
Le passioni, l'arme e l'amore...
Rimasto solo, Cesare si diede dello stupido. Perché diamine non l’aveva presa con la forza? Non era abituato a tirarsi indietro in determinate situazioni, tanto più che quella ragazza era solo una serva. Poi capì che in realtà voleva che lei arrivasse a desiderarlo con la stessa intensità con cui lui la desiderava. Non aveva mai provato una sensazione del genere. Quella bizzarra creatura gli faceva bruciare il sangue nelle vene al punto da annebbiargli la vista e togliergli la lucidità che lo aveva sempre contraddistinto. Si rammentò, persino, di essersi lasciato andare con lei a confidenze che non gli erano mai sfuggite con nessun’altro.
“Dannazione!” Sibilò alterato. Poi uscì dalla stanza e, a grandi passi, si diresse verso i suoi appartamenti che si trovavano ai piani superiori del palazzo del Vaticano.
Camminava con una certa fretta, muovendosi con familiarità lungo i corridoi rischiarati dalla luce tremula delle torce appese alle pareti. Quindi, si fermò davanti a una pesante porta e l’aprì, varcandola con passo spedito. L’interno risplendeva della luce di una ventina di candele, appoggiate su candelabri d’oro massiccio. Solo quando fu all’interno Cesare si avvide di non essere solo. C’era una presenza femminile ad attenderlo e quasi trasalì quando la riconobbe.
“Donna Sancha! Cosa ci fate qui?”
La cognata arrossì e distolse lo sguardo.
“Ecco, io… desideravo vedervi. Da sola.”
Doveva essersi intrufolata nelle sue stanze dopo la cena - mentre lui si intratteneva con Elisa in biblioteca - e non era difficile intuire quali fossero le sue intenzioni.
Aveva i lunghi capelli sciolti sulle spalle e uno sguardo timoroso che contrastava con l’ardita decisione che aveva preso.
“Chi vi ha fatta entrare?” Solitamente gli appartamenti dei Borgia erano strettamente sorvegliati dalle guardie. Possibile che nessuno l’avesse fermata?
Poi ella rispose, con una certa titubanza: “Ho corrotto una guardia, dandole del denaro. Vi prego non arrabbiatevi per questo!”
Cesare sorrise della sua audacia.
“Non lo sono, Madonna Sancha. Ma voi siete la moglie di mio fratello.”
Non che fosse tipo da farsi simili scrupoli, però voleva divertirsi un po’, mettendola a disagio. -Al tempo stesso, desiderava cancellare l’immagine di Elisa dai suoi occhi e l’idea di perdersi fra le braccia di quella sinuosa creatura non gli dispiaceva affatto.
Sancha arrossì nuovamente poi sollevò lo sguardo e rispose: “Io non amo vostro fratello. Sono stata costretta a sposarlo.”
A quel punto Cesare le si avvicinò e la prese fra le braccia, baciandola avidamente. Non provò la stessa emozione che gli aveva suscitato Elisa, ma non se ne curò. La sospinse sul letto, slacciandosi la tunica da cardinale e sfilandosela di dosso. Sotto di essa indossava una casacca, ma si tolse rapidamente anche quella, rivelando un torace forte e muscoloso.
Poi cominciò a dedicarsi a lei e con grande abilità le sfilò la veste e di seguito il corpetto.
Sancha trasalì, non essendo abituata a restare nuda davanti agli occhi di un uomo. Durante i loro brevi amplessi, Goffredo non si era mai tolto la casacca e si limitava ad abbassare la calzamaglia quel tanto che bastava. In quanto a lei, aveva sempre tenuto indosso la camicia da notte.
Intuì che con Cesare sarebbe stata tutta un’altra cosa e una forte eccitazione la invase.
Si amarono per tutta la notte con trasporto, ma il pensiero di Elisa non abbandonò il giovane come aveva sperato. Doveva possedere quella ragazza, se voleva trovare davvero la pace.
Elisa si intrufolò nell’enorme biblioteca del Vaticano. La sua idea iniziale di mettersi a riposare fino al ritorno di Sancha non era andata a buon fine e, nonostante la stanchezza, non era riuscita a chiudere occhio. Pertanto aveva deciso di cercare qualcosa di interessante da leggere per passare il tempo.
