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Le passioni, l'arme e l'amore...
L’alba colse Eve di sorpresa. Stava ancora crogiolandosi nel calduccio delle lenzuola quando un timido raggio di sole penetrò dai tendaggi, destandola da un sonno ristoratore. Durante la notte aveva sognato di Adam, le erano parse così vere le sue carezze che si era svegliata tutta bagnata e in preda a una forte eccitazione sessuale. Si chiese cosa le avesse fatto quell’uomo per cambiarla così. Fino al giorno prima gli unici pensieri che avevano affollato i suoi sogni erano stati la sua famiglia o il lavoro, eppure adesso tutta la sua vita girava intorno a un misterioso gentiluomo di cui sapeva solo il nome. Si vestì in fretta e corse in cucina. Immaginava di dover dare una mano a Juliette, invece le fu detto che lì lei non aveva altri compiti che quello di accontentare il padrone in tutto e che, molto probabilmente, fino a quella sera nessuno avrebbe chiesto di lei.
“Ma cosa posso fare per ingannare il tempo?” Chiese la giovane, confusa. “Una giornata è troppo lunga da far passare se si resta con le mani in mano.”
Juliette scrollò le spalle. “Io non so casa darei per poter rimanere con le mani in mano un solo giorno, quindi non lamentatevi! E poi dovete tenervi in forze per stanotte, non è così?” Eve fu colta da imbarazzo e si domandò se in realtà la cameriera non sapesse cosa fosse successo fra lei ed Adam. Ma poi si disse che non poteva essere e tornò in camera sua. Le era stato detto di non poter uscire di casa, per cui occupò il tempo ripulendo la stanza e rifacendo il letto, dopo di che si piazzò davanti alla finestra per osservare il paesaggio circostante. Aveva già impresso nella mente ogni più piccolo particolare di quel luogo, quando Juliette salì a chiamarla, con aria concitata. “Che succede?” Le chiese, trasalendo. La domestica prese fiato un istante e rispose: “Il padrone ha deciso di trasferirvi in una casa più grande e che io verrò con voi per servirvi. E’ incredibile, siete già entrata nelle sue grazie! Nessun’altra delle ragazze che sono state qui ha mai avuto questo onore!”
“Una casa più grande? E perché mai? Io mi trovo bene qui. Se solo avessi il permesso di uscire, sarebbe tutto perfetto.”
Juliette sorrise. “Vedrete che dove andremo potrete fare tutto ciò di cui avete voglia, persino andarvene in giro quando e dove vi pare. Non capite? Il padrone ha riservato per voi un trattamento speciale!”
Eve non capiva. Ancora le era sconosciuto il vero motivo della sua assunzione. Se doveva tenere compagnia ad Adam, come mai lui alloggiava altrove? E poi perché quel trasferimento improvviso? Forse nella nuova casa avrebbe avuto modo di disporre di lei in altro modo? Purtroppo non ebbe nemmeno il tempo di riflettere su tutti quei cambiamenti; radunò le sue cose in fretta e si ritrovò di nuovo sulla carrozza che l’aveva condotta fin lì.
Continua...
Era un uomo dalla statura imponente e un bel viso dallo sguardo leggermente malinconico. Le sue ricche vesti gli conferivano una certa autorità ed ella si ritrovò ad inchinarsi con grazia, mentre si presentava: “Il mio nome è Eve, monsieur.”
Egli sorrise appena. “Un bel nome per un’incantevole fanciulla.” Era anche un uomo galante, dunque! Eve arrossì per l’imbarazzo. Infine non poté evitare di chiedere: “Posso sapere il vostro nome, ora? Non mi è stato detto e non so come chiamarvi.”
L’uomo misterioso parve soppesare la domanda che gli era stata rivolta, infine, rispose: “Chiamatemi Adam. Suona bene, non credete? Adam e Eve, Adamo ed Eva.” Mentre Eve cominciava a sentirsi sempre più a disagio in sua presenza, egli versò del vino in una coppa e glielo porse. “Suvvia, bevete un goccio. Vi farà bene, mi sembrate un po’ tesa.”
