
Le passioni, l'arme e l'amore...
Jean-Paul continuava a correre in mezzo alla folla impazzita. Aveva cercato sua nipote in ogni strada e angolo della città, rischiando di essere assalito dai rivoltosi, oppure di essere scambiato per uno di loro dai gendarmi e quindi arrestato. Ad un tratto si avvicinò a un poliziotto sanguinante. Doveva essere stato ferito nella mischia.
“Scusate, sto cercando mia nipote. E’ una ragazza di circa 20 anni, bionda e con gli occhi verdi. L’avete vista per caso?”
Il gendarme parve un po’ confuso. “Non dovreste lasciare in giro una ragazza con la città in piena rivolta.”
“Lo so perfettamente. E’ scappata di casa, purtroppo. L’avete vista o no?”
Egli parve rifletterci un attimo. “Se non sbaglio ho visto una giovane che corrisponde a questa descrizione. Era stata catturata da un ribelle. Mi auguro per voi che non si tratti di vostra nipote, non so se a quest’ora sia ancora viva, quel delinquente l’ha minacciata di morte.”
“Che cosa?” Jean-Paul era impallidito di colpo. Se fosse successo qualcosa a Cath non se lo sarebbe perdonato in tutta la sua vita. “In che direzione era?” chiese, con ancora viva la speranza di ritrovarla sana e salva. Il gendarme indicò una strada in lontananza “Da quella parte, se ricordo bene.” Jean-Paul ricominciò a correre. Non aveva più fiato ma non poteva fermarsi ora.
28 Luglio 1830
Era da poco spuntata l’alba e dalla finestra dell’appartamento in rue Saint Denis filtrava la luce del sole. Catherine si riscosse dal suo sonno agitato e trovò Albert Cléry al suo fianco, intento a fissarla. “Dove mi trovo? Che è successo?” Per un attimo aveva rimosso dai suoi ricordi gli avvenimenti del giorno precedente, ma bastò il suo sorriso derisorio per rammentarle tutto.
“Oh, no. Non si è trattato di un sogno!”
“Direi proprio di no, mademoiselle. Se vuoi seguirmi sarà meglio uscire di casa ora, prima che la città si risvegli. E’ più sicuro.” Ella annuì preoccupata. Ancora non sapeva come spiegare ai suoi zii la sua dipartita da casa e tanto meno il fatto di aver trascorso la notte fuori, con uno sconosciuto. Ma questo passava in secondo piano. Sarebbe già stata un’impresa raggiungerla la casa dei suoi zii. Quando si ritrovarono in strada la situazione non sembrava affatto migliorata. Degli uomini stavano buttando dalle finestre mobili, porte, pietre e pezzi di legno. Catherine riuscì a scansare per pura fortuna una pietra che, altrimenti, l’avrebbe colpita in pieno viso.
“Ma che diamine sta succedendo qui?” domandò irritata. Albert invece si diresse subito verso quello che pareva essere un suo coetaneo e che, evidentemente, conosceva.
“Ci sono novità, Victor?” chiese a sua volta “Che accade?”
“Stiamo costruendo delle barricate. Ce n’è in tutta Parigi. E’ l’unico modo per arrestare l’avanzata delle guardie reali e dei gendarmi. Ma tu dove ti eri ficcato, piuttosto?”
“Mi sono nascosto. Avevo la polizia alle costole.”
Victor osservò la fanciulla dall’aria spaventata che era con lui e aggiunse: “E quella chi è?”
“Oh, solo una che si è persa. Le ho promesso di riportarla a casa.”
L’amico lo osservò ironico. Non credeva a una sola parola. Albert era sempre stato un dongiovanni, nulla di strano quindi che si fosse appartato con una ragazza bella e disponibile. Tuttavia non trovava quello il momento giusto per spassarsela e glielo fece notare: “Non credo che sia la giornata adatta per andarsene in giro per Parigi, amico mio. Tra poco qui ci sarà il finimondo. Sarà meglio nascondersi dietro alle barricate, piuttosto.”
“Ma io devo tornare a casa”, balbettò Catherine sempre più spaventata, “I miei zii saranno in ansia per me.”
