
Le passioni, l'arme e l'amore...
Rientrò a casa con un’espressione corrucciata. Fino a quel momento non si era mai sentita così umiliata. Di solito aveva un sacco di spasimanti attorno che si contendevano la sua vicinanza e, col tempo, si era convinta di essere irresistibile. Solo ora cominciava a dubitarne e tutta la sua sicurezza era svanita come neve al sole. Ma perché proprio la persona che desiderava con tutta se stessa non la guardava neanche? Preferiva perdere il suo tempo a parlare di strategie militari con un ragazzino, piuttosto che dedicarle un po’ di attenzione. Ancora non aveva utilizzato tutte le sue armi, però. Finora non gli aveva fatto capire di sentirsi attratta da lui, troppo orgogliosa per ammetterlo, forse anche con se stessa. Era sempre stata abituata a farsi corteggiare e mai aveva preso l’iniziativa. Ma questa volta era diverso. Questa volta avrebbe giocato ogni carta disponibile pur di vincere la partita. Corse in camera sua e si chiuse dentro a riflettere. Poi prese della carta da lettere, posata sullo scrittoio. Intinse la penna nell’inchiostro e cominciò a scrivere. Forse una lettera d’amore lo avrebbe commosso. Aveva scritto appena poche righe e ci ripensò. La stracciò in mille pezzi e depose la penna. No, quelle erano cose da ragazzine. L’avrebbe derisa e forse anche disprezzata. Doveva andare nella tana del lupo se voleva sorprenderlo. Sì, avrebbe agito così. Un sorriso di trionfo le illuminò il viso e, decisamente di buonumore, scese in sala da pranzo dove l’intera famiglia l’attendeva.
“Abbiamo bisogno di un tipografo di fiducia”, fece Victor pensieroso, “Nessuno pubblicherebbe dei volantini così compromettenti, come quelli che vogliamo diffondere.”
Albert prese un pezzo di pane dalla tavola imbandita e sorrise, incurante delle preoccupazioni dell’amico. “Lo troveremo, Victor. Non temere.”
“Non riesco a capire come tu riesca ad essere sempre così sicuro di te. O hai qualche aggancio che non conosco o sei incredibilmente incosciente!” Il sorriso del giovane si tramutò in una repentina risata. “Probabilmente la seconda che hai detto”, asserì divertito, “Ma finora le cose non mi sono mai andate male, no? Abbiamo organizzato una sommossa per togliere di mezzo quello smidollato del sovrano e ci siamo riusciti. Adesso voglio di più. Adesso voglio la monarchia fuori dal trono di Francia. E’ un progetto ambizioso, lo so, ma già prima di noi c’è chi è riuscito a realizzarlo, no?”
“A volte mi chiedo se tu non sia un po’ folle”, gli fece tuttavia notare Victor, “Hai mai pensato ai rischi? Sai che se riescono a risalire a noi verremo imprigionati come ribelli, o peggio, come sovversivi?”
“Anche se fosse non ho nulla da perdere”, rispose egli in un tono sinistro, “Non ho più famiglia. I miei genitori sono morti entrambi, lasciandomi erede di un discreto patrimonio che mi ha permesso di mantenermi e pagarmi gli studi. Sono completamente solo. Non ho moglie e nessuno aspetta il mio ritorno a casa. Come vedi posso correre il rischio.”
“E quella ragazza che era con te il giorno della rivolta?” Victor aveva parlato quasi senza rendersene conto. Di solito l’amico gli raccontava tutte le sue conquiste, ma su quella fanciulla aveva tenuto il più totale riserbo. Ammetteva di essere terribilmente curioso a riguardo.
“Chi? Catherine Beauchamps? Sì, devo ammettere che è un bel bocconcino, ma mi ci vedi con una come lei? E’ la nipote di un duca, sedurla sì che sarebbe un problema!”
Victor annuì con un sorrisino. “Beh, devo ammettere che un po’ di sale in zucca ti è rimasto, amico mio.”
Continua...
