”
“Sì, Julie.”
“E’ stato per questo che non hai voluto che fossi presente anch’io quel giorno?”
“Sì, è stato per questo. Sapevo che ne avresti sofferto e volevo evitarlo.”
Julie guardò il marito con una tristezza infinita negli occhi.
“Non sono stata l’unica a nascondere qualcosa, dunque”, mormorò amareggiata, ma in quel momento apparve Nicolas che ricordò loro che una carrozza li attendeva fuori e che dovevano sbrigarsi. Prima di salire sulla vettura Julie dette un ultimo sguardo al Tempio. La Rivoluzione aveva portato con sé odio, risentimento ed il sangue di molti innocenti. Ma loro erano vivi e avevano ancora un’opportunità; non si sarebbero arresi perché la loro vita era un bene prezioso e andava difeso con ogni forza. E la loro forza veniva dall’amore.
Secondo le fonti storiche Marie-Thérèse Charlotte, duchessa d’Angoulème fu liberata nel 1795, grazie ad uno scambio di prigionieri, e si rifugiò in Austria. Ella fu l’unica superstite della Famiglia Reale e nel 1815 fece ritorno in patria finché, in seguito alla rivoluzione del 1830, fu mandata in esilio. Morì nel 1851 nel castello di Frohsdorf, vicino a Vienna e fu seppellita a Gorizia, nella tomba di famiglia. Esiste tuttavia una teoria in base alla quale la figlia dei Reali di Francia sia stata sostituita dopo la sua scarcerazione e che abbia vissuto il resto dei suoi giorni sotto mentite spoglie e in assoluta segretezza. Finora però questa teoria non è mai stata provata.
Louis-Charles, duca de Normandie, invece morì di malattia durante la sua prigionia al Tempio, nel 1795. Circolano voci secondo cui anche lui si sarebbe salvato. Alcuni sostengono infatti che in realtà il corpo del bambino trovato morto in quella prigione non fosse il suo. Anche questa teoria però non è mai stata provata.

Si conclude qui "La Rosa di Parigi" ma vi aspetto ancora nel mio blog con altre storie e racconti.
La carrozza si fermò davanti al tetro edificio e Julie ne scese, accompagnata da Philippe.
Una guardia all’ingresso li fermò dicendo:
“Altolà, dove andate?”
Ed egli rispose:
“Sono il cittadino Delatouche. Io e mia moglie siamo stati incaricati di controllare che tutto sia in ordine. E’ il governo rivoluzionario che ci manda.”
A quelle parole l’uomo si mise sull’attenti e rispose:
“Entrate!”
Senza farselo ripetere i due si introdussero all’interno, mentre Nicolas attendeva in carrozza col piccolo Jean-Paul. Salirono di corsa una rampa di scale e poi ancora un’altra fino a raggiungere la porta di una stanza sorvegliata a vista da una seconda guardia.
Informatosi, Philippe venne a sapere che lì si trovavano la principessa Marie-Thérèse e sua zia Elisabeth. Louis-Charles invece era stato sistemato in un’altra stanza.
Ottenuto il permesso dalla guardia, Julie entrò. Dopo un attimo di smarrimento, una delle due donne presenti nella stanza, all’incirca sui quattordici anni e con un viso pallido e impaurito, parve riconoscerla.
“Mademoiselle Julie!” esclamò senza riuscire a trattenere le lacrime, “Siete proprio voi?”
Ella quasi non riusciva a credere che la fanciulla che le stava di fronte fosse la bimba allegra che aveva visto giocare nel parco di Versailles.
“Marie-Thérèse”, disse in un sussurro, poi la strinse in un abbraccio.
Philippe che osservava la scena si sentì commosso nel vedere il profondo affetto che le univa.
“Julie”, fu tuttavia costretto a dire, “Non abbiamo molto tempo.”
Ella annuì silenziosamente, quindi si rivolse alla principessa.
“State bene?”
“Sì, non dovete preoccuparvi per me.”
“E vostro fratello?”
“Non ho occasione di vederlo. Ci hanno separati al nostro arrivo qui ed ora anche nostra madre è stata allontanata. Mi chiedo per quale ragione non possiamo stare tutti insieme.”
Julie comprese dalle sue parole che non aveva idea di quale sorte fosse stata destinata alla madre ma non disse nulla. Come avrebbe potuto dirle la verità?
Brevemente le illustrò le ragioni che la costringevano a mettersi in viaggio ed ella parve molto comprensiva.
“Fate bene ad andarvene, voi che potete. Non dimenticatevi di noi e pregate per me e la mia famiglia.”