Non appena entrò nell’immensa stanza rimase basita, non solo dalla ricchezza dell’arredamento ma per le centinaia di libri che vi erano racchiusi. Ce ne erano per tutti i gusti: tomi elegantemente rilegati e bordati d’oro. Altri invece di fattura più umile. Alcuni erano enormi e altri ancora di dimensioni più alla sua portata.
Si sollevò in punta di piedi per afferrarne alcuni e li sfogliò incuriosita, mettendo da parte quelli in latino. Trovò una versione antica del Canzoniere del Petrarca, scritta a mano e con decorazioni elaborate all’inizio di ogni pagina. Alla fine optò per un’antica edizione del Decamerone di Boccaccio. Se non altro lì avrebbe potuto trovare delle novelle divertenti, si disse mentre riponeva al proprio posto i libri che non le interessavano.
Stava per voltarsi e avviarsi verso la porta col libro prescelto quando avvertì una presenza alle sue spalle. Impallidì quando si accorse che a fissarla con un’espressione indecifrabile c’era Cesare Borgia in persona.
“Cosa fai qui, ragazza?” Le chiese squadrandola attentamente.
Elisa trattenne il respiro. “Ehm, volevo prendere un libro da leggere. Non è proibito, vero?”
In realtà non sapeva se avesse infranto qualche regola e se alle serve fosse permesso aggirarsi per il palazzo come se niente fosse. Si augurò di non essersi cacciata in qualche guaio, visto che era la cosa che le riusciva meglio, dacché aveva deciso di entrare a Castel Sant’Angelo quella maledetta sera.
“Chi sei tu?” Domandò ancora Cesare sempre più colpito da lei.
“Sono Elisa”, rispose la ragazza titubante, “Ci siamo già incontrati, non ricordate?”
“Non dimentico mai nulla”, fece il giovane cardinale sospingendola verso la parete e immobilizzandola. Elisa si ritrovò a fissare i suoi occhi di ghiaccio e fu percorsa da un brivido di paura. Che intendeva farle?
Poi Cesare riprese a parlare: “Volevo dire che è piuttosto inconsueto che una serva sappia leggere e scrivere, quindi cosa dovrebbe farsene di un libro? A meno che tu in realtà non sia chi affermi di essere.”
Elisa sentì le dita di lui accarezzarle il collo e la gola.
“Se è per questo neanche voi sembrate un uomo di chiesa!” Osò ribattere coraggiosamente.
Un lampo di divertimento attraversò lo sguardo del giovane.
“Forse perché non lo sono.”
“Non siete un cardinale?”
“Non sono un uomo di chiesa.” Specificò lui continuando a fissarla in modo indecoroso. “Non ho mai preso i voti, né ho mai desiderato indossare l’abito talare. E’ stata un’idea di mio padre. Quando è divenuto papa ha voluto fare di me l’arcivescovo di Valencia e, un anno dopo, sono stato nominato cardinale. Ma la vita clericale non mi interessa. Io vorrei essere messo a capo di un esercito, ma ho la sfortuna di non essere il primogenito e questo onore spetta di diritto a mio fratello Giovanni.”
Mentre nominava il fratello i suoi lineamenti si indurirono ed Elisa fu certa di scorgere nei suoi occhi una sfumatura di profondo rancore. Ma fu solo un attimo. Poi Cesare si impossessò delle sue labbra. La baciò con ardore, togliendole il fiato, al punto che per un istante ella si scordò dove fosse e con chi.
Quando tornò in sé capì che non poteva incoraggiarlo.
“Lasciatemi, per favore.” Supplicò quando la bocca di lui si staccò dalla sua.
Cesare si lasciò sfuggire una risatina sommessa.
“Eppure mi sembra che tu abbia ricambiato il mio bacio. Non devo dispiacerti poi così tanto.”
“Ora, devo andare”, rispose bruscamente lei, “Madonna Sancha mi starà aspettando. Non vorrete che si venga a sapere che sono qui con voi, mentre dovrei restare a servire la mia padrona.”
Si augurò di essere stata piuttosto convincente poiché non era sicura di quel che sarebbe accaduto se lui l’avesse baciata di nuovo in quel modo.
Poi lo vide annuire in silenzio mentre la liberava dalla morsa in cui la teneva prigioniera.
