Disclaimer: le opere contenute in questo blog sono di proprietà dell'autrice ai sensi della
legge n.633 del 22/04/1941.
La medesima legge, dell'articolo 171, sanziona penalmente la condotta di chi, senza il consenso dell'autore, riproduce, trascrive, diffonde o pone in commercio l'opera altrui.
Questo blog non rappresenta una testata giornalistica, in quanto viene aggiornato senza alcuna
periodicità.
Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7/03/2001
Le passioni, l'arme e l'amore...
Quella sera Luca fu un perfetto gentiluomo. La portò in uno dei ristoranti migliori della città e la trattò come una regina. Per la prima volta non parlarono di lavoro bensì di loro due; Marina aveva dimenticato come poteva essere piacevole la compagnia di un uomo come Luca e si sorprese a ridere a crepapelle ascoltando le storielle e gli aneddoti che raccontava. Era una persona incredibilmente affascinante Luca. Allegro, vivace, intelligente… l’uomo perfetto, insomma. Aveva sempre pensato che non potesse esistere uno come lui e invece dovette ammettere che si sbagliava di grosso. Quella sera riuscì anche a farle dimenticare il dolore per aver perso definitivamente l’affido di Marco. Poi, dopo la splendida cena, lui la prese sottobraccio e fecero una lunga passeggiata sul lungomare, al chiaro di luna. Molto romantico. Ecco, Luca era anche questo: un inguaribile romantico!
Quando la riaccompagnò a casa, rimasero un lungo istante a fissarsi, chiedendosi come sarebbe stato appropriato salutarsi. Erano un’impiegata in compagnia del proprio capo, una stretta di mano sarebbe stata sufficiente, ma da quella sera sembrava essersi instaurata fra loro una certa complicità; un legame invisibile che li spingeva l’uno contro l’altro. Alla fine fu lui a prendere l’iniziativa. Le passò un braccio attorno alle spalle e l’attirò a sé per baciarla. Fu un bacio lungo, lento e mozzafiato. Marina si accorse che le tremavano le ginocchia mentre il cuore le batteva furiosamente nel petto. Ci mancavano le farfalle nello stomaco e poi sarebbe stata alla pari di una qualsiasi adolescente alla prima cotta. Non seppe dirsi come, ma un attimo dopo si ritrovò avvinghiata a lui. Lo fece entrare in casa e raggiunsero la camera da letto quasi di corsa. Si spogliarono in fretta, fermandosi solo per darsi altri baci ed altri ancora. Le mani che si esploravano a vicenda, nell’impeto della passione. Per Marina fu come rivivere la sua prima volta, le medesime emozioni, la paura di apparire troppo inesperta (era veramente tanto tempo, troppo, che non aveva una relazione con un uomo) ma poi si lasciò andare e fu tutto perfetto.
“Ti amo”, sussurrò ad un tratto, stupendo anche se stessa nell’ammettere ciò che ormai era fin troppo evidente.
“Ti amo anch’io”, rispose Luca con un sorriso. Nemmeno lui se lo sarebbe mai aspettato eppure provava qualcosa di veramente profondo per quella donna; qualcosa che non aveva mai più provato dalla morte di sua moglie.
Nei mesi che seguirono Luca e Marina si fecero sempre più uniti fino a scoprire di essere fatti l’uno per l’altro. Era un peccato sprecare ancora del tempo e decisero di sposarsi al più presto. Alcuni giorni prima della cerimonia lui le fece il regalo più bello che un uomo innamorato potesse farle: si presentò davanti a casa sua con un bimbo di cinque anni. Era Marco.
Gli occhi le si riempirono di lacrime. “Ma come hai fatto?” chiese incredula. Il suo sorriso sbarazzino si posò su di lei. Era una donna estremamente diversa ora. Portava i capelli sciolti sulle spalle ed aveva uno sguardo traboccante d’amore e di felicità.