Quando si ritrovò in strada Catherine aveva un diavolo per capello. Si era aspettata quell’incontro assai diverso. Eppure, nonostante la collera, aveva trovato Albert decisamente affascinante. Forse ancor più dell’ultima volta che lo aveva visto. Tutto d’un tratto capì una cosa. Quell’uomo doveva essere suo. Non le importava come fare per conquistarlo, pur di raggiungere lo scopo. Del resto amava le sfide. In questo somigliava molto a sua madre e a nonna Julie. Mentre pensava al da farsi, Hélène piagnucolò: “Perché mi hai portata in quella casa? Quell’uomo non mi piace. E’ stato molto maleducato.”
“Oh, sciocchezze. Questo è perché tu sei abituata a frequentare damerini dell’alta società, tutti incipriati! Albert è un vero uomo.” Lo disse con orgoglio, ma la cugina non parve assai convinta. “Promettimi che non andrai più da lui o lo dirò a papà.” Catherine sbuffò contrariata. Certe volte quella ragazzina era davvero odiosa. Di certo i suoi genitori l’avevano viziata troppo. Beh, non c’era da stupirsi visto che era la loro unica figlia ed avevano faticato parecchio per concepirla. Per questo la tenevano sotto una campana di vetro. “D’accordo, te lo prometto.” Fece infine riluttante. Non era necessario che sua cugina fosse informata dei suoi progetti a riguardo e un innocente bugia si poteva anche dire, di tanto in tanto.
Rivide Albert due giorni dopo. Era uscita con suo fratello che non faceva che tempestarla di domande sulla sommossa. Armand era affascinato dalle guerre e le lotte di qualsiasi tipo. Nel sangue doveva avere lo stesso istinto militaresco del padre, sebbene né Edmond, né la madre lo avessero mai incoraggiato in questa sua inclinazione. Charlotte era una donna un po’ apprensiva e sperava che entrambi i suoi figli, una volta adulti, avrebbero preferito una vita tranquilla in campagna, piuttosto che affrontare i mille pericoli di una città come Parigi. Lei stessa aveva convinto il marito a trasferirsi in Camargue dopo il loro matrimonio. Così avevano comprato della terra e si erano costruiti una casa nel verde per poi avviare una modesta attività agricola. Non erano ricchi, ma avevano a sufficienza per vivere dignitosamente. A nessuno dei due figli, tuttavia, faceva gola quel tipo di vita. A loro piacevano le avventure, non la monotonia di un piccolo paese di provincia. Dopo l’ennesima domanda sulla rivolta a Catherine venne un’idea. “Ti piacerebbe vedere il posto dove mi sono barricata insieme ai ribelli?” Ricordava perfettamente che non era distante dall’appartamento di monsieur Cléry e, se aveva fortuna, avrebbe potuto incontrarlo casualmente. Gli occhi di Armand si illuminarono. “Oh, sì. Mi piacerebbe eccome!”
“Però non devi farne parola con lo zio, d’accordo?”
“Sarò muto come un pesce.”
Fu così che si avventurarono in direzione di Porta Saint Denis. Evidentemente doveva essere il suo giorno fortunato perché Albert stava percorrendo la stessa strada, in direzione opposta.
“Oh, ma chi si vede!” esclamò accennando un saluto alla giovane donna. “Lo devo ritenere un incontro casuale?”
Catherine arrossì e si nascose dietro il ventaglio. Non le capitava spesso di sentirsi in imbarazzo per qualcosa, ma quell’uomo aveva il potere di confonderla. “Che intendi dire?” rispose, fingendosi stupita.
“Mi stavo chiedendo se per caso tu non mi stia seguendo. Ormai ti incontro da qualsiasi parte!”
“Oh, non montarti la testa. Sono da queste parti perché mio fratello mi ha chiesto di fargli vedere il punto in cui mi sono ritrovata coinvolta nella sommossa.”
“Mia sorella dice la verità”, si intromise dunque Armand, “Sono stato io a voler venire qui.”
Catherine sorrise soddisfatta e si volse a guardare Albert, con aria di trionfo. Egli invece scrutò il ragazzino con curiosità. “E così tu saresti il fratello di questa ragazza terribile!” Armand rise e annuì, divertito. Quell’uomo gli piaceva. Era molto simpatico. “Beh, il mio nome è Albert e, ahimé, sono stato io a trascinare tua sorella nella rivolta, anche se non era certo mia intenzione. Purtroppo non potevo mica lasciarla vagare da sola per la città in un momento come quello.”