Poi si strinsero in un ultimo abbraccio e Philippe condusse nuovamente fuori la moglie.
Mentre si avvicinava alla porta Julie si augurò che non le accadesse nulla di male.
di Anneheche e Luna70
Lisa entrò nella galleria d’arte e fissò corrucciata l’orologio. Aveva appuntamento con un’amica che, come al solito era in ritardo. Chissà perché si ostinava a uscire con lei, nonostante poi le toccasse aspettarla per delle ore. Almeno avrebbe potuto dare un’occhiata ai quadri per ammazzare il tempo. Istintivamente si fermò innanzi alla tela di un pittore francese del 1700. Il dipinto ritraeva una giovane donna con gli occhi verdi e le labbra carnose. Non seppe spiegarsi perché ma quel ritratto l’attraeva e inquietava allo stesso tempo. Lesse sulla targhetta di lato che si trattava della marchesa Evelyne de Fleury. All’improvviso fu sopraffatta da una strana sensazione. Sudava freddo e fu sul punto di avere un mancamento. Chiuse gli occhi, appoggiandosi al muro più vicino; le orecchie le ronzavano fastidiosamente e quando quello spiacevole malessere passò e riprese conoscenza, ebbe l’impressione di non trovarsi più nel medesimo tempo e luogo. Era nel corpo di un’altra donna, quello della marchesa per l’appunto. Non seppe spiegarsi il perché di quella intuizione, semplicemente era conscia di essere lei.
Ora si trovava in una stanza da letto finemente arredata, preziosi tendaggi di damasco coprivano le alte finestre e la luce tenue delle candele illuminava appena un volto d’uomo davanti a sé. Sempre inspiegabilmente era certa di conoscere quel viso. Era quello del conte Hector de Vaissière. Si accorse che la presenza di quell’uomo suscitava in lei emozioni contrastanti: paura, attrazione, titubanza, lussuria.
Non si era mai sentita così. D’un tratto il conte le sorrise enigmatico. “Coraggio, mia cara. Non avete nulla da temere; vostro marito non verrà mai a sapere del nostro incontro.” La voce era calda e sensuale e la marchesa ebbe un sussulto prima di rispondere: “Lo spero bene, Hector.” Poi egli le si avvicinò e insinuò la mano all’interno del corpetto di lei. Avvertì le sue dita stuzzicarle i capezzoli e chiuse gli occhi mentre il respiro le si faceva più affannoso. Tutto sommato le voci che correvano sul suo conto non si sbagliavano. Davvero il conte era un amante senza eguali. Il suo povero marito, con tutta la sua buona volontà, non era mai riuscito a mozzarle il fiato in quel modo. Un attimo dopo si ritrovò nuda sul letto con la lingua di lui che percorreva una linea immaginaria sul suo corpo, dall’ombelico fino ad insinuarsi fra le sue gambe. Evelyn gemeva e si contorceva, mentre le solleticava il clitoride. Si sentì sul punto di svenire per il piacere estremo.
Di nuovo percepì quel ronzio nelle orecchie e la vista le si annebbiò. Quando riaprì gli occhi si ritrovò a fissare con aria smarrita il quadro. Adesso era tornata Lisa. Eppure conservava le medesime sensazioni provate dalla marchesa durante l’amplesso, come le avesse vissute realmente. Si ritrovava pervasa da un’eccitazione sessuale incontrollata. Sentì le proprie mutandine completamente bagnate, mentre gli sguardi stupiti dei curiosi, presenti in sala, si posavano su di lei. Doveva essersi lasciata sfuggire un gemito nel momento in cui riviveva quella scena erotica. Ma perché quel quadro aveva evocato in lei quella situazione?