Immediatamente Elisa si affrettò verso la porta ma prima che la varcasse sentì Cesare che le diceva in tono fermo e autoritario: “Non credere di esserti liberata così facilmente di me. Ottengo sempre quello che voglio, cara Elisa.”
Continua...
Durante tutta la giornata Cristiano pensò a come fare per rubare la chiave a Cesare Borgia ma non gli venne in mente nulla. Di fronte a Elisa si era mostrato sicuro del fatto suo quando in realtà non aveva la più pallida idea di come fare.
Sospirò affranto mentre sua sorella gli lanciava strane occhiate. Si era seduto a tavola di fronte a lei per buttar giù qualcosa di caldo ma non aveva ancora toccato cibo e questa era una cosa alquanto insolita per lui che divorava ogni cosa piuttosto voracemente.
Betta stava quasi per chiedergli cosa lo tormentasse quando nelle cucine entrò Elisa e si sedette di fianco a Cristiano.
“Ho passato tutto il pomeriggio dietro a Sancha. Non ne potevo più!” Si lamentò mentre si riempiva una ciotola con del brodo di carne. “Quella ragazza mi sta facendo diventare pazza. Ha voluto provare una decina di abiti e almeno tre pettinature diverse per la cena di questa sera. Mi domando cosa le prenda.”
Betta sorrise maliziosa. “Forse vuol far colpo su qualcuno.”
“Di certo non sul marito. Quei due sembrano più fratello e sorella che marito e moglie!”
A quel punto Cristiano interruppe quei pettegolezzi tipicamente femminili e porse a Elisa un pezzo di cinghiale arrosto che era avanzato dalla tavola dei padroni.
“Prendi anche questo”, le disse con aria preoccupata, “Non puoi sorbire solo un po’ di brodo. Finirai per sentirti male. Anche ieri hai mangiato come un uccellino!”
La ragazza parve dubbiosa. Aveva una fame da lupi ed era seriamente tentata di accettare l’offerta mai poi sospirò. “Meglio di no. Non voglio assolutamente ingrassare. Oggi a pranzo ho mangiato un pasticcio di carne che era pesantissimo. Avrò preso si e no 2 kg. Quello ingrassa solo a guardarlo!”
Si accorse che sia Cristiano che Betta la fissavano attoniti.
“Beh, che ho detto di strano adesso?”
“Fammi capire”, esordì Betta incredula, “Non mangi perché hai paura di diventare grassa?”
“Perché è un crimine?” Elisa non capiva il perché di quel tono stupito.
Poi Cristiano aggiunse: “Ma se sei un’acciuga!” Non che così magra non gli piacesse. La trovava bellissima. Però non riusciva a capire perché si privasse del cibo che era uno dei pochi piaceri della vita. Nemmeno i padroni, sulle cui tavole abbondavano decine di portate diverse, si preoccupavano di ingrassare e quella ragazza, dopo aver lavorato tutto il giorno, si concedeva una misera cena. Lo trovava assurdo.
“Beh, se sono un’acciuga è proprio perché sto attenta a quel che mangio.” Rispose Elisa, seccata. “Non voglio tornare a casa mia piena di cellulite!”
“Cos’è la cellulite?” Cristiano aveva corrugato la fronte con un’espressione che ormai le era diventata familiare. Quando parlavano il più delle volte la fissava in quel modo.
“Non avete mai visto la pelle a buccia d’arancia sulle cosce o sui glutei?” Fece Elisa a sua volta sorpresa. Subito dopo si ritrovò a fissare quattro occhi spalancati e increduli.
Fu Betta a rispondere per prima: “Glutei? Ma come parli?”
A quel punto Elisa sospirò spazientita. “Mi si dice sempre che sono scurrile e per una volta ho evitato di esserlo. Volevo dire culo, è più chiaro così?”
Cristiano arrossì e distolse lo sguardo. Per un attimo si era soffermato a immaginare il fondoschiena di Elisa e l’immagine che gli era affiorata alla mente gli aveva causato un forte turbamento. Betta parve capirlo e gli lanciò un’altra delle sue occhiate ma non disse nulla.
Poi la ragazza del futuro si alzò e, dopo essersi lasciata sfuggire un sonoro sbadiglio, disse: “Vado a riposarmi un po’ prima che Sancha torni dalla cena.”
Quando furono soli Betta non riuscì più a tacere. “Stai attento fratello.”