“Sono andato a parlare con la sua famiglia, quella adottiva. I Giuliani sono delle persone semplici ma hanno un gran cuore. Ho spiegato loro la tua situazione e il perché della tua decisione in tribunale e loro mi hanno detto che puoi vedere il bambino quando vuoi. Due madri sono meglio di una sola ha detto la signora Giuliani e credo non abbia tutti i torti.”
Marina strinse a sé il piccolo Marco che la fissava un po’ intimorito.
“Allora, che ne dite di un giro al parco?” fece Luca allegramente “Ho portato anche il pallone.”
Gli occhi ridenti di Marina si posarono su di lui. “Ottima idea!”
Volevo a tutti i costi finire di postare questo racconto prima del mio matrimonio e della luna di miele. Alla fine ce l'ho fatta. Per un po' sarò lontana da splinder. Ci "rileggiamo" dall' 8 ottobre in poi.
Mi mancherete tutti!
Il giorno dopo Marina non andò al lavoro. Luca si chiese se fosse dovuto al loro colloquio della sera prima e si sentì in colpa. Forse aveva sbagliato a condannarla e comunque non aveva il diritto di volersi intromettere nella sua vita. Chi era lui per giudicare? Preso da mille dubbi trovò il coraggio di convocare nel suo ufficio Simona, la ragazza che lavorava nella scrivania di fianco a Marina. Sapeva che tra loro c’era un buon rapporto; Simona era l’unica con cui Marina si confidava, a volte.
“Ho visto che la signorina Gervasi è assente stamattina”, disse cercando di celare il tumulto che aveva nel cuore, “Per caso è malata?”
“Non esattamente, signor Ferri”, rispose la ragazza titubante.
“Allora qual è il problema?”
“Non so se posso dirglielo.”
Luca si stava innervosendo. “Suvvia, non faccia la misteriosa. Le è accaduto qualcosa?”
“In realtà le è accaduto qualcosa, ma cinque anni fa.”
“Non capisco…”
Simona si chiese se fosse il caso di raccontare al capo le confidenze che le aveva fatto Marina, ma alla fine cedette: “Anni fa Marina si è innamorata perdutamente di un uomo ed è rimasta incinta. Lui l’ha lasciata da sola ad affrontare il problema, anche perché era sposato. Lei ovviamente non ne sapeva nulla, era molto ingenua all’epoca.”
“E poi che è successo?” chiese Luca sempre più incuriosito.
“Marina voleva tenerlo quel bambino, ma i suoi genitori erano contrari. La convinsero che la cosa migliore fosse sbarazzarsene quando fosse nato e così lei fece per poi pentirsene quando era troppo tardi. Negli ultimi tempi ha fatto di tutto per rintracciare quel bambino finché non ha trovato la famiglia che lo tiene in affido. Stavano per avviare le pratiche per l’adozione proprio quando lei lo ha trovato e così Marina ha pensato di essere ancora in tempo per riprenderselo.”
“Dunque?”
“Oggi c’è l’udienza in tribunale per decidere a chi vada affidato il piccolo, se alla madre naturale o a chi se ne è occupato fino ad ora. Un bel dilemma vero? Spero solo che Marina non debba soffrirne. Ne ha già passate tante.”
Luca annuì dispiaciuto. Effettivamente la sua storia era molto triste. Ora capiva la sua diffidenza verso gli uomini. Non solo era stata sedotta e abbandonata ma era stata costretta ad abbandonare la sua creatura. Per quel poco che la conosceva immaginava che dovesse esser stato molto duro per lei staccarsi da un figlio.
Quando Marina fece ritorno a casa fu parecchio sorpresa di trovare il signor Ferri ad attenderla in piedi davanti al portone. Si scambiarono un’occhiata incerta, studiandosi a vicenda. Lui si accorse che aveva l’aria stanca e che aveva pianto. Lei invece capì che non c’era alcun rancore nel suo sguardo, nonostante la discussione del giorno precedente.
“Simona mi ha raccontato tutto”, esordì Luca affranto, “Mi dispiace per tutto quello che ha dovuto passare. Non avevo alcun diritto di dirle le cose che ho detto.”