“Beh, dovevate pensarci prima di passare la notte con questo mascalzone, mademoiselle.” E detto ciò le rivolse un sorriso malizioso.
“Ma come vi permettete?” Cath era rossa come un peperone. Si volse verso il suo accompagnatore e sibilò: “Diteglielo anche voi che tra noi non è accaduto nulla!”
“Non è il momento di fare conversazione, questo”, la rimproverò tuttavia lui, “Nascondiamoci dietro questa barricata, è più sicuro.”
Catherine fece controvoglia quello che le era stato ordinato, ma giurò a se stessa che in qualche modo gliel’avrebbe fatta pagare.
Continua...
Jean-Paul era nel suo studio intento a riflettere, quando all’improvviso sua figlia entrò nella stanza, in lacrime, seguita da Claire. Lui l’accolse fra le sue braccia, intimandole di stare tranquilla. “Ci sono qui io, ora. Non devi avere paura.” Lei gli rivolse uno sguardo preoccupato. “Mi spiace, papà. Lo so che non sarei dovuta uscire. Avevi ragione tu; Parigi in questi giorni è troppo pericolosa.” Jean-Paul la strinse più forte. “Non importa, tesoro. Ciò che conta è che tu e tua cugina stiate bene.” Un silenzio imbarazzato cadde nella stanza. Jean-Paul diede un’occhiata a Hélène e poi alla moglie che piangeva in silenzio. “Beh, cosa sono quelle facce? Dov’è Cath?” Hélène si sentiva tremendamente in colpa, ma non poteva più tacere la verità. “Lei è rimasta per strada. Ho cercato di convincerla a far ritorno a casa, ma non ne ha voluto sapere. Diceva che voleva raggiungere place de Grève a tutti i costi. Non è colpa mia, te lo giuro!” Jean-Paul si irrigidì, a quella notizia. Sua nipote era sotto la sua responsabilità, se le fosse accaduto qualcosa come l’avrebbe spiegato ai suoi genitori? In quel momento fece il suo ingresso nella stanza anche l’altro suo nipote, Armand. Doveva aver intuito che c’era qualcosa che non andava perché pareva piuttosto agitato. “Che è accaduto a mia sorella?” chiese fissando intensamente gli zii. Jean-Paul cercò di essere ottimista: “Nulla, Armand. Ha solo smarrito la strada di casa. Corro a cercarla.”
“Ma, amore…” si intromise Claire, sempre più in ansia.
“Non preoccuparti. Non mi accadrà niente di male.”
“Lasciatemi andare!”, inveì Catherine, appioppando un energico morso al suo sequestratore. Lo sconosciuto incontrato per strada l’aveva portata al terzo piano di una palazzina in rue Saint Denis, in quello che probabilmente era il suo appartamento. Si chiese, terrorizzata cosa volesse farne di lei, ma era ben decisa a non lasciar trapelare la sua paura.
“Piccola strega! Mi hai fatto male, dannazione!”
“Mi sembra il minimo, visto che mi avete rapita e mi avete persino minacciata di morte!”
“Non ti avrei fatto nulla, sciocca ragazza. Il mio era solo un tentativo di sfuggire ai gendarmi che mi stavano alle costole.”
“Se vi stavano alle costole avrete sicuramente commesso qualche crimine. Di certo il vostro posto è in prigione.”
“Cosa ne sai tu? Sei un’aristocratica viziata e piena di boria. Non capiresti mai gli ideali che animano quelli come me.”
“Ah, perché adesso tu avresti degli ideali!” Senza accorgersene era passata a dargli del tu e a rivolgersi a lui in tono più familiare. Ancora non sapeva perché si era messa a litigare con quello sconosciuto. Di certo non era prudente farlo arrabbiare, dal momento che la teneva prigioniera. Eppure non poteva fare a meno di gridargli in faccia tutta la sua rabbia.
“E comunque, per tua norma e regola, io non sono un’aristocratica. Mio zio lo è. Ma i miei genitori non possiedono alcun titolo. Sono una borghese esattamente come te.”
Lui la fissò scettico. “Solitamente i nobili si sposano con altri nobili. Com’è possibile che tuo zio abbia un titolo e i tuoi genitori no?”