Il ragazzino ora era letteralmente affascinato. “Dunque voi siete un ribelle! Avete combattuto contro le guardie del re quel giorno?”
“Sissignore. Ero uno dei capi dei rivoltosi.”
“Oh, che bellezza! Avete usato una tattica incredibile per sconfiggere i soldati.”
“Devo dedurne che sei un nostro sostenitore?”
Catherine rise divertita. “Certo che no. Armand è solo affascinato dai combattimenti.”
“Allora ti racconterò per filo e per segno com’è andata la battaglia.”
Il ragazzino pendeva letteralmente dalle sue labbra e Albert cominciò a fargli un resoconto completo di quelle tre giornate. Fece la strada con loro per un bel pezzo, poi si ricordò che aveva promesso al suo amico Victor di pranzare con lui. Avevano alcune cose da discutere.
“I miei omaggi, mademoiselle”, disse rivolto a Catherine, “E’ stato un vero piacere chiacchierare con tuo fratello e godere della vostra compagnia.” Lei lo guardò allontanarsi con lieve disappunto. Praticamente aveva dedicato tutta la sua attenzione ad Armand. E lei? Era davvero così insignificante ai suoi occhi?
Continua...
Albert Cléry si stupì di sentir bussare alla porta a quell’ora. Di solito non riceveva visite mattutine. Si infilò velocemente una camicia, visto che d’estate era solito restare a torso nudo, e si diresse verso la porta. Nell’aprire si ritrovò a fissare due fanciulle, nei loro abiti eleganti, all’ultima moda. Una delle due era Catherine Beauchamps. “Che diamine ci fai tu qui?” Fu la sua esclamazione sorpresa. Lei si accigliò. “Ti sembra il modo di accogliere un’ospite? Dovrebbero insegnarti un po’ d’educazione!” Il tono indispettito di lei lo fece sorridere. Poi il suo sguardo andò alla sua accompagnatrice che era poco più di una bambina, ai suoi occhi. “Questa è mia cugina Hélène”, precisò l’inaspettata visitatrice, “Mi ha accompagnata perché sarebbe stato troppo compromettente venirti a trovare da sola. Ma non ci fai neanche entrare?” Albert fece un inchino beffardo e le lasciò passare. “A che cosa devo l’onore di questa visita, mesdames?” Hélène lo scrutò, timorosa. Ancora non capiva perché la cugina avesse insistito tanto per andare a trovare quell’uomo che a lei pareva decisamente maleducato e trasandato. Non si era neppure infilato la camicia nei pantaloni e aveva l’aria di essersi appena finito di vestire. Catherine ignorò l’occhiata supplicante di Hélène, che sembrava volerle dire di tornare a casa immediatamente, e rispose: “Volevo solo accertarmi che tu ti fossi rimesso in sesto. L’ultima volta che ti ho visto sembravi in fin di vita.” L’uomo irruppe in un’allegra risata. “Sono stato solo ferito a una spalla”, precisò, “Ci vuole sicuramente ben altro per spedirmi all’inferno. Comunque sto molto meglio, grazie.” Albert fece segno a Catherine e alla ragazzina, che l’accompagnava, di accomodarsi su un paio di sedie. Casa sua era molto modesta e, ahimé, parecchio disordinata. Purtroppo non possedeva un salotto per le visite, per cui avrebbero dovuto accontentarsi della cucina. Notò l’aria disorientata di Hélène e gli venne di nuovo da sorridere. Doveva essere la prima volta che quella fanciulla dell’alta società metteva piede in un posto del genere. “Non preoccupatevi, mademoiselle”, le disse in tono canzonatorio, “Non sono un orco e non vi mangerò di certo.” Hélène arrossì a disagio e Catherine si scusò a nome suo: “Mia cugina è molto timida e riservata, mio caro Albert.”
“Sì, l’ho notato. Ma dimmi, come te la sei cavata, poi, con tuo zio? Ti ha preso a sculaccioni?”
Lei gli rivolse uno sguardo irritato. “Certo che no! Si è limitato a chiudermi in camera mia per una settimana.”
“Oh, che cosa orribile!” Il tono beffardo di lui le stava facendo perdere la pazienza.