Non avrebbe mai saputo spiegarsene il motivo, ma il giorno dopo entrò in una libreria. Lanciò uno sguardo distratto alle ultime novità: il nuovo romanzo di Moccia, il libro ambientato sul Nilo di Wilbur Smith, l'annunciato best seller di Isabella Santacroce. Ignorò le opere di due esordienti, "Lesbo è un'isola del Mar Egeo" di Alessandra Bianchi e "La Rosa di Parigi" di Luna70, per dirigersi verso il settore che ospitava principalmente autobiografie di artisti. Passò in rassegna i tomi, e quando era sul punto di arrendersi, finalmente lo vide. Con mani tremanti tolse il volume dallo scaffale e lo sfogliò. Poi, senza indugiare, si diresse alla cassa, tirò fuori dalla borsetta la carta di credito e lo acquistò.Quella sera si coricò presto, tuttavia non per dormire. Suo marito era all'estero per lavoro; nella casa regnavano tranquillità e silenzio. Prese il libro e incominciò a leggere. Le ore volavano, mentre scopriva la vita del pittore, i suoi sogni, i successi e le delusioni. A un tratto impallidì. Era arrivata a un nuovo capitolo che diceva:
"Sono molto contento della sempre maggiore intimità che si è stabilita fra me e l'affascinante marchesa Evelyne de Fleury. E' una dama incantevole, e la circostanza che mi abbia offerto la sua amicizia mi colma il cuore di gioia. Naturalmente nutro il più profondo rispetto per lei e non oserei mai perdermi in sogni troppo arditi, benchè la sua vicinanza e la straordinaria avvenenza che la contraddistingue a volte riescano a turbarmi, rimescolandomi il sangue e portandomi a formulare pensieri troppo audaci. Ma sono solo sogni, e destinati a rimanere tali.
Piuttosto intendo riferire un fatto assolutamente singolare: oggi la marchesa si è confidata con me, aprendomi la sua nobile anima e devo dire che ciò che ho appreso mi ha turbato e lasciato alquanto perplesso. Nè ho motivo di dubitare delle sue parole, sebbene siano talmente straordinarie da apparire quasi inverosimili. La dama mi ha detto, con aperto candore, che mentre posava per me, un mattino radioso di sole di luce, fu attraversata da pensieri strani, sconcertanti, simili a un sogno con la sostanziale differenza che, se di sogno si trattava, era tuttavia un sogno ad occhi aperti. Una parte di lei rimaneva vigile, attenta al mio lavoro, impegnata a conservare la giusta postura e a mantenere composti i lineamenti del viso; ma un'altra parte, oscura e indecifrabile, vedeva una grande città. Era diversa da qualsiasi luogo avesse mai osservato in vita sua: le strade erano percorse da carrozze che procedevano senza cavalli, una quantità di persone camminavano in fretta, quasi senza decoro, agghindate in guise singolari, spesso non confacenti alla dignità. Le donne mostravano le gambe quasi sino all'inguine! La sua attenzione fu catturata da una giovane che sedeva su una panchina, nel mezzo di un grande parco. Sapeva che si chiamava Lisa, ne era certa, benchè questa sicurezza la sconcertasse. Lisa era molto attraente, ma aveva il corpo pieno di volgari tatuaggi, simili a quelli dei marinai. La marchesa li poteva scorgere distintamente, dato che la fanciulla indossava vesti talmente succinte (e bizzarre) da apparire quasi nuda. Un giovane le si avvicinò, prendendo posto accanto a lei. Nello stesso modo in cui la marchesa Evelyne de Fleury conosceva il suo nome, sapeva altresì che quel giovanotto non era il marito di Lisa. I due si baciarono, senza ritegno, alla luce del sole; poi una mano dell'uomo si posò sul seno, l'altra sulle cosce. Lisa trasalì, e la marchesa mi disse che aveva provato le stesse sensazioni di quella giovane, emozioni fortissime, ineguagliabili. Qui si arrestò perchè non poteva spingersi oltre nella narrazione, se non al prezzo di scivolare nella volgarità. Io compresi il suo riserbo e non posi domande, chè non intendevo apparire sconveniente. Evelyne de Fleury concluse il suo racconto (ripeto: inverosimile, tuttavia degno di fede in quanto uscito dalle sue nobili labbra), dicendo che a un tratto aveva provato un forte ronzio alle orecchie, la vista le si era annebbiata per un istante; quindi la visione era svanita. Se non avessi ascoltato personalmente questa storia, confesso che non vi presterei fede. Misteri dell'anima umana!"
Lisa chiuse il libro e si alzò. Scalza, attraversò la stanza dirigendosi verso la finestra. La notte era tiepida; nel cielo brillavano mille stelle.
La ragazza era fortemente turbata. Non riusciva a credere a quanto aveva appena letto. Quale misterioso legame la univa a Evelyne de Fleury?
La mezzanotte era scoccata da qualche minuto quando Philippe si alzò in piedi e disse:
“E’ il momento di muoverci, non possiamo più aspettare.”
Madeleine lanciò un’occhiata a lui e poi a Julie. Pareva molto preoccupata.
“Ma dove andrete una volta varcato il confine?”
“In Italia”, rispose Nicolas “Ho dei possedimenti da quelle parti e mia madre ha scritto che ci aspetta. Non vede l’ora di conoscere suo nipote.”