Lei scrollò le spalle con noncuranza. Non ci aveva mai trovato nulla di strano nei legami della sua famiglia. “Semplice”, rispose con un sorrisino soddisfatto, “Mia nonna, pur essendo di famiglia nobile si sposò con un giornalista dalle idee rivoluzionarie. Era amico di Robespierre, da quello che mi hanno raccontato.” Adesso egli era davvero incredulo. “Che sciocchezze! Un’ aristocratica e un rivoluzionario. Mi stai prendendo in giro?”
Catherine assunse un’espressione offesa. “Niente affatto. Non sono una bugiarda.” Il giovane aveva un’aria interessata. Se quel che diceva era la verità, doveva essere una famiglia piuttosto bizzarra la sua, o, per lo meno, anticonformista.
“Ancora non mi sono presentato”, disse a un tratto continuando a studiarla attentamente, “Il mio nome è Albert Cléry. Sono studente in giurisprudenza e lotto per il riconoscimento dei diritti del popolo, contro l’assolutismo della monarchia.”
“Proprio come mio nonno, insomma!”
“Stando a quel che affermidici… direi di sì.”
“Ancora non ti fidi della mia parola, non è vero?”
Lui sorrise. “Beh, ammetterai che non è facile credere ai tuoi racconti. Comunque cercherò di fidarmi. Ma ancora non mi hai rivelato il tuo nome…”
Catherine rimase a fissarlo un istante. Era così bello il suo sorriso, quasi si sentiva attratta da quell’uomo forte e coraggioso.
“Il mio nome è Catherine Beauchamps. Mio padre era un ufficiale dell’esercito napoleonico ma sono tanti anni che ha smesso di fare il soldato, prima ancora che io nascessi.”
“E di cosa si occupa adesso?”
“Oh, abbiamo una tenuta in Camargue. Ci occupiamo di allevamento e della vendita di qualche prodotto agricolo.” Lo disse con fare annoiato, come se trovasse quell’attività estremamente ridicola.
“Tu di certo preferiresti la vita da nobile che conduce tuo zio, non è vero?” fece Albert ironico.
“E perché no? C’è qualcosa di male in questo?”
“Sì, se per avere determinati privilegi si finisce per vessare il proprio popolo e privarlo di una libertà primaria, come quella di stampa, per esempio.”
“Io non ho vessato proprio nessuno”, rispose tuttavia lei con un broncio infantile. “E adesso vorrei che mi lasciassi libera di tornarmene a casa, monsieur Cléry.”
“Oh, ma sei liberissima di uscire di qui quando vuoi”, fece egli ironico, “Se non hai paura di trovarti nel bel mezzo di una rivolta!”
“E cosa dovrei fare, secondo te?”
“Aspettare che le cose si calmino. Ti accompagnerò io stesso a casa, domani. Ma per il momento mi conviene rimanermene nascosto qui dentro. E’ pieno di gendarmi là fuori, potrebbero riconoscermi.”
“Che cosa?” Catherine era allibita. “Dovrei rimanere qui con te tutta la notte?”
“Non preoccuparti, mademoiselle. Non attenterò alla tua virtù. Sono un uomo d’onore io.” Lo disse con un ghigno divertito e Cath si chiese se potesse davvero fidarsi. Purtroppo non c’erano altre alternative, tuttavia.
Continua...
Hélène si aggrappò piagnucolante al braccio della cugina. “Voglio tornare a casa!”, fece in tono di supplica, “Papà aveva ragione, non c’è una bella aria a Parigi oggi. Non vedi quanti soldati in giro per la città? Per non parlare dei gendarmi!” Catherine se la scrollò di dosso con impazienza. “Suvvia Hélène, finora non è accaduto proprio nulla. E’ vero le strade sono sorvegliate molto più degli altri giorni, ma hai sentito uno sparo forse? Hai visto qualche scontro? Non succederà nulla, vedrai, e poi io voglio raggiungere place de Grève.”