Il suo tono ammonitore non piacque a Cristiano che sbuffò: “Attento a cosa?”
“Quella ragazza ti piace, non negarlo.”
“E allora?” Non apprezzava il fatto che sua sorella si intromettesse nella sua vita e la piega che aveva preso la loro conversazione lo irritò.
Tuttavia Betta proseguì per nulla intimorita: “E allora io penso che Elisa non faccia per te. Ma non vedi com’è strana? Quella ragazza ti farà soffrire, vedrai.”
Sapeva perfettamente che Betta aveva ragione anche se non per le motivazioni che adduceva lei. Prima o poi Elisa sarebbe tornata nel suo tempo. Era chiaro che non ci fosse futuro per loro.
Eppure non riusciva a smettere di provare forti emozioni quando lei era nelle vicinanze. La desiderava così tanto da provare un male fisico quando gli era accanto.
E solo l’idea che si lasciasse sedurre da Cesare Borgia per poter avere quella benedetta chiave lo mandava in bestia.
Si alzò da tavola a sua volta e sbatté il bicchiere che aveva appena vuotato sul tavolo.
“Fatti gli affari tuoi.” Tuonò alla sorella. Quindi si allontanò dalle cucine con un diavolo per capello.
Continua...
La giornata seguente fu per Elisa alquanto difficile. Poiché non aveva quasi dormito durante la notte, e quella era praticamente la seconda notte insonne, si sentiva letteralmente a pezzi.
Però era in parte sollevata perché Cristiano le aveva promesso di darle una mano per scoprire chi potesse avere la chiave di quella famosa botola che forse racchiudeva il varco temporale.
Durante la mattinata dovette svolgere alcune inombenze per madonna Sancha ma, nel primo pomeriggio, riuscì durante un breve momento di libertà a raggiungere il suo amico per chiedergli se c’era qualche novità.
Lui parve quasi timoroso di rivelarle cosa avesse scoperto.
“Avanti, parla!” Lo incitò Elisa senza mezzi termini.
“Ho scoperto che la chiave che cerchi si trova nelle mani di Messer Cesare.” Rispose Cristiano tutto d’un fiato. Era chiaro che non la considerasse una buona notizia.
“Cesare?” Chiese Elisa stupita.
“Sì. Castel Sant’Angelo viene utilizzato dai Borgia come prigione ed ho sentito dire che Cesare ha creato un passaggio segreto per intrufolarsi nelle segrete e spiare i suoi nemici quando pensano di non essere visti. Così riesce a carpire molte più informazioni che con le torture. Ho motivo di credere che questo passaggio sia lo stesso che stai cercando tu.”
“Ma come può essere possibile? Il passaggio che cerco io è in realtà un varco nel tempo.”
“Hai mai pensato che non tutti possano attraversare questo varco? Altrimenti perché non è mai arrivato nessun altro dal futuro? E perché nessuno di noi è riuscito a varcare il confine fra la tua epoca e la nostra? Forse il tuo è stato un caso eccezionale.”
Elisa annuì pensierosa. Il suo amico non aveva tutti i torti. Ancora non le era chiaro perché fosse accaduto proprio a lei, ma senz’altro non era concesso a chiunque di viaggiare nel tempo.
Corrugò la fronte infine disse: “Bene. Se è Cesare che possiede quella chiave devo trovare il modo di prendergliela.”
Cristiano la fissò come se fosse pazza. “Ti ha dato di volta il cervello? Non riuscirai mai a prenderla. Inoltre messer Cesare è un tipo pericoloso e la cosa più furba che tu possa fare è stargli lontana.”
Ma Elisa era testarda come un mulo e non parve rassegnarsi facilmente.
“Storie. So di avere un ascendente su di lui. L’altro giorno mi ha fissata come se mi desiderasse. Basterebbe cercare di sedurlo per arrivare alla chiave, no?”
Cristiano la fissò truce. “Toglitelo dalla testa. Non ti permetterò mai di fare una sciocchezza simile.”
“Perché no? A te che importa?”
“Non voglio che tu ti metta nei guai.”
“Ma è l’unica soluzione per cercare di tornare a casa mia!”
Elisa sostenne lo sguardo del suo amico con fermezza ed egli capì che sarebbe stato difficile farle cambiare idea. Tuttavia ci provò. “Senti, cercherò di procurarmi io quella chiave. Tu non fare nulla per ora.”