Julie guardò il fratello sorpresa.
“La mamma ha scritto? Quando?”
“La sua lettera è arrivata in giornata. Con tutto ciò che è accaduto mi ero scordato di dirtelo.”
Lei allora si volse verso il marito con un sorriso.
“Philippe, hai sentito? Potrò rivedere mia madre!”
“Ne sono felice, amor mio. Ma adesso è proprio l’ora di andare. Più aspettiamo, più corriamo il rischio che le guardie di Robespierre ci trovino.”
Nicolas si mostrò d’accordo con lui. Emile invece nutriva ancora qualche dubbio.
“Ma non è pericoloso per voi uscire allo scoperto? Prima che raggiungiate il confine sarà giorno, qualcuno potrebbe riconoscervi e denunciarvi.
“Lo escludo”, fece tuttavia Philippe, “Dimentichi che giorno è oggi? Per questa mattina è fissata l’esecuzione di Sua Maestà la Regina. Ci sarà fin troppa confusione nelle strade. Nessuno baderà a noi.” Julie rabbrividì. Non avrebbe mai pensato di dover approfittare della morte di una persona a lei cara per mettersi in salvo. All’improvviso provò una gran pena. Era come se il mondo dorato in cui aveva vissuto da fanciulla le stesse crollando addosso. Si chiese cosa ne sarebbe stato di Marie-Thérèse e di Louis-Charles. Erano ancora così giovani per rimanere soli al mondo.
Ma non ebbe il tempo di pensare a loro perché Philippe l’aveva presa per mano e la stava esortando a sbrigarsi. Madeleine le porse il bambino ed augurandole buona fortuna l’abbracciò per un’ultima volta.
“Non ti dimenticherò, Julie. Sappi che, nonostante la distanza, potrai sempre contare su di me.”
“Grazie, Maddy. Neanche io ti dimenticherò, hai fatto così tanto per me.”
“Sciocchezze!”
Julie si asciugò le lacrime che le stavano inondando il viso poi cercò lo sguardo di Annette, l’amica fedele che l’aveva seguita fin dalla sua infanzia. Quasi stentava a credere che non l’avrebbe più rivista.
“Verrei con te se mi fosse possibile”, le disse Annette, ma lei scosse il capo e rispose:
“Non pensarci neanche. Hai un marito a cui badare. Il tuo posto è qui accanto a lui e al figlio che aspetti. Io starò bene, non preoccuparti, se Philippe mi è vicino nulla mi fa paura.”
Quindi il marito cercò di persuaderla ancora una volta a far presto.
Emile e Gaston li avrebbero accompagnati per un tratto e così il piccolo gruppo si mosse.
Ormai non c’era più tempo per i ripensamenti.
16 OTTOBRE 1793
Il sole era spuntato da un po’ e le piazze già cominciavano a gremirsi di gente, mentre agli angoli delle strade si sentivano gli odori delle cipolle arrostite, vendute dagli ambulanti.
Julie si accorse di aver fame ma non disse nulla. Sapeva che non potevano fermarsi per fare colazione e, in fondo, se si trovavano in quella situazione, lei poteva dirsi l’unica responsabile.
Man mano che camminavano per Parigi intanto il tempo passava. Place de la Révolution era affollatissima e il popolo era in attesa che Marie Antoinette facesse il suo ingresso in attesa di essere giustiziata. Philippe e Nicolas si intrufolarono fra la folla, dicendo che così sarebbe stato più difficile notarli. Julie li seguì con in braccio suo figlio. Proprio mentre stavano per allontanarsi dalla piazza in direzione del Carrousel, dove, secondo ciò che sosteneva Nicolas, li attendeva una carrozza, Julie si fermò.
“Che cosa c’è, tesoro?”, si informò il marito, “Sei stanca?”
“No, non è questo. Pensavo a Louis-Charles e Marie-Thérèse…”
Nicolas guardò la sorella spazientito.
“E tu per una stupidaggine come questa ci fai perdere tempo?”, urlò senza mezzi termini, “Ma cosa credi? Che sia un gioco questo?”
“Non lo credo affatto ma non posso partire senza accertarmi che stiano bene. Non me lo perdonerei mai!”
“Non vorrai andare al Tempio, mi auguro!”
“E’ proprio ciò che ho intenzione di fare. Quei poveri ragazzi sono rimasti soli al mondo ed ora anch’io sto per abbandonarli. Devono sapere perché ho preso questa decisione.”
Con sguardo supplicante si volse verso il marito.