Eve non aveva mai bevuto del vino, tanto più di un’ottima annata come quello, e lo trovò squisito, al punto che quando Adam le porse un’altra coppa lo buttò giù avidamente. Pareva che il suo padrone fosse divertito da quel fatto perché per la prima volta lo vide sorridere. In compenso ella cominciò ad accusare i segni di una sbornia in corso: la testa le girava vorticosamente e la mente le si fece confusa. Quando lui le tolse la coppa di mano dovette sorreggerla perché stava per inciampare e finire a terra come una pera cotta. “Forse è il caso che vi sediate un istante”, le disse lui, indicandole il letto, “Temo che il vino non vi abbia fatto troppo bene.” Non c’erano sedie in quella stanza e, sebbene lo giudicasse sconveniente, fu costretta a sedersi sul letto. Ad un tratto la situazione le parve grottesca: si trovava sola in una stanza in compagnia di un uomo e mezza ubriaca per giunta! Poi Adam le si avvicinò e le sedette accanto, accarezzandole delicatamente una guancia. Ella arrossì nuovamente e non per il vino. La presenza di quell’uomo le faceva uno strano effetto; avrebbe voluto allontanarlo, ma si sentiva come soggiogata da lui. Il cuore aveva cominciato a batterle più forte, mentre Adam si chinava sul suo collo di porcellana per deporvi un bacio che la fece rabbrividire. Le labbra di lui si spostarono sulle sue ed ella accolse quel bacio con un abbandono che non si sarebbe mai aspettata. Le loro lingue si intrecciarono in una danza sensuale che le fece perdere ogni cognizione. Nei minuti successivi si ritrovò spogliata del suo abito, quasi senza essersene resa conto.
“Siete così bella”, le sussurrò lui, accarezzandole un seno, “Sono totalmente incantato da voi, mia cara Eve.” Poi furono di nuovo baci e carezze. Eve chiuse gli occhi, mentre Adam si chinava a baciarle i capezzoli e la sua mano scendeva sul suo monte di venere, ragalandole sensazioni a lei sconosciute. Non avrebbe saputo dire quanto tempo si era soffermata in quella stanza con lui. Avevano fatto l’amore più volte, dopo di che Adam aveva richiamato Le Bel affinché la riaccompagnasse nella casa in rue Saint-Médéric. Solo dopo essere rimasta sola ed essersi fatta un buon bagno ella si rese conto di quel che era accaduto quella notte. Si era concessa a un uomo senza essere regolarmente sposata. Eppure non riusciva a provarne rimorso. Continuava a desiderare le labbra di lui sulle proprie. Per la prima volta nella sua vita si era innamorata
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Abel Poisson osservò di sbieco la sorella, intenta a farsi aria col ventaglio.
“Perché non avete spiegato a Eve, in maniera più precisa, in cosa consiste il lavoro che le avete proposto?”
La marchesa sbuffò contrariata. A volte trovava seccanti le ingerenze di suo fratello. In fondo era merito suo se aveva un’ottima posizione e un titolo nobiliare, di certo avrebbe potuto portarle maggior rispetto!
“Una vera signora non parla mai di certi argomenti. Questa è una delle cose che ho imparato a corte, mio caro.”
“Ma cosa accadrà quando quella povera ragazza …”
“Quella povera ragazza, come la definite voi, riceverà un’adeguata ricompensa”, lo interruppe irritata, “E poi avrà di certo intuito quello che intendevo proporle. Persino uno sciocco l’avrebbe capito.”
“Non Eve, cara sorella. Vi ho detto che si tratta di una fanciulla ingenua e innocente.”
“Quello che interessa a me è che sia vergine. Sapete che non possiamo permetterci di sgarrare su questo punto; se il mio amico dovesse prendersi qualche brutta malattia …” Non osò neppure terminare la frase e tornò a sventolarsi con forza il viso accaldato.
Abel sospirò impotente. Gli dispiaceva per Eve, in fondo quella ragazza gli era simpatica. Ma proprio non poteva far nulla per aiutarla.