Elisa sospirò stancamente. “E va bene. Ma se non ci riuscirai passeremo al piano B e cioè il mio.”
“D’accordo.” Si arrese il ragazzo. Non sapeva ancora come avrebbe fatto a procurarsi la chiave ma per Elisa si sarebbe gettato nel fuoco e quella consapevolezza quasi gli fece paura.
Continua...
Solo dopo un pianto liberatorio decise di calmarsi e ragionare sui fatti.
Chiaramente qualcuno doveva possedere la chiave. Sì, ma chi? Si chiese Elisa angosciata.
Rimase lì seduta a pensare per parecchio tempo e solo quando si rese conto che la sua presenza in quel posto ormai era inutile si decise a scendere attraverso lo stretto passaggio, fino all’uscita.
Aiutata dalla luce della luna si fece strada in direzione del palazzo di Santa Maria e si intrufolò all’interno. I piedi le facevano male, non essendo abituata a camminare scalza e si sentiva mezza congelata. Non vedeva l’ora di mettersi sotto le coperte in attesa del mattino e stava per salire le scale quando un rumore improvviso la bloccò.
La loggia al piano terra non era rischiarata da nessuna luce, tuttavia riuscì a scorgere delle ombre dietro a una colonna.
Si nascose per non essere vista e cercò di distinguere meglio quelle inquietanti figure. All’improvviso trasalì nel riconoscere il profilo minaccioso di Rodrigo Borgia, ovvero papa Alessandro VI. Persino l’oscurità non poteva nascondere la volgarità dei suoi lineamenti: Il mento sporgente, il prominente naso e le labbra incurvate in un sorriso lascivo.
Solo in quell’istante capì che l’altra ombra apparteneva a una donna. Era una giovane di gran fascino, sebbene non eguagliasse quello di Giulia Farnese, detta la bella.
Gli occhi erano grandi e di una sfumatura fra il grigio e l’azzurro e i capelli, di un biondo ramato chiaro, erano stati acconciati in tanti riccioli che le ricadevano sulla schiena e sulle spalle.
Elisa si avvide che aveva il corpetto dell’abito allentato e che Rodrigo le stava baciando i seni, succhiando i capezzoli con estrema voracità. Lei gemeva piano e lo incitava a continuare.
Elisa arrossì ma non riusciva a distogliere lo sguardo. Stava chiedendosi chi fosse quella fanciulla quando qualcuno alle sue spalle l’afferrò e le tappò la bocca per impedirle di urlare.
Elisa scalciò terrorizzata ma fu presa di peso e trascinata lontana dalla loggia. Solo a quel punto il suo aggressore parlò: “Shhh, sono io Cristiano. Adesso ti lascio andare ma non gridare, mi raccomando!”
Elisa aveva il cuore che le batteva furiosamente in petto e non appena lui la liberò dalla sua stretta si accasciò a terra ancora atterrita dalla paura.
“Ma sei impazzito?” Fece in un sussurro. “Mi hai terrorizzata!”
“Non potevo permetterti di farti scoprire”, spiegò lui dispiaciuto, “Se avessi parlato si sarebbero accorti della nostra presenza. Ma si può sapere perché ti aggiravi per il palazzo come un fantasma? E mezza nuda per di più?”
Elisa sospirò e rispose: “Mi era venuto in mente un modo per tornare nella mia epoca. Ho pensato che ripercorrendo lo stesso percorso fatto per arrivare qui avrei trovato il varco nel tempo e mi sarei ritrovata nel 2009.”
“E non sei riuscita?” si informò curioso Cristiano. In realtà trovava stranamente fastidiosa anche solo l’idea che lei potesse andarsene per sempre da lì.
Elisa scosse la testa in segno di diniego. “No, purtroppo. La botola da cui ero arrivata era chiusa a chiave e non ho idea di chi abbia quella chiave!”
Cristiano trattenne un sospiro di sollievo. Poi Elisa lo fissò intensamente. “Chi era la ragazza con Sua Santità?”
Lui scrollò le spalle. “Oh, quella. Era sua figlia Lucrezia.”
“Chi?” Non riusciva a crederci. Era troppo assurdo. La giovane con cui stava amoreggiando Rodrigo Borgia era la sua stessa figlia? La famosa Lucrezia Borgia? “Non può essere!”