“Philippe, ti prego…”
“E va bene”, fece lui accondiscendente, “Chiederemo al vetturino di fermarsi davanti alla prigione del Tempio prima di mettersi in viaggio verso il confine.”
“Ma sei impazzito?”, esclamò Nicolas rosso di collera, “e se ci riconoscono e ci arrestano?”
Philippe lo tranquillizzò: “Non accadrà. Sono tutti in fibrillazione per l’esecuzione della Regina, siamo liberi di muoverci senza problemi. Cerca di capire, lo devo a tua sorella. Le avevo promesso una vita felice e invece siamo costretti a fuggire come ladri. Non voglio che mi rimproveri di non aver esaudito anche questo suo desiderio.”
“Grazie, Philippe.”
Gli occhi di Julie erano pieni di commozione. L’amore di suo marito era così immenso da lasciarla senza parole. Non avrebbe potuto chiedere di più.
Julie continuò a correre per un bel tratto, senza riuscire tuttavia a rintracciare Philippe. Aveva il fiatone ed i capelli, che prima teneva raccolti in una morbida crocchia sulla nuca, le erano scivolati disordinatamente sul viso. Intanto stava scendendo la sera e le strade cominciavano a farsi meno affollate. Julie rabbrividì per il freddo. Aveva lasciato il suo scialle a casa dei Blondel ed il vento che si era alzato le stava penetrando nelle ossa.
Ad un tratto le parve di scorgere un’ombra all’interno di un vicolo e, pensando potesse trattarsi di Philippe, vi si intrufolò. Era un vicolo buio e stretto ma la giovane donna era più che decisa a scovare il marito, avesse dovuto mettere a soqquadro l’intera Parigi.
Mentre si faceva strada nell’oscurità, tuttavia, qualcuno le bloccò il passo.
“Vai in cerca di compagnia, bella fanciulla?”, le chiese uno sconosciuto. Era alto, di carnagione olivastra e con una voce nasale. Il suo alito puzzava di vino e, trovandoselo davanti in tutta la sua imponenza, Julie fu scossa da un brivido di terrore.
“Lasciatemi passare”, balbettò confusa, “Sto cercando mio marito. Dovrebbe essere nelle vicinanze.”
L’uomo non si mosse di un passo.
“Qui non c’è proprio nessuno a parte noi”, mormorò con un sorrisino soddisfatto e, senza staccarle gli occhi di dosso, l’afferrò cercando di baciarla.
Lei lanciò un urlo ma, prontamente, lo sconosciuto le mise una mano davanti alla bocca.
“Avanti non fare storie”, le intimò, “Se sarai carina con me non ti farò del male.”
Julie tentò di scalciare per liberarsi dalla presa ma i suoi tentativi si rivelarono inutili. Poi l’aggressore la spinse contro il muro e cercò di sollevarle la veste.
Proprio in quel momento qualcuno lo bloccò.
“Lasciala andare, figlio di puttana!”
Julie aveva gli occhi pieni di lacrime, tuttavia riconobbe all’istante la voce di Philippe.
Per un attimo temette che il suo assalitore fosse armato e potesse ferirlo ma, per sua fortuna, non fu così. Philippe lo gettò a terra con un colpo ben assestato, poi prese la moglie per mano e se la trascinò dietro in una rapida fuga.
Solo quando furono ben lontani dal luogo dell’aggressione si fermarono per prendere fiato e Julie disse: “Ho avuto così paura. Se non fossi arrivato tu…”
Il marito allora le puntò contro uno sguardo accusatore.
“Si può sapere che ci facevi di notte in giro per la città?”
“Ero venuta a cercarti. Sei fuggito via, senza lasciarmi neanche il tempi di spiegarti come sono andate realmente le cose.”
“E come sono andate realmente le cose?”
La voce di Philippe denotava una certa durezza ma Julie non si lasciò scoraggiare e proseguì:
“E’ vero, sono andata a trovare Alain ma non per il motivo che pensi. Lui era in prigione e aveva bisogno dell’amicizia di qualcuno. Non potevo abbandonarlo. Provavo per lui molta pena.”
Julie si accorse che il marito la stava fissando corrucciato. Possibile che non le credesse? Poi le fece una domanda a bruciapelo:
“Ci sei andata a letto?”
Julie ricambiò il suo sguardo, indignata.
“Come puoi pensare una cosa simile?”
“Ci sei andata a letto sì o no?”
Questa volta Philippe aveva alzato il tono di voce e Julie dovette trattenersi per non piangere.