Dopo aver indossato il vestito nuovo Eve si rimirò allo specchio. Quasi non restò senza fiato. Pareva irriconoscibile così agghindata: i lunghi capelli le erano stati acconciati dalla cameriera, che poi scoprì chiamarsi Juliette, in un’elaborata acconciatura. Inoltre, il ricco e raffinato abito le stava a pennello, sottolineando la vita sottile e la sua snella figura. Era un po’ troppo scollato, per i suoi gusti, ma non ebbe modo di lagnarsene che all’improvviso le fu ordinato di scendere al piano sottostante. Nel salone, proprio innanzi all’entrata della casa, se ne stava un uomo alto e grassoccio che la squadrò da cima a fondo con uno sguardo lascivo che non le piacque affatto. Dapprima aveva creduto si trattasse del padrone, tuttavia le fu presentato come un certo monsieur Le Bel, colui che l’avrebbe scortata al cospetto di quell’uomo tanto misterioso. Poi fu fatta salire su una carrozza in una direzione a lei sconosciuta. Solo successivamente avrebbe scoperto che si trattava della stanza di Le Bel, un mezzanino all’interno del labirinto della reggia. Eve fu condotta attraverso corridoi stretti e mal illuminati, fino a raggiungere una porta. Infine le fu ordinato di entrare all’interno e, stavolta, il fedele Le Bel non l’accompagnò. Si ritrovò in una stanza piuttosto piccola, ma arredata con gusto. Il fuoco scoppiettava dentro al caminetto, irradiando con la sua luce il modesto appartamento e conferendo all’ambiente un confortante tepore. Timidamente Eve sollevò lo sguardo e finalmente lo vide.
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Ebbe giusto il tempo di radunare le poche cose che possedeva e si ritrovò sulla carrozza della marchesa, diretta , a quanto le era stato detto, in rue Saint-Médéric. Si trattava di una zona di un quartiere periferico di Versailles, conosciuto come Parc-aux-cerfs; nome piuttosto insolito, atto a scatenare l’immaginazione della fanciulla che della cittadina aveva solo sentito parlare, non essendosi mai mossa da Parigi. L’abitazione era piuttosto modesta, fu quello che saltò subito all’occhio attento di Eve. Possibile che il gentiluomo presso cui doveva andare a servizio vivesse proprio lì? Non ebbe il coraggio di formulare la domanda, ma ben presto si rese conto che in quella casa non viveva nessuno, eccetto qualche domestico. Le fu detto che avrebbe alloggiato lì e di non muoversi assolutamente da quelle mura, fino a nuovo ordine, il che insospettì parecchio l’ignara fanciulla. Poi le fu mostrata la stanza in cui avrebbe dormito. Era pulita e ordinata, ma piuttosto spoglia. Nessun quadro alle pareti ed arredata solo di un piccolo letto, un armadio e uno scrittoio. L’unica finestra era coperta da pesanti tendaggi. Si respirava un’opprimente aria di chiuso, lì dentro, come se la finestra non venisse mai aperta. La cameriera che l’aveva accompagnata le indicò la stanza adiacente, una stanza da bagno, e le fece capire che sarebbe stato desiderio della marchesa che lei si lavasse ed indossasse un abito pulito. Eve aprì l’armadio e vi trovò un vestito fatto su misura per lei. Era stato confezionato con stoffe pregiate ed ella ebbe quasi paura a toccarlo, non essendo abituata a tessuti così raffinati. Guardò smarrita la domestica, la quale si affrettò a spiegare: “Quello è per voi, mademoiselle. Un regalo della marchesa, per darvi il suo benvenuto in questa casa.” Eve era confusa. Perché quella donna si dava tanta pena per lei? E chi era quel suo misterioso amico per cui avrebbe dovuto lavorare? Stava domandandosi se aveva fatto bene ad accettare quell’incarico quando la cameriera parlò nuovamente: “Sapete, sono felice che voi siate qui. Almeno ho qualcuno con cui parlare, è passato molto tempo da quando l’ultima ragazza è andata via.”