“Invece aveva ragione. Sono una vigliacca.” Le lacrime affiorarono all’improvviso e lui si ritrovò a prenderla fra le braccia per consolarla. “Che è accaduto?” le chiese infine, dolcemente.
“Il giudice ha deciso di affidare a me il piccolo. Di solito in questi casi si propende per la madre naturale, tanto più che ho una buona posizione economica e un ottimo lavoro. La famiglia che lo aveva in affido era piuttosto povera, il capo famiglia è un semplice manovale, di sicuro non avrebbero potuto garantirgli una buona istruzione, né uno stile di vita adeguato.”
“Non capisco…”, fece Luca incerto, “Per quale motivo piange allora? Dovrebbe essere contenta!”
Marina si asciugò le lacrime e lo guardò con aria sfinita dal dolore. “Non ce l’ho fatta”, dichiarò, “Quando ho visto Marco, questo è il nome di mio figlio, attaccarsi al collo di quella che chiamava mamma, piangendo disperato perché non voleva lasciarla, ebbene mi sono sentita male. C’era così tanto amore negli sguardi di quelle due persone, io mi sono sentita un’estranea che voleva distruggere la loro felicità. E così ho dichiarato di non volerlo più, di non sentirmi pronta per fare la madre e sono fuggita via. Sono una vigliacca, è vero!”
Luca la strinse più forte. “Lei non è affatto una vigliacca! Ha avuto molto coraggio invece. Ha scelto quello che le sembrava più giusto per il bambino, per la sua felicità.”
“In realtà non sono degna di essere sua madre”, fece lei con un sospiro, “Non sono mai stata degna. Né di essere amata, né di crearmi una famiglia. Adesso capisce perché fuggo gli uomini? Non sarò mai degna dell’amore di nessuno!”
“Non lo dica neanche per scherzo! Lei è una persona fantastica, Marina. Ha tanto di quell’amore dentro, solo che non se ne rende conto. Quello che ha appena fatto è il più grosso atto d’amore che una madre possa fare. Scegliere la felicità del proprio figlio invece che la propria.”
“Lei dice?” lo sguardo di Marina si posò su di lui con una luce nuova. Luca la trovò bellissima in quel momento. “Ne sono convinto.”
“Non me la sento di rimanere sola questa sera”, disse lei a un tratto, “Per caso è ancora valido il suo invito a cena?” Luca le rivolse uno dei suoi smaglianti sorrisi. Era terribilmente affascinante quando sorrideva. “E me lo chiede? Certo che è ancora valido.” La prese sotto braccio e insieme si avviarono verso la sua auto.
Continua...
Nei giorni che seguirono, Luca la volle inaspettatamente al suo fianco per un lavoro che stava seguendo lui personalmente. Si trattava di una cosa di estrema importanza ed ella si stupì del fatto che il capo richiedesse proprio la sua collaborazione, visto che c’erano sicuramente persone più meritevoli. Trovò persino il coraggio di farglielo notare e lui le rivolse il suo sorriso disarmante: “Lei non ha sufficiente fiducia in se stessa. In questo ufficio è la migliore, glielo garantisco, ed è quindi di lei che ho bisogno per questo progetto.” Ma Marina non era sicura che quello fosse il vero motivo per cui l’aveva scelta. Già in passato era stata vittima delle attenzioni di alcuni colleghi che avevano finto interesse per lei da un punto di vista lavorativo per poi finire a fare i cascamorti. Si augurò che non fosse il caso di Luca; con lui sarebbe stato più complicato respingere le avances, in fondo era pur sempre il suo capo e non desiderava che ci andasse di mezzo il proprio lavoro. Con sua grande sorpresa, tuttavia, egli si comportò con lei in maniera ineccepibile. Era la persona più seria e corretta che avesse mai incontrato e non si prese con lei alcuna confidenza non desiderata. Anzi, si stabilì fra loro una perfetta complicità e lentamente la sua diffidenza nei suoi confronti scomparve per lasciar posto a una grande stima. L’ultimo giorno, quello della consegna del progetto, tuttavia accadde qualcosa che incrinò il loro rapporto professionale: Luca la invitò a cena fuori. “Dobbiamo per forza festeggiare la riuscita del nostro lavoro!” le disse allegramente. Lei invece si irrigidì all’istante. “Non posso accettare l’invito, mi dispiace”, disse gelida.