“No, non l’ho fatto”, replicò, “Io ti amo, Philippe, e non ti tradirei mai. Ho giurato di esserti fedele per tutta la vita e mi amareggia constatare che non ti fidi di me.”
“E cosa dovrei pensare? Dimmelo tu, che faresti al posto mio? Quell’uomo in passato è stato molto importante per te, non sarebbe poi così strano se lo amassi ancora.”
“Non ti avrei mai sposato se fossi ancora innamorata di lui. Tutto ciò che provo per Alain è compassione. In fondo non è cattivo, lo so, e trovo ingiusto che perda la vita in quel modo. Ma il mio amore è solo per te, perché non riesci a capirlo?”
Senza aggiungere altro Philippe l’abbracciò.
“Ti amo, Julie”, disse con voce leggermente incrinata, “E non volevo dubitare di te, credimi. Però le parole di tuo fratello mi hanno fatto perdere la testa. Non ci ho capito più nulla, ho immaginato te fra le braccia di quell’uomo e non ci ho visto più dalla rabbia. Puoi perdonarmi?”
Lei allora si rannicchiò fra le sue braccia e, finalmente, dette libero sfogo alle lacrime troppo a lungo represse.
“Ti perdono, amore mio. Tutto ciò che desidero è che tra noi non ci siano più incomprensioni e, perché ciò accada, prometto che non ti terrò mai più all’oscuro di qualcosa.”
Per qualche minuto restarono stretti l’uno all’altro come se il mondo attorno a loro non esistesse; incuranti dei passanti che si voltavano a guardarli. Poi Philippe si staccò dolcemente da lei e disse:
“Purtroppo non abbiamo tempo. Dobbiamo organizzare la nostra fuga.”
E, tenendosi per mano, si avviarono verso la casa dei Blondel.

A Julie parve di sprofondare in un abisso. A questo punto non poteva più negare l’evidenza.
“Sì, ci sono stata alcune volte.”
“Che cosa?” Philippe e Nicolas si accorsero di aver pronunciato quelle parole all’unisono. Poi tutti gli occhi si posarono su Julie.
“Philippe, lascia che ti spieghi…”, fece lei nel tentativo di chiarirsi, ma il fratello la investì:
“Stupida che non sei altro! Non ti sei rovinata abbastanza la vita per colpa di quell’uomo? Cosa diavolo volevi ancora? Forse tuo marito non ti soddisfa abbastanza per correre a rifugiarti fra le braccia di quel libertino?”
Julie avrebbe voluto morire. Come osava, suo fratello, mancarle di rispetto in quel modo?
“Non essere volgare”, sibilò fulminandolo con lo sguardo. Poi si volse verso Philippe, sperando di trovare nei suoi occhi una tacita intesa, ma lui, senza dire una parola, uscì di casa sbattendo la porta.
Per Julie fu come una staffilata in pieno viso. Stentava a credere che suo marito potesse dubitare di lei e della sua fedeltà, senza darle neppure il modo di spiegare come si erano realmente svolti i fatti.
Come di impulso gli corse dietro, tra gli sguardi attoniti dei presenti.
“Ma si può sapere che sta succedendo?”, domandò Madeleine sbalordita, “Chi diavolo è poi questo Alain?”
Nicolas si andò a sedere accanto a Gaston. Aveva un’aria stravolta ma trovò, nonostante tutto, la forza di rispondere: “Si tratta del marchese de Saint-Fraycourt, un donnaiolo senza scrupoli di cui mia sorella si era innamorata durante il suo soggiorno a Versailles. Sono stati amanti per un breve periodo di tempo; poi, quando Julie si accorse di essere stata ingannata, scappò via dalla reggia. In seguito conobbe Philippe e il resto lo sapete.”
Madeleine sussultò per la sorpresa.
“Credete che Julie sia ancora innamorata di quel tipo?”
Nicolas scosse il capo, sconsolato.
“Non ne ho idea. Però lui è un uomo molto attraente e sa come far cadere ai suoi piedi una donna.”
A quel punto però Annette si intromise:
“Conosco bene Julie, monsieur Nicolas, e sono sicura che non abbia fatto nulla di male. E’ troppo innamorata di Philippe, per aver solo anche potuto pensare di tradirlo. E poi adesso ha anche un figlio!”
Ma il duca non le badò. Era troppo preoccupato di ciò che poteva accadere, per curarsi dell’onore e della rispettabilità della sorella.