“Tu sei pazza!” Si ribellò la ragazzina, intimorita. Aveva visto dei rivoltosi lanciare giornali e volantini dalle finestre di un edificio e una folla di persone se ne era impadronita per poi diffonderli per la città. Non le piaceva tutto questo. Aveva solo tredici anni, ma non era affatto stupida. Sua cugina invece sembrava davvero incosciente. “Me ne torno a casa da sola, allora!” Le disse, sperando infine di convincerla. Ma Catherine era più cocciuta di un mulo. “Fai pure, stupida ragazzina”, le disse irritata, “Vai a piangere da mamma e papà!” In realtà lei trovava emozionante tutto ciò. Da bambina, quando le raccontavano della rivoluzione e le avventure vissute dai suoi nonni, restava affascinata da quelle storie. Avrebbe dato qualsiasi cosa per viverle di persona, almeno una volta. Guardò Hélène allontanarsi con un misto di compassione e derisione nei suoi occhi. Quella ragazzina non aveva il minimo coraggio. Di certo non aveva ereditato nulla da Philippe e Julie. Mentre riprendeva il suo cammino, tuttavia, udì delle urla concitate e sentì alcuni spari in lontananza. Si arrestò nuovamente per cercare di capire da dove provenissero e cosa fosse accaduto, quando qualcuno, che correva verso la sua direzione, la spintonò. “Ehi tu”, lo apostrofò spazientita, “Per poco non mi facevi cadere. Ti sembra il modo di comportarti con una signora? Almeno potresti chiedere scusa!” Il giovane si fermò all’istante e la squadrò con una gelida occhiata. “Una signora”, e sulla parola signora si soffermò in tono sarcastico, “Non dovrebbe circolare a Parigi in una giornata come questa. Perché non andate a chiudervi in casa come il resto della nobiltà parigina?”
“Come fate a sapere che sono nobile?” Rispose lei, non trovando nient’altro di abbastanza interessante da dire. Quel giovane la confondeva. Lo trovava decisamente irritante, ma aveva, allo stesso tempo, un fascino che la ipnotizzava. Lui sogghignò. “Si vede dalla vostra aria altezzosa, mademoiselle.”
“Non sono affatto altezzosa! E voi siete un perfetto maleducato, monsieur.”
Ad un tratto si udirono altri spari, più vicini stavolta, e dei gendarmi si affrettarono verso di loro. All’istante il giovane afferrò Catherine e gridò ad uno dei poliziotti: “State lontani altrimenti farò del male a questa aristocratica.”
“Lasciatemi!”, fece lei terrorizzata, “Come osate?”
“Zitta.” Sibilò lui. “Non pronunciate un’altra parola o vi colpisco con questa” e, detto ciò, mostrò ai presenti una pietra. Avrebbe potuto ucciderla, se avesse voluto, e questo spaventò a morte Catherine e spiazzò le forze dell’ordine. Poi si udirono altre grida e il giovane rivoltoso approfittò della momentanea distrazione dei gendarmi per riprendere a correre, trascinandosi dietro il suo ostaggio.
Jean-Paul Delatouche - duca de Soissons da quando aveva ereditato titolo e possedimenti, alla morte del suo anziano zio - fece ritorno a casa dopo una mattinata difficile. Alle Tuileries c’era un’insolita agitazione. La famiglia reale aveva abbandonato il palazzo per andarsi a rifugiare nel castello di Rambouillet, poco distante da Parigi. Si temevano degli scontri armati da parte del popolo, poiché il sovrano si rifiutava di concedere loro le riforme promesse e Jean-Paul era visibilmente preoccupato. Essendo stato educato in un clima di libertà, uguaglianza e fraternità dal padre, ex rivoluzionario, comprendeva bene l’animosità del popolo che si sentiva preso in giro. Al tempo stesso, però, apparteneva a una famiglia nobile e vantava amicizie nell’alta società parigina. Inoltre aveva dato la sua fedeltà al re e alla sua famiglia e lui era un uomo d’onore, non tradiva mai la parola data. Più che mai si sentiva attanagliato da sentimenti contrastanti e detestava non riuscire a prendere una decisione. O col re o contro di lui. Facile a dirsi ma non a farsi. Per fortuna sapeva di avere la propria famiglia a sostenerlo. Proprio mentre pensava alle persone che amava, sua moglie Claire gli andò incontro con un’espressione preoccupata. “Oh, tesoro, meno male sei qui. Non riesco più a trovare Hélène e Cath. Temo proprio che siano uscite di casa.”