“Quale ragazza?” Eve trasalì per la sorpresa.
“Quella che vi ha preceduto in questo lavoro. Era una biondina molto simpatica e graziosa. Non bella come voi, tuttavia.”
“Ci sono state molte altre ragazze prima di me?”
“Abbastanza, mademoiselle.”
“E come mai hanno lasciato questo posto di lavoro? Hanno avuto problemi col padrone?”
La domestica parve riflettere un istante. Non sapeva tutti i particolari, solo discorsi captati qua e là. Sapeva però di doverne restare fuori e di non poter rivelare ad anima viva nemmeno la più piccola informazione. Però quella fanciulla le piaceva. Era diversa dalle altre che avevano portato in quella casa. Pareva timida e riservata, ma di buon temperamento. Alla fine decise che poteva anche fornirle qualche informazione.
“Non so molto in proposito. Alcune si sono sposate. Un buon matrimonio, devo dire, non hanno avuto di che lamentarsi.”
“Intendete dire che il padrone è così sfortunato che tutte le lavoranti che assume, abbandonano l’impiego per mettere su famiglia?”
La domestica scoppiò in un’allegra risata. “Già. Molto sfortunato, direi.” Poi si allontanò di fretta dalla stanza, con la scusa di avere un mare di cose da fare. Non voleva essere costretta a rivelare di più. Aveva la sensazione che quella giovane fosse del tutto all’oscuro del compito che le era stato assegnato e non voleva essere lei a spiegarglielo.
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Parigi, maggio 1755
Eve Flaubert era intenta a stendere alcune lenzuola, nella dimora di Abel Poisson, marchese di Vandières, nonché fratello della tanto discussa favorita del re. Aveva trovato posto come domestica presso di lui, così, finalmente, poteva essere di aiuto a sua madre, vedova e con cinque figli da mantenere. Era realmente soddisfatta di quell’impiego. Mentre fischiettava allegramente una canzoncina popolare, Nadine, l’aiuto cuoca, la chiamò a gran voce, distogliendola dalle proprie faccende. Aveva l’aria di chi ha molta fretta, cosa piuttosto insolita per lei così calma e tranquilla. “Che c’è?” domandò incuriosita Eve. “Il padrone ha chiesto di te”, rispose la donna, tutta trafelata, probabilmente per la corsa appena fatta. “E che mai può volere da me, monsieur Poisson? Mi sembra di non aver combinato guai da quando sono a servizio in questa casa.” Nadine scosse il capo, come a voler ribadire di non sapere nulla in proposito. “E’ arrivata in visita sua sorella”, esclamò, dopo aver ripreso fiato, “Ed il padrone ha detto che vorrebbe che fossi tu a servir loro il tè.” “Chi? Io?” La cosa le parve strana. Era solo una sguattera in quella casa, non spettava a lei ricoprire mansioni come quella. Di solito le si chiedeva di fare il bucato, pulire i pavimenti e rifare le stanze. Raramente era a stretto contatto col padrone e i suoi ospiti. Decise che l’unico modo di scoprire cosa realmente volessero da lei, fosse quello di precipitarsi al loro cospetto. Correndo, si lasciò Nadine alle spalle e si diresse in cucina, dove la cuoca l’attendeva con aria di rimprovero. Le fu indicato il vassoio che doveva portare nello studio del padrone di casa e, con mani tremanti, lo prese e si affrettò lungo il corridoio. Il cuore le batteva forte. Continuava a domandarsi come mai avessero chiesto proprio di lei. Quando entrò nella stanza monsieur Poisson e sua sorella si voltarono a guardarla. Si sentì i loro occhi addosso, quasi la stessero esaminando dalla punta dei capelli alle scarpe. Non fu una sensazione piacevole e i loro sguardi contribuirono solo ad aumentare la sua agitazione. “Niente male”, mormorò la marchesa all’improvviso. Il fratello sorrise evidentemente soddisfatto. “Che vi dicevo? Piuttosto graziosa, non trovate?” La donna le si avvicinò continuando a studiarla con attenzione. Effettivamente quella