Il marchese de Saint-Fraycourt sussultò al rumore della cella che si apriva. Temette che fossero venuti a prenderlo per condurlo al patibolo. Il confessore era già andato a trovarlo e non immaginava che qualcun altro gli avrebbe fatto visita. Invece si sbagliava.
“Pauline”, mormorò col cuore in gola, fissando la snella figura che si stagliava di fronte a lui, “Che ci fai qui?”
La ragazza lo fissò un istante con le lacrime agli occhi; infine mormorò:
“Non potevo non dirti addio, Alain.”
Commosso, il marchese si lasciò abbracciare.
“Sarebbe stato meglio se non fossi venuta”, disse infine, turbato.
“Perché dici così?”
La voce di lei era leggermente incrinata ma Alain finse di non badarci.
“Pauline, devi dimenticarti di me. So che ultimamente ti sei affezionata troppo alla mia persona ma…”
“Affezionata?”, lo interruppe lei istintivamente, “Io ti amo.”
Lui le posò una mano sulla bocca, come per zittirla; quasi quelle parole gli provocassero un’acuta sofferenza. Fino a quel momento non si era mai preoccupato dei sentimenti di una donna. Le aveva solo usate. Ma ora la prospettiva della morte lo aveva cambiato. Ora sapeva cosa significasse avere la certezza di non rivedere più la persona amata. L’aveva provato con Julie. E non voleva che Pauline soffrisse per lui.
Fece per ribattere qualcosa ma lei si strinse più forte a lui e lo baciò. Quindi, prendendogli una mano, se la portò al ventre. Il marchese trasalì all’istante. Si staccò da lei e la fissò dritta negli occhi, accorgendosi con stupore che erano velati di lacrime.
Per un attimo si chiese se fosse stata solo una sua impressione o se, con quel gesto, lei volesse dirgli qualcosa. Si augurò di essersi sbagliato ma le parole di Pauline gli confermarono i suoi sospetti:
“Alain, aspetto un bambino. Un figlio tuo.”
Egli impallidì di colpo. Quella scena gliene riportò alla mente un’altra, di tanto tempo prima. Rivide la baronessa de Courtizot stesa sul suo letto di morte, dopo aver abortito, e si chiese se quello fosse davvero stato suo figlio. A quanto pare la storia ora stava per ripetersi. Avrebbe voluto impedirlo ma non sapeva come.
“Hai intenzione di farlo nascere?”
Alain si accorse che le parole gli erano uscite di bocca senza che se ne rendesse conto.
Pauline gli sorrise.
“Ma certo. Io lo voglio questo figlio. Quando tu non ci sarai più mi basterà guardarlo per rivedere te. Non capisci Alain? Tu rivivrai in lui.”
Il marchese de Saint-Fraycourt la guardò commosso. Avrebbe voluto poterle dire che anche lui l’amava, ma a che scopo mentire?
Poi entrò una guardia e gli intimò di seguirlo.
Alain chiuse gli occhi un istante, quindi voltò le spalle a Pauline e si allontanò. Ormai era tutto finito. Niente avrebbe potuto mutare il suo destino e, consapevole di ciò, lasciò che lo conducessero alla ghigliottina.
15 OTTOBRE 1793
Madeleine Blondel prese in braccio il piccolo Jean-Paul e si avvicinò al marito.
“Guardalo, Emile, non è un amore?”
Era da molto tempo che Philippe e Julie non andavano in visita dai loro vecchi amici e quel giorno era parsa un’occasione buona riunirsi tutti a casa loro. Presto li avrebbero raggiunti anche Annette e Gaston.
Julie si sedette su un piccolo divano, accanto al marito.
L’atmosfera di pace e di familiarità che si era creata le stava facendo bene. Si sforzò di non pensare alla sempre più vicina esecuzione di Alain, ripetendosi che ormai quell’uomo faceva parte del passato. Ma non era facile.
“Dunque presto anche voi avrete un bambino”, esclamò sforzandosi di sorridere.
Madeleine la guardò entusiasta. Si capiva al volo quanto fosse felice della novità.
“Già e non siamo i soli. Annette te l’ha detto?”
“Cosa?”
“Anche lei è incinta. Nascerà un paio di mesi dopo il nostro.”
“Non mi dire!”, Julie era esterrefatta, “Ed io non ne sapevo nulla…”
“Sicuramente ti darà oggi la notizia, non dirle che te l’ho già anticipata.”
Ad un tratto qualcuno bussò insistentemente alla porta, interrompendo le loro chiacchiere.
Emile andò ad aprire e fece entrare i coniugi Coudert, accompagnati da una terza persona.