“Come?” Sbottò Jean-Paul, incredulo. “Avevo proibito loro di allontanarsi da qui. Ne sei proprio sicura?” Claire trattenne le lacrime. Era sinceramente in ansia per la figlia e la nipote. Aveva sentito dire che nelle strade di Parigi c’era parecchia confusione. Forse si stava preparando una rivolta. “Le ho cercate dappertutto. Non so proprio che fare.”
Il marito si oscurò in viso. Maledizione, questa non ci voleva proprio!
“E Armand dov’è? Si trova con loro?”
Armand era il fratello minore di Catherine. I genitori lo avevano mandato con lei a Parigi, per non farle fare quel lungo viaggio da sola. Di solito si trattava di un ragazzo obbediente e assennato ma, a volte, si lasciava trasportare dall’irresponsabile sorella. Jean-Paul si augurò che non fosse quello il caso.
“No, tesoro. Lui per fortuna è rimasto a casa. E’ in cucina con la cuoca che gli sta preparando dei deliziosi dolcetti allo zenzero.”
Il duca fece un sospiro di sollievo. Almeno lui era sano e salvo.
Continua...
Albert Cléry afferrò una copia del quotidiano National e si rivolse ai suoi compagni con sdegno: “Il re vuole mettere a tacere la stampa. Adesso non siamo più liberi neppure di scrivere su un giornale. Quando la monarchia ha fatto ritorno sul trono, dopo la rivoluzione, ha promesso numerosi cambiamenti, riforme. Eccole qui le sue riforme! Nulla è cambiato dai tempi dell’Ancien Regime, ve lo dico io!” Uno dei giovani intellettuali che lo ascoltavano si animò della sua stessa indignazione. “Noi non gli permetteremo di toglierci la libertà di stampa!” Disse in tono deciso. “I nostri padri si sono battuti contro il Regime Assoluto e alcuni di loro hanno dato la vita per questa giusta causa. Noi non saremo da meno.” Albert sorrise all’amico. Lui e Victor si erano iscritti insieme alla facoltà di giurisprudenza e condividevano gli stessi ideali. Volevano una Francia libera dall’assolutismo del re, un paese in cui poter esprimere le proprie idee senza timore. Volevano delle riforme, come già in altri stati d’Europa, era accaduto. E se non avessero potuto ottenere tutto questo pacificamente, allora sarebbero passati alla lotta. Niente li avrebbe fermati. “Victor ha ragione”, disse concitatamente, “Nelle sedi dei più importanti giornali cittadini gli editori si sono già ribellati. Stamattina dalle finestre del National e del Temps sono stati gettati dei quotidiani, freschi di stampa, su cui non è stata adoperata alcuna censura. Sono stati immediatamente diffusi per le vie di Parigi, nonostante la polizia abbia tentato di impedirlo. La lotta è cominciata. Ormai non possiamo più tirarci indietro.” Il suo discorso fu accolto da grida e da applausi. Tutti loro desideravano la libertà ed erano a un passo dall’ottenerla.
Parigi, 27 luglio 1830
La città era immersa nella calura estiva. Nessuna nuvola all’orizzonte preannunciava l’arrivo del tanto atteso refrigerio di un temporale estivo e Catherine Beauchamps cercava un po’ di sollievo, agitando con foga il proprio ventaglio.
“Sono terribilmente annoiata”, confessò alla cugina che, come lei, era afflitta dal caldo. “Mi immaginavo questo mio soggiorno nella capitale ben diverso!”
Hélène allungò una mano verso il bicchiere di limonata fresca, posato sul tavolino accanto a lei, e sospirò delusa. “Hai proprio ragione ma, del resto, con questo caldo soffocante cosa potremmo fare? E poi la città è in fermento, a quanto dice mio padre. Non è sicuro passeggiare per le vie di Parigi in questi giorni di agitazione.”