giovane era di una rara bellezza: aveva la pelle bianchissima, lunghi capelli neri ed occhi dello stesso colore. Inoltre, trasparivano dal corpetto del suo abito, curve voluttuose che avrebbero fatto impazzire qualsiasi uomo. Sempre più innervosita da quell’attento esame Eve si irrigidì. Infine la marchesa parlò: “Voglio proporvi un lavoro interessante, mademoiselle Flaubert. Ovviamente sarete pagata profumatamente, molto più di quello che ricevete da mio fratello.” La ragazza restò a fissarla allibita. Credeva di aver già trovato un ottimo impiego, non aspirava ad ottenerne uno migliore. Del resto con monsieur Poisson si trovava decisamente bene, anche se, qualche soldo in più, nella situazione in cui era, non poteva che farle piacere. “Il padrone forse non è contento di me?” Chiese, stupita da quella strana offerta. “Tutt’altro, mademoiselle. E’ talmente soddisfatto del vostro lavoro che mi ha parlato subito di voi, non appena ha saputo che cercavo una fanciulla per conto di un gentiluomo di mia conoscenza.”
“Quale gentiluomo?” La curiosità le fece dimenticare con chi stava parlando e ciò che le era stato insegnato riguardo al fatto di non rivolgersi mai al padrone e ai suoi pari senza essere interpellata. Non appena si rese conto di aver infranto quella regola si morse la lingua. Tuttavia sembrò che la marchesa non vi avesse badato. Anzi, rispose con infinita cortesia: “Purtroppo non posso rivelarvi il suo nome. Ho promesso di avere la più assoluta discrezione. Quello che vi posso assicurare è che si tratta di un uomo educato e di indiscutibile fascino. Vi troverete bene a suo servizio.”
“E quali sarebbero le mie mansioni?”
“Oh, nulla di complicato, mia cara! Dovrete solo tenere compagnia a questo mio amico.”
Eve esitò per un istante. Di sicuro non aveva i requisiti per fare la dama di compagnia a qualcuno dell’alta società. Tuttavia un lavoro del genere era sicuramente un avanzamento di carriera per lei che veniva da una famiglia umile. Senza contare che avrebbe avuto un ottimo stipendio.“Quando devo cominciare?” Fece, dopo aver riflettuto a lungo.
La marchesa sorrise.
“Al più presto, mademoiselle.”
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Versailles,aprile 1750
La marchesa de Pompadour si adagiò stancamente sul divano e si lasciò andare a un lungo sospiro. Era estremamente debilitata, sia per il male che l’affliggeva, sia per i continui sforzi che faceva per divertire il re, persona perennemente annoiata e alla ricerca di nuovi diversivi che lo distogliessero dai doveri di corte. Eppure l’aveva voluto lei. Fin da bambina aveva sognato di appartenere al sovrano di Francia e tutti non avevano fatto altro che alimentare in lei la convinzione che vi sarebbe riuscita. Avevano persino cominciato a chiamarla Reinette e quello, per anni, era stato il nomignolo affettuoso con cui si rivolgevano a lei amici e parenti. Quando si era fatta fanciulla, si era sentita più volte ripetere che era talmente bella da poter, senza sforzi, affascinare Sua Maestà. Alta, slanciata, con un viso tondo, dai lineamenti regolari, uno splendido incarnato ed occhi stupendi, anche se non grandissimi, possedeva una luce e una vivacità nello sguardo da far cadere chiunque ai suoi piedi. Raggiunta l’età da marito, si era unita in matrimonio a Charles-Guillaume Lenormant d’Etiolles ma, nonostante la loro unione fosse partita sotto i migliori auspici, l’unico su cui fin dall’adolescenza si erano concentrate tutte le sue aspettative sentimentali, il solo che si sentiva di amare, era il re di Francia. E chi avrebbe potuto darle torto? Non solo si trattava dell’uomo più potente della nazione, ma anche del più affascinante ed elegante, al punto che persino Giacomo Casanova, seduttore di gran fama, la prima volta che ella aveva