“Come minimo dovresti mostrarti un po’ più dispiaciuto. In fondo è anche colpa tua se mi sono trovata in questa situazione incresciosa.”
“Situazione incresciosa? Dei moti rivoluzionari tu li chiami una situazione incresciosa?” Quella ragazza lo divertiva infinitamente. E adorava stuzzicarla. Quando si arrabbiava diventava tutta rossa e la trovava decisamente deliziosa. Lei si schiarì la voce, visibilmente a disagio. Non le piaceva essere trattata come una ragazzina. “Adesso non cambiare argomento!”
“Non sono stato io a scappare di casa nel giorno meno opportuno, mademoiselle.”
“Non sono scappata di casa. Sono semplicemente uscita a fare una passeggiata.”
Hélène ascoltò il loro battibecco in silenzio. Poi tirò una manica del vestito della cugina.
“Che c’è? Che vuoi?” Le domandò Catherine spazientita.
“Forse dovremmo andare…” lo disse quasi timorosa. Di certo non voleva che sfogasse la sua collera su di lei. La conosceva anche fin troppo bene e sapeva che era capace di qualsiasi cosa, quando era arrabbiata.
“Ecco sì”, fece Albert sempre più divertito, “Mi sembra un’ottima idea. Non vorrei mai che per causa mia foste costrette a trascorrere un’altra settimana chiuse in camera.”
“Sei davvero impertinente!”, sbottò lei furiosa, “E non ti preoccupare. Ce ne andiamo immediatamente.” Lui le osservò raggiungere la porta e uscire, poi si abbandonò a una risata liberatoria. Non si era mai divertito tanto in vita sua. Non voleva ammetterlo però quella Catherine gli piaceva proprio.
Continua...
Ringrazio vivamente MissGabrielle: http://booksofclaire.splinder.com ; Beba70: http://beba70.splinder.com e Paige79: http://myplace2007.splinder.com per avermi conferito questo premio.
Con questo riconoscimento desidero premiare tutti quei blog che si sono distinti per aver dato un messaggio di dolcezza e/o amore:amore e dolcezza in generale.
Come d’obbligo riporto il regolamento:
And the winners are: tutti i blog che sono fra i miei preferiti (così non dimentico nessuno)
Saluti a tutti
6 agosto 1830
Catherine era raggiante di felicità. Finalmente la sua segregazione in casa era terminata e le era stato concesso il permesso di andare con Hélène al mercato. La vita parigina era tornata alla normalità e non c’era nessun pericolo che potesse accadere loro qualcosa. Tuttavia nella mente della giovane si stava facendo strada un progetto che, molto probabilmente, non sarebbe stato approvato da suo zio Jean-Paul. “Mi accompagneresti in un posto?” chiese alla cugina, mentre camminavano per le vie della città. Non erano poi così distanti da rue Saint Denis e la voglia di rivedere Albert la sopraffece. “Quale posto?” si insospettì Hélène. Si era già cacciata in un bel guaio per aver seguito la cugina il giorno dell’inizio dei moti rivoluzionari e non aveva intenzione di subire altre ramanzine a causa sua. Catherine finse un’aria innocente. Faceva sempre così quando voleva convincere qualcuno e, di solito, la sua tattica funzionava. “Oh, a casa di un amico. Voglio solo accertarmi che stia bene, tutto qui.”
“Un amico?” Hélène la fissò con gli occhi sgranati “Vuoi che andiamo da sole in casa di un uomo?”
Catherine parve spazientirsi. “Oh, suvvia. Mica ci mangerà. Di che hai paura?”
“Ma, Cath, non sta affatto bene. Papà dice che…”
“Devi per forza fare tutto ciò che ti dice tuo padre? Avanti, cresci una volta tanto! Non c’è assolutamente niente di male in quello che voglio fare. O forse preferisci lasciarmi andare da sola? Questo sì che sarebbe compromettente.”