“Eppure è proprio così. Chi è a stretto contatto con la famiglia Borgia, come me, sa perfettamente del rapporto incestuoso che si consuma fra il papa e madonna Lucrezia.”
“Cazzo!”
Cristiano sorrise debolmente. Non aveva perso il vizio di parlare in modo scurrile, nonostante le sue lezioni. Pur tuttavia cominciava a trovarlo divertente. Era un tratto indistinguibile di Elisa e a lui piaceva tutto di lei.
“Capisci perché ti ho impedito di commettere una sciocchezza? Se ti avessero scoperta Sua Santità ti avrebbe fatta imprigionare e forse anche uccidere. Il popolo romano ha una predilezione per Lucrezia. La considerano come la vergine Maria: gentile e pura. Se scoprissero questa relazione illecita fra padre e figlia ci sarebbe un’insurrezione e Alessandro VI non lo vuole di certo.”
Elisa lo fissò attonita. Quella famiglia cominciava a incuterle un serio timore e capì che sarebbe stato meglio per lei ritrovare al più presto la strada di casa.
Continua...
Quando Sancha fece ritorno nella sua stanza, dopo la cena in presenza del papa e dei suoi familiari, Elisa era lì ad attenderla ancora con un diavolo per capello per la discussione avuta con Cristiano. Alla fine aveva preteso che gli raccontasse per filo e per segno cosa era successo con Cesare e aveva assunto un’espressione truce che quasi l’aveva messa a disagio.
Non riusciva a capire perché se la fosse presa tanto. In fondo non era sua sorella e neppure la sua donna. Anzi, erano dei perfetti estranei a dir la verità. Dopo tutto si erano conosciuti solo il giorno prima e, sebbene si fosse creato fra loro un rapporto piuttosto confidenziale, le pareva strano che lui si ergesse a difensore del suo onore.
Per un attimo temette che si cacciasse in un bel guaio, mettendosi contro Cesare Borgia. Da quello che aveva letto di lui sui libri di storia era un personaggio alquanto temibile e non conveniva di certo inimicarselo.
Mentre aiutava meccanicamente la sua padrona a svestirsi e a indossare la veste da camera si perse nelle sue preoccupazioni e ancora una volta non riuscì a mettere a punto un piano per cercare di far ritorno alla sua epoca.
Ad un tratto però Sancha la distrasse dalle sue meditazioni.
“Sei piuttosto taciturna, stasera.” Le disse, guardandola di sbieco. Evidentemente ella invece era in vena di confidenze ed Elisa si rassegnò a mettere da parte i suoi pensieri per ascoltarla.
“Sai”, riprese infatti la giovane, “Stasera ho conosciuto, oltre al padre di Goffredo, anche suo fratello Cesare e sua sorella Lucrezia.”
“Lucrezia Borgia?” Fece Elisa interessata. Quello era un altro personaggio di cui aveva sentito parlare e che la incuriosiva molto.
“Esattamente. Mi è parsa una fanciulla gradevole. E’ bella e gioviale. Mi piacerebbe diventare sua amica, anche se credo che lei sia un po’ gelosa di me.”
“Gelosa dite?”
“Sì, non so perché. Mi ha dato l’impressione che temesse che io potessi portarle via l’affetto del padre. Non lo trovi assurdo? Sembrano assai legati lei e Sua Santità.”
“E perché mai dovreste rubarle l’affetto del padre?” Chiese Elisa nel tentativo di estorcerle qualche informazione interessante.
“Questo non lo so.”
“E messer Cesare che impressione vi ha fatto?”
Sancha assunse un’espressione sognante e si infilò nel letto mentre Elisa le rimboccava le coperte.
“Lui è divino. Non ho mai visto un uomo più affascinante.”
Già. Non aveva tutti i torti.
Quella notte Elisa ebbe un incubo. Si trovava all’interno di Castel Sant’Angelo e cercava disperatamente di trovare il varco nel tempo che l’aveva condotta fin lì, nel tentativo di far ritorno alla propria epoca. Stava percorrendo a ritroso il cammino che aveva fatto la sera della sua brutta avventura quando si ritrovò di fronte la botola del passaggio segreto. Fece per aprirla ma qualcuno la fermò. Si voltò e si accorse che chi le impediva di entrare era Cesare Borgia. Lui la fissava con uno sguardo ostile, poi estrasse un pugnale e cercò di colpirla.