“Di cosa ha paura? Perché è sempre così scostante?” si sorprese Luca. Aveva pensato di aver stabilito con lei una buona intesa e adesso, di punto in bianco, si era chiusa nel suo guscio e lo trattava come un estraneo. “Probabilmente lei ha avuto una forte delusione in passato”, le disse all’improvviso, “Capita di rimanere scottati, ma questo non è un motivo per smettere di vivere!”
“Cosa ne sa lei della mia vita?” si irritò tuttavia Marina. “Come si permette di darmi consigli su ciò che dovrei fare?”
“Marina, lei è una persona in gamba ma ha il difetto di voler chiudere fuori dalla sua esistenza il resto del mondo. Non si può vivere isolati. Le farebbe bene uscire e svagarsi.”
“Insieme a lei, immagino.”
“Con me o con qualcun altro, questo non ha importanza. Ciò che conta è che trovi il coraggio di uscire fuori dal suo guscio. Aver avuto delle brutte esperienze non le dà il diritto di arrendersi di fronte alla vita. E’ da vigliacchi smettere di fare esperienze per la paura di rimanere feriti o di soffrire.”
Marina ascoltò attenta, infine sbottò: “E’ facile parlare senza sapere come ci si sente, caro signor Ferri. Lei non ha idea di quello che ho passato.”
“Certo, non ho idea di cosa le sia capitato per renderla così acida. Ma se intende dire che non ho mai conosciuto la sofferenza si sbaglia. Ho perso la moglie e un figlio di soli tre anni in un incidente stradale, alcuni anni fa, e le posso assicurare che non è stato affatto facile per me. Ma, contrariamente a lei, invece di piangermi addosso ho cercato di continuare ad amare la vita. Sono sicuro che mia moglie avrebbe voluto questo da me.”
“Non deve aver contato molto per lei se adesso si mette a fare il cascamorto con me, come se niente fosse.” Le parole le uscirono di bocca così, quasi senza rendersene conto. Avrebbe voluto mordersi la lingua ma ormai il danno era fatto. Luca la guardò con un’infinita tristezza negli occhi.
“Lei mi ha frainteso, Marina. Non cercavo di fare il cascamorto con lei. Stupidamente volevo aiutarla in qualche modo. Ma forse lei non vuole essere aiutata. Continui a nascondersi al resto del mondo, si chiuda nella sua solitudine, io non cercherò più di disturbarla.” E detto ciò si voltò e uscì dall’ufficio. Rimasta sola Marina pianse lacrime amare. Quell’uomo le aveva teso una mano e lei l’aveva rifiutata. Avrebbe dovuto parlargli del dolore che la tormentava, probabilmente le sarebbe stato di aiuto sfogarsi con qualcuno, ma la sua diffidenza verso gli uomini glielo aveva impedito ed ora non le rimaneva che tornare a casa ad affrontare, sola, i suoi scheletri nell’armadio.
Continua...
Le dita correvano veloci sulla tastiera del computer. Marina sapeva bene di dover terminare il lavoro entro il giorno seguente e non voleva correre il rischio di non portarlo a termine. Teneva molto al proprio impiego. Praticamente era tutta la sua vita, forse perché, a parte quello, non c’era altro a tenerla impegnata e a dare un senso alla propria esistenza. All’età di trent’anni ancora non era sposata, né aveva intenzione di intrecciare una relazione con un uomo. Lei odiava gli uomini. Quando le sue colleghe parlavano dei propri fidanzati o dei ragazzi con cui uscivano, Marina era solita sbuffare dicendo: “Sciocchezze. Gli uomini sono tutti uguali. Non vale la pena di perdere tempo dietro a loro!” e questo suo risentimento le aveva fatto guadagnare l’antipatia delle altre impiegate insieme all’odioso soprannome di “zitella inacidita”.