“Sciocchezze!” Catherine aveva parlato con rabbia. Mal sopportava quella forzata prigionia. Avrebbe voluto uscire, respirare l’aria parigina, visitare i mercati e i negozietti della capitale; ma per suo zio Jean-Paul in ogni angolo si annidava un pericolo, era davvero assurdo! In fondo non era più una bambina, aveva 20 anni compiuti e tanta voglia di divertirsi. Possibile che nessuno lo capisse? Era riuscita ad ottenere dai suoi genitori, non senza sforzi, il permesso di andare a trovare gli zii a Parigi. Loro non avevano potuto accompagnarla perché troppo presi dalla gestione della loro tenuta in Camargue. Si erano trasferiti nei pressi di Port St-Louis, quando lei era appena una bambina e, da allora, conducevano un’esistenza piuttosto ritirata. Lei, tuttavia, si sentiva affascinata dalla vita mondana delle grandi città, dalle feste, i ricevimenti e tutte le comodità che poteva offrire una capitale alla moda, come quella francese. Non ne poteva più della vita noiosa di quella piccola cittadina del sud-est della Francia e aveva sperato che la sua permanenza a Parigi le avrebbe regalato emozionanti novità. Invece si era ritrovata chiusa fra quelle quattro mura, perché la città era in fermento e alcuni stupidi idealisti pensavano di ribellarsi al re, in nome della libertà.
Hélène terminò di sorseggiare la sua bibita e si fece, a sua volta, aria col ventaglio. Anche lei era un po’ stanca di quella situazione. Si chiedeva se fosse realmente così pericoloso uscire a prendere una boccata d’aria. L’irrequietezza dei suoi tredici anni le suggeriva di non dare ascolto ai suggerimenti del suo apprensivo padre e di cercare piuttosto un po’ di svago, insieme alla cugina, fuori da quella casa opprimente. Ad un tratto le due ragazze si scambiarono un’occhiata di intesa. “Credo proprio che andrò a fare una passeggiata”, fece la maggiore, alzandosi dalla poltrona su cui era comodamente seduta. “Tu che fai? Vieni con me oppure resti qui a crogiolarti in questa noia mortale?” Hélène si alzò in piedi all’istante. “Vengo con te, naturalmente!” Del resto, cosa le poteva succedere se con lei c’era sua cugina, pronta a difenderla?
Continua...
Avvincente, romantico, sensuale, intrigante, storicamente comprovato, divertente e... che altro dire? Romanzo sentimentale niente male questo esordio di Laura Gay che intreccia più storie in una e ci riesce in maniera ottimale. Non è facile sviluppare più trame in un romanzo solo, abitualmente le situazioni che ruotano intorno a quella principale sono secondarie, qui invece sono talmente legate tra loro che ne creano una enorme ed interessante. Lo stile è volutamente un po' arcarico, come se la voce narrante venisse dal secolo in cui si svolge la storia. L'ambientazione è ottima, trascina il lettore in quei tempi e lo rende quasi protagonista degli accadimenti che si succedono senza cessa, sino all'ultima pagina con un finale che incuriosisce e rallenta il lieto fine senza distorcerlo. I personaggi sono piacevoli, mentre i protagonisti si staccano nella rettitudine e nell'amore che li caratterizza facendone degli eroi. Charlotte (l'eroina) cresce ed è piacevole notare come l'autrice riesca a farne una donna partendo da una bambina o poco più. Cresce anche Edmond (l'eroe), giovane ufficiale all'inizio, zelante e ligio e uomo ironico e sottile alla fine. Nel complesso mi ha appassionato, l'ho letto con molto fervore nella curiosità di vedere che accade. Molto toccante la tragedia inserita che non menziono per non rovinare la sorpresa, ma la descrizione e le motivazioni che la causano sono strazianti, commoventi. Degna di nota anche l'assenza di volgarità espressa, le scene d'amore sono intense senza turbare o scatenare morbosità, spicca l'equilibrio di chi scrive.
Unico neo che non voglio nascondere, troppo veloce in alcuni punti, come se l'ansia di procedere avesse preso la scrittrice nel timore di perdere un'idea.
Ovviamente consigliato alle donne, ma non è da escludere neppure per un uomo romantico che ama conoscere l'universo femminile ed i suoi risvolti che poi non sono così impossibili da capire.