Si svegliò madida di sudore e col fiato corto. Si chiese che senso potesse avere quel sogno e, mentre ci rifletteva, le venne in mente che, forse, la soluzione di quell’enigma stava proprio in quella botola. Forse il varco nel tempo era al di là di essa.
Scombussolata per quel pensiero improvviso si alzò dal suo giaciglio e afferrò la candela posata sulla piccola cassapanca di legno, ai piedi del letto, che conteneva i suoi pochi effetti personali.
Cercò di accendere la candela, maledicendo quel tempo in cui non esistevano fiammiferi e accendini. L’aveva visto fare da Cristiano ma non immaginava che fosse tanto complicato.
Alla fine riuscì nell’intento ed aprì la porta della sua stanza che comunicava con quella di Sancha.
Dette un’occhiata all’interno e si avvide che lei dormiva ancora profondamente.
In punta di piedi raggiunse l’uscita ed aprì la pesante porta facendo attenzione ad evitare anche il più piccolo rumore, quindi la varcò col cuore in gola.
Scese le scale di corsa coi piedi scalzi e in un attimo si ritrovò all’esterno del palazzo, immersa nella notte romana del 1496.
L’aria era fresca ed Elisa rabbrividì. Indossava solo la leggera camiciola di cotone che forse non era l’abbigliamento più appropriato per una passeggiata notturna. Tuttavia non aveva voluto perdere tempo a vestirsi, tanta era la sua fretta di scoprire se l’idea balzana che le era saltata in mente possedesse un fondo di verità.
L’unica luce proveniva dalla luna che scintillava sopra i tetti dell’edificio e si proiettava sulle alte finestre degli alloggi dei Borgia.
Sempre di corsa percorse la piazza e si avviò in direzione di Castel Sant’Angelo. Doveva far attenzione a non lasciar spegnere la candela, poiché bastava una leggera folata di vento a gettarla nell’oscurità più profonda.
Finalmente arrivò nel punto da cui era sbucata l’altra notte, dopo aver percorso quello stretto passaggio nascosto dalla botola. Riuscì a trovarlo senza troppe difficoltà e si intrufolò all’interno.
A quel punto dovette lasciare a terra la candela poiché non poteva portarsela dietro, essendo il passaggio talmente stretto da non permetterle di rischiararlo con l’unica fonte di luce a sua disposizione. Rimpianse il fatto di non avere una torcia elettrica con sé o di non essersi portata dietro il telefonino che custodiva gelosamente insieme alle altre cose portate dal futuro.
Da quando si trovava imprigionata in quel tempo lontano lo teneva spento e ben nascosto, affinché nessuno potesse trovarlo e domandarsi che diavoleria fosse.
Percorse il passaggio lentamente e con estrema cautela fino a raggiungere la famosa botola. A quel punto spinse con tutta la forza che aveva senza riuscire ad aprirla. Solo allora si accorse che era chiusa a chiave.
“Merda! Non è possibile!” Sbottò esasperata. Era arrivata a un passo dalla salvezza solo per scoprire che non poteva varcare quella botola. Frustrata e sovrastata dalla stanchezza si lasciò cadere a terra mentre calde lacrime le scivolavano giù per il viso.
Continua...
Quella sera, dopo aver aiutato la sua padrona a prepararsi per la cena, Elisa corse da Cristiano per raccontargli che se l’era cavata alla grande.
Lui l’ascoltò attento e si dimostrò soddisfatto dei suoi progressi.
“E non ti sei lasciata sfuggire nessuna brutta parola?” La canzonò.
Lei gli mostrò la lingua, in maniera scherzosa e finirono per scoppiare entrambi a ridere a crepapelle.
“Sei una ragazza coraggiosa.” Esclamò a un tratto Cristiano.
“Perché lo pensi?”
“Un’altra al tuo posto si dispererebbe per essere finita in un tempo che non le appartiene. Tu invece sei qui a ridere e scherzare con me, come se non avessi paura di nulla.”
Elisa distolse lo sguardo e assunse un’espressione malinconica.
“Scusami. Ti ho fatto pensare a cose tristi.”