Eppure non era sempre stata così. C’era stato un tempo nella sua vita in cui aveva amato con tutta se stessa un uomo, ma era un tempo che ella non voleva assolutamente ricordare. Perciò continuava a recitare la parte della scorbutica e cercava di passare inosservata agli occhi dell’universo maschile. Portava i capelli sempre raccolti dietro alla nuca, in una acconciatura decisamente fuori moda, nonostante i suoi riccioli color biondo dorato avessero un fascino tutto particolare, lasciati sciolti sulle spalle. E aveva detto addio alle gonne o ai vestitini troppo sexy per indossare dei banalissimi Jeans e maglioni troppo larghi. Era come se volesse nascondersi agli occhi del mondo, probabilmente perché non si accettava per quello che era: una donna ancora nel fiore degli anni, con un fortissimo desiderio di amare ed essere amata.
Quella sera decise di fermarsi in ufficio oltre l’orario di lavoro. Ormai le sue colleghe erano scappate via ma lei voleva assolutamente finire ciò che aveva iniziato e poi a casa nessuno l’aspettava, tranne la sua gatta.
All’improvviso Luca, il nuovo capo, rientrò, borbottando qualcosa a proposito di un cellulare dimenticato, e rimase stupito di trovarla ancora davanti al computer.
“Marina, ma non va a casa?” le chiese facendola sobbalzare per la sorpresa. Era talmente assorta nel proprio lavoro che nemmeno l’aveva sentito arrivare.
“No, signor Ferri. Devo prima finire questa pratica. Ma non si preoccupi, spegnerò tutte le luci prima di uscire.”
“Al diavolo le luci, piuttosto mi preoccupo per lei. A quest’ora dovrebbe essere con la sua famiglia.”
Marina parve irrigidirsi a quelle parole. “Non ho famiglia”, ribatté nel suo tipico tono scontroso, “E comunque non sono affari suoi.”
Luca frugò sulla propria scrivania finché non trovò il telefonino smarrito. “Ecco dov’era finito!” esclamò, mettendoselo in tasca. Poi si rivolse nuovamente alla solerte impiegata: “Coraggio, si prepari. L’accompagno a casa.”
“Ma, signor Ferri…”
“Non voglio sentire scuse. Potrebbero accusarmi di sfruttare i miei dipendenti e non ne ho alcuna voglia. Pensi se lo sapessero i sindacati!” Poi le rivolse uno smagliante sorriso a cui ella non seppe dire di no. Un attimo dopo Marina si ritrovò sull’auto del capo, senza saper cosa dire o cosa pensare. Era la prima volta dopo tanto tempo che si trovava sola con un uomo e la cosa non le piaceva affatto. Ad un tratto si ritrovò a studiarlo. Era un uomo ancora giovane, probabilmente aveva solo qualche anno più di lei, ed era affascinante, questo non si poteva negarlo. Però era proprio dagli uomini affascinanti che lei desiderava tenersi lontana.
“Perché mi sta guardando in quel modo?” le chiese lui all’improvviso, “Non avrà mica paura di me, spero!” Ella arrossì e distolse lo sguardo. Sembrava una persona gentile ma era inutile, proprio non riusciva a fidarsi di quelli come lui. E poi probabilmente era pure sposato. Lungo tutto il tragitto rispose a monosillabi alle domande che lui le porgeva e fu musona e impenetrabile come al solito. Eppure, chissà come mai, lui parve prenderla in simpatia.
“A domani, signorina Marina”, le disse non appena ebbe fermato l’auto davanti al portone di casa sua. “Mi ha fatto piacere chiacchierare un po’ con lei.”
Marina era allibita. Non era certo stata una piacevole compagnia, tutt’altro! Forse quell’uomo voleva solo prenderla in giro e questo la rese ancora più diffidente nei suoi confronti.
Continua...