Hélène ragionò un attimo sulla situazione. Conoscendo la cugina, sapeva che non si sarebbe arresa di fronte a un suo rifiuto. Sarebbe andata ugualmente anche senza di lei e, così facendo, si sarebbe rovinata la reputazione. Del resto non era cosa nuova per le ragazze della loro famiglia. Nonna Julie era stata l’amante di un nobile, prima di andare a vivere con il nonno che, solo successivamente, aveva sposato. Mentre Charlotte, la madre di Catherine, si era concessa a un soldato all’età di appena quindici anni. Era stato così che aveva concepito la figlia maggiore ed era trascorso diverso tempo, prima che regolarizzasse la sua situazione, sposando il padre di Cath. Eh, sì. Di scandali ce ne erano stati già abbastanza e non era proprio il caso che incoraggiasse sua cugina a commetterne un altro. “D’accordo. Ti accompagnerò. Ma devi promettermi che non ci fermeremo molto.” Catherine annuì felice. “Non preoccuparti, cuginetta. Sarà una visita assai breve.” In fondo per lei ciò che contava era vederlo e specchiarsi ancora una volta nei suoi occhi.
Continua...
Victor Maugras osservò l’amico alzarsi dal letto con passo malfermo e disse allegramente: “Ce l’abbiamo fatta, Albert! Il re ha abdicato in favore di Louis Philippe d’Orleans. Abbiamo ottenuto quel che volevamo.” Lui fece una smorfia di dolore. La spalla ancora gli doleva, sebbene la febbre gli fosse passata e potesse ritenersi in via di guarigione. “Ne sei proprio sicuro, Victor? Pensi davvero che cambierà qualcosa? E’ solo una sostituzione. Un re al posto di un altro.”
“Che vuoi dire? Louis Philippe è diverso. Lui è favorevole alle riforme.”
“Ma è pur sempre un sovrano!” Albert parve animarsi. Da un po’ di tempo aveva cominciato a pensare che le riforme non fossero la soluzione giusta per il proprio Paese. D’un tratto si era reso conto di nutrire velleità repubblicane e lo confessò all’amico: “Il mio sogno è riuscire a restaurare la Repubblica. Allora sì che ci sarebbe la democrazia che abbiamo sempre sognato. La vera libertà.” Victor aggrottò la fronte perplesso. “La Repubblica? Come ai tempi di Robespierre?”
“Esatto, amico.”
“Ma tu hai visto com’è finita? Tutta la violenza che ne è scaturita, il sangue versato; alla fine si uccidevano fra loro solo per un esiguo sospetto. Mio padre si ricorda di quel periodo, lo chiamavano il terrore.”
“Restaurare la Repubblica non significa incorrere nei medesimi errori, Victor.”
“Ma secondo te è possibile che un Paese possa essere governato da più uomini invece che da uno solo? Anche la Repubblica di Robespierre e degli altri rivoluzionari alla fine si è trasformata in dittatura. O hai dimenticato Napoleone ed il potere di cui si è investito? Non era poi tanto diverso da un monarca.”
“Ma perché non fai che guardare al passato, Victor? Io sto parlando di una nuova Repubblica. Costruita da persone come te e come me. Intellettuali che non si lasceranno prendere la mano dalla violenza, ma governeranno negli interessi della Nazione. Io penso che tutto questo sia possibile se continuiamo la nostra lotta.”
L’amico parve soppesare le sue parole. In fondo poteva non aver tutti i torti. Per quanto fosse più liberale Louis Philippe era pur sempre un sovrano. E, per quante riforme potesse concedere, sotto il suo governo non ci sarebbe mai stata la vera democrazia. Un pensiero si fece largo nella sua mente: lui e Albert potevano cambiare la storia. Insieme avrebbero potuto farlo.
Continua...
2 agosto 1830
Catherine sentì bussare alla porta della sua stanza e si sorprese. Da quando era in punizione, non riceveva visite. Le erano state vietate. “Chi è?” chiese in tono irritato. Sperava non si trattasse di sua cugina. Non sopportava tutte le sue domande riguardo all’avventura che aveva vissuto. Non era l’eroina di un romanzo e detestava l’idea che Hélène la considerasse tale. Per fortuna si trattava solo di Justine, la cameriera. “Vostra zia vi prega di scendere nel salone”, disse timidamente, “Avete visite.”
“Non posso ricevere visite. Sono in punizione.”
“Oh, ma vostra zia dice che potete fare un eccezione. Si tratta del barone de Montyon.”