Sembravano parecchio agitati, ma nulla in confronto a Julie che si alzò di scatto, pallida in viso.
“Nicolas!”, esclamò preoccupata, “Sei impazzito? Perché sei uscito di casa?”
Il duca de Soissons osservò il volto teso della sorella ma non disse nulla.
Fu Gaston a rispondere per lui:
“Si è precipitato a casa nostra perché era in pericolo. Sono venuti a cercarlo da voi e non sapeva dove nascondersi. Per fortuna si ricordava di averti sentito dire il nostro indirizzo, un po’ di tempo fa, e così ci ha raggiunti. Non sapendo che fare lo abbiamo portato qui.”
Julie parve non capire.
“Come sarebbe a dire che sono venuti a cercarlo a casa nostra? Chi lo cercava? Nessuno sapeva della sua presenza…”
“A quanto pare ne era informato Julien Kergoat. Si è presentato accompagnato da alcune guardie per arrestarlo. E’ riuscito a sfuggirgli per un miracolo. Ancora mi chiedo come abbia fatto ad uscire dalla porta di servizio, senza essere visto.”
Philippe guardò l’amico con orrore.
“Oh mio Dio”, esclamò decisamente scosso, “Se sanno che era nascosto da noi siamo in un bel guaio!”
“Temo proprio di sì.”
Emile, che aveva ascoltato la conversazione senza capirci nulla, allora domandò:
“Si può sapere qual’ è il problema?”
E Philippe, dopo un attimo di esitazione, si accinse a spiegare:
“Quest’uomo è il duca de Soissons. E’ ricercato per aver fatto parte del complotto messo a punto da La Fayette per far fuggire il re. Lo abbiamo nascosto in casa nostra ma, a quanto pare, siamo stati scoperti.”
Madeleine ed il marito parvero sconcertati.
“Ma perché avete fatto una cosa del genere?”, chiese infine Maddy, “Proprio tu, Philippe, che ti sei sempre battuto per la Repubblica!”
“Non avevo scelta”, fu la sua risposta, “Il duca è il fratello di mia moglie. Non potevo lasciare che lo arrestassero.”
I Blondel si guardarono l’un l’altro increduli. Parevano confusi come non mai di fronte a quell’inaspettata rivelazione.
“Dunque Julie è un’aristocratica?” fece Madeleine, fissando intensamente l’amica.
Philippe annuì. “Esattamente.”
“Santo cielo, Julie! Perché non me l’hai mai detto?”
“Non potevo farlo. Avrei tanto voluto ma era troppo rischioso. Credimi, Maddy, mi dispiace.”
Poi Emile li interruppe: “Dobbiamo pensare al da farsi. Ci sarà pure una soluzione!”
Blondel era sempre stato un tipo pratico ed anche in quel frangente era dell’idea che bisognasse passare subito all’azione.
Philippe invece era ancora perso nelle sue riflessioni.
“Ancora non capisco come abbiano fatto a scoprire che Nicolas era nascosto in casa nostra. Nessuno sapeva che Julie è sua sorella; chi avrebbe potuto collegarci a lui? Gli unici a sapere della vera identità di mia moglie erano Annette e Gaston e so con certezza che voi, amici miei, non ci avreste mai traditi.”
“Certo che no”, fece allora Gaston con decisione, “Sai quanto io e mia moglie siamo affezionati alla Rosa di Parigi.”
Julie sorrise. Ancora la chiamava con quel buffo nomignolo, nonostante fossero passati anni.
“Ma allora come sarà venuto fuori?”, si chiese anche lei dubbiosa, “Forse Marie, la nostra cameriera, può essersi lasciata sfuggire qualcosa…”
Gaston si andò a sedere ed accettò il bicchiere di vino che Emile gli aveva gentilmente offerto. Infine parlò: “Mi sono informato sulla questione. Non sarei un bravo giornalista se non riuscissi a carpire simili notizie.”
“E allora?”, il tono di Philippe era sempre più teso.
“E allora pare che alla prigione del Plessis conoscessero piuttosto bene tua moglie col nome di mademoiselle de Soissons. Kergoat è stato là per degli accertamenti e ne è stato informato. Gli è bastato fare due calcoli per giungere alla conclusione che il duca doveva essersi nascosto a casa vostra.”
Philippe cominciò a non capirci più nulla.
“Al Plessis conoscevano Julie? Ma come è possibile?”
Stavolta fu Nicolas a interromperlo: “Non sarai stata così idiota da andare a trovare Alain, mi auguro”, disse rivolto alla sorella.