incontrato il Bien Aimé, aveva asserito che non poteva non essersi innamorata di quel viso. Ella si era limitata ad arrossire, nascondendosi dietro il ventaglio, ma da quel giorno il suo cuore apparteneva irrimediabilmente al sovrano. Non si era data dunque pace finché non lo ebbe conquistato. Era solita farsi trovare sul suo cammino, quando egli andava a caccia nella foresta di Sénart, o vestita di rosa in un calesse blu, o vestita di blu in un calesse rosa; tutto pur di attirare la sua attenzione e, come ebbe modo di accorgersi presto, le sue apparizioni furono sufficientemente suggestive da allarmare la favorita di turno. A corte nessuno avrebbe scommesso su di lei, era cosa altamente improbabile che il sovrano potesse intrattenere una relazione durevole e stabile con una fanciulla appartenente alla borghesia. Tutti erano convinti che si sarebbe trattato solo di un’avventura, eppure erano già cinque anni che il loro rapporto amoroso andava avanti. Sua Maestà le aveva conferito un titolo nobiliare ed aveva posto la sua dimora nell’appartamento al di sopra del proprio, in precedenza occupato da Madame de Châteauroux, la sua prima amante dichiarata. Dal canto suo, ella si era adoperata non solo ad appagare il sovrano sessualmente, ma anche a procurargli divertimenti e distrazioni, comportamento questo che le fece meritare la sua totale devozione. Inoltre, la marchesa si era impegnata a conquistare anche le simpatie della regina, sebbene la sua estraneità alle regole imposte dall’etichetta di corte, non sempre fu apprezzata da Maria Leszcynska. Allegra, colta, curiosa, piena di risorse, la marchesa aveva imparato nei salotti parigini un’arte della conversazione che non temeva confronti e, probabilmente, fu proprio il suo lato borghese a renderla talmente affascinante agli occhi di Sua Maestà. Nel ripensare ai momenti di intimità trascorsi col sovrano, una lacrima le bagnò il viso. Non era mai stata una donna forte e in buona salute; la fragilità aveva sempre fatto parte di lei ed ora si trovava anche afflitta da problemi di natura intima che le impedivano di avere rapporti fisici con il sovrano, oltre al fatto che egli era di natura troppo impetuosa e insaziabile affinché ella potesse soddisfarlo appieno nei loro incontri amorosi. Eccitanti e afrodisiaci si erano rivelati inefficaci contro la sua frigidità, pertanto col re aveva dovuto decretare la fine dei loro rapporti sessuali. Negli ultimi tempi, nonostante il sincero affetto che egli nutriva per lei, Louis aveva cominciato a volgere la sua attenzione verso altre fanciulle, di indiscutibile fascino. Jeanne-Antoinette rabbrividì al solo pensiero. Non voleva e non poteva perderlo! Sarebbe stata disposta a rinunciare a lui da un punto di vista fisico, a concederlo ad altre donne, ma soltanto lei doveva essere la sua favorita, la sua amata. All’improvviso una folle idea le attraversò la mente, mentre stringeva fra le mani un libro del filosofo Diderot. Si trattava di una sua opera recente e alquanto scandalistica, al punto da essere stata messa al bando, dal titolo I gioielli indiscreti. Quel libro, inaspettatamente, le aveva dato la soluzione!
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Comunico ai gentili lettori di questo blog che non posso più continuare a postare il mio romanzo "Segui il tuo cuore" in quanto ho ricevuto una proposta di pubblicazione per questa mia opera.
Mi scuso con chi attendeva con ansia il seguito, ma prometto che, non appena uscirà il libro, vi informerò su come potrete acquistarlo.
Nel frattempo inizierò un altro romanzo a puntate che spero sarà di vostro gradimento e su Caffé Letterario potete trovare il mio racconto "La marchesa e i veleni".
Vi aspetto numerosi su: http://bistrotapigalle.splinder.com
Grazie a tutti