Catherine si alzò di scatto dal letto ed aprì la porta. “Roland è qui?” Aveva conosciuto il giovane barone l’estate precedente, durante il suo soggiorno dagli zii, a un ricevimento. Sapeva di aver fatto colpo su di lui e si era divertita a lasciarsi corteggiare, sebbene per lui non provasse nulla di più di una affettuosa amicizia. Le pareva così strano che adesso fosse venuto a farle visita. Comunque era pur sempre una distrazione alla noia mortale della sua reclusione e, se zia Claire aveva dato il suo permesso, perché non approfittarne? Si diede una sistemata ai capelli in disordine e si lisciò con le mani il vestito sgualcito. Non era del tutto presentabile, pensò, ma Roland non vi avrebbe prestato attenzione. Certa di questo, scese nel salone e salutò l’ospite con un profondo inchino. Il giovane barone si volse a guardarla con un’espressione di pura ammirazione. Dunque esercitava ancora del fascino su di lui, sorrise Catherine, divertita.
“Mademoiselle Beauchamps, che piacere rivedervi!” Lei abbozzò uno sguardo civettuolo e rispose: “Oh, il piacere è tutto mio Roland. Credevo vi foste dimenticato di me. E’ passato molto tempo dall’ultima volta che ci siamo visti.” Egli parve dispiaciuto. “Non potrei mai dimenticarmi di voi, mia cara. Purtroppo questo è un periodo difficile. Avrete saputo della rivolta, immagino.”
Charlotte fece una piccola smorfia. Ancora la rivolta. Detestava sentirne parlare.
“Sì, ho saputo”, rispose evitando di specificare che ne era stata direttamente coinvolta.
“Purtroppo ha avuto dirette ripercussioni sulla vita di corte”, si lamentò Roland, “Sua Maestà, Carlo X, stamane ha abdicato in favore di Louis Philippe d’Orleans. E’ inaudito che a causa di un gruppo di ribelli un re debba abbandonare la propria nazione e andarsene in esilio, come un delinquente, non trovate?
“Oh, sì. Decisamente terribile.” Si finse indignata Catherine. In realtà non le importava un bel niente di quello che accadeva alla famiglia reale. Che ci fosse un re a regnare sul suolo di Francia, o un altro, per lei non faceva la minima differenza.
“Immagino che vostra nonna sarà profondamente colpita dalla notizia. L’ha già saputo?”
“Che c’entra mia nonna?” aveva parlato in tono un po’ brusco, ma non era riuscita a mascherare la propria sorpresa per quell’affermazione. Roland arrossì imbarazzato. “Beh, pensavo che visti i suoi legami con la casa reale… se non sbaglio era intima amica della duchessa d’Angoulème.”
Catherine annuì. In effetti la nonna le aveva raccontato dell’affetto che aveva provato per la figlia di Marie-Antoinette. Quello che non aveva mai capito era il perché si facesse vedere così raramente a corte. Se davvero era così legata a Madame Royale, perché non l’aveva più frequentata durante questi lunghi anni in cui aveva vissuto a Parigi, dopo un lungo periodo di esilio? Certo, adesso Julie era vecchia e stanca. Capiva perfettamente che compiere un lungo viaggio potesse affaticarla. Ma quando era più giovane perché non si era preoccupata di rinsaldare la propria amicizia con la duchessa? Per lei era sempre stato un mistero e anche sua madre era, spesso, stata evasiva su questo.
“Sì, lo era”, rispose a Roland in tono sbrigativo, “Ma tutto questo cos’ha a che vedere con l’esilio del re?”
“Oh, ma la duchessa lo seguirà. E’ la nuora, dopotutto, non resterà di certo a Parigi.”
Catherine sospirò annoiata. Che andasse pure dove voleva Madame Royale. A lei che importava? Si era aspettata un piacevole diversivo, quando aveva saputo della visita di Roland, invece lui non aveva fatto che parlare di cose che a lei non interessavano minimamente. O forse era la sua presenza a irritarla? Un tempo lo aveva giudicato divertente, ma, adesso, dopo aver conosciuto Albert Cléry, lo trovava solo terribilmente noioso. Che voglia aveva di rivedere Albert. E invece era prigioniera in casa di suo zio. Che tormento!
Continua...