“Non è colpa tua. Anzi, se riesco ancora a ridere e scherzare nonostante la mia situazione è per merito tuo. Però quando penso che non ho la minima idea di come tornare a casa mi assale il terrore. Non riesco nemmeno a pensare che forse non rivedrò più la mia famiglia, i miei amici…”
Cristiano si sentì in colpa per averle richiamato alla mente il suo dramma. Non sopportava di leggere quella tristezza nei suoi occhi così belli e cercò di cambiare discorso.
“Parlami di te, Elisa. Vuoi?”
“Cosa vorresti sapere?”
“Tutto. Com’era la tua vita nel tuo mondo? Che mestiere facevi. Eri fidanzata?” Quell’ultima domanda la pose un po’ timoroso. Non era sicuro che gli sarebbe piaciuta la risposta. E se fosse stata promessa a qualcuno o, peggio, sposata?
Elisa gli rivolse un’occhiata sbarazzina. “Quante domande! E poi dicono che la curiosità è femmina!” Gli tirò un pizzicotto, giocosamente e infine rispose: “Nell’altra mia vita non lavoravo. Studiavo al liceo scientifico. Da noi è piuttosto insolito cominciare a lavorare presto e, nei miei progetti, c’è senz’altro l’università.”
“Una donna all’università?” Esclamò lui incredulo.
“Certo. Noi donne possiamo fare tutto quello che fate voi uomini, cosa credi?”
Cristiano la fissò scettico ma non la interruppe. C’era un altro punto che lo interessava più della sua istruzione ed Elisa soddisfò la sua curiosità: “In quanto all’essere fidanzata… no, non lo sono.”
Senza rendersene conto lui tirò un sospiro di sollievo ma la fanciulla non gli badò.
“Uscivo con un ragazzo”, precisò assumendo un tono amareggiato, “Ma è finita.”
“Cosa intendi per uscire con un ragazzo?”
Lei fece un sorrisino. “Un’altra delle espressioni che qui non si usa, eh? Uscire con un ragazzo significa stare insieme.” Ma, accorgendosi che lui aggrottava la fronte incerto, riprese: “Insomma, voi come dite? Quando un ragazzo e una ragazza si frequentano e si baciano e… insomma hai capito!”
A quel punto Cristiano la fissò come se avesse visto il diavolo. “Eri la sua amante?”
“Ero la sua ragazza!” Specificò lei, non avendo gradito il tono scandalizzato di lui. Diamine come era bigotto, pensò fra sé, ignorando il fatto che i costumi in quell’epoca fossero differenti. “Nel mio mondo è normale che un uomo e una donna si scambino effusioni anche senza doversi sposare per forza.”
Lui pareva sempre più sconcertato. “Intendi dire che siete tutte sgualdrine?”
Elisa rimase a bocca aperta per lo stupore. Poi si inalberò.
“Stammi a sentire caro il mio moralista del cazzo, non è proprio il caso che tu mi faccia la predica. Il vostro mondo non è certo meglio del mio, mi sembra. Poco fa un cardinale mi ha toccato una tetta e adesso tu te ne esci fuori col fatto che noi saremmo sgualdrine? E voi cosa siete? Nella mia epoca un prete fa voto di castità e se lo beccano anche solo a guardare una ragazza scoppia uno scandalo della madonna. Qui invece i papi hanno figli come se niente fosse e si spupazzano le amanti di fronte a tutti. E’ vero o no?”
Cristiano era rimasto allibito dal suo sfogo. “D’accordo, hai ragione.” Ammise pur contro voglia. “Ma ci sono anche le persone per bene.”
“Non c’è nulla di male nell’amare e nell’essere amati. E’ molto più spregevole che un Papa che predica la castità si porti a letto una che, se non ricordo male, è pure sposata con un altro.”
A quel punto Cristiano si azzittì. La fissò in silenzio per un po’ e solo quando la vide un po’ più calma si azzardò a chiederle: “Ma è vero che Messer Cesare ti ha importunata?”
Continua...
Sancha D’aragona ed il marito, Goffredo, giunsero nella città eterna verso sera, quando Elisa ormai era stata sufficientemente addestrata da Betta e Cristiano su quali sarebbero state le sue mansioni.
Per fortuna Betta le spiegò anche come aiutare la sua nuova padrona a vestirsi, come scegliere per lei gli abiti e le acconciature e come pettinarle i capelli secondo il gusto e la moda del periodo.
Cristiano invece le fu d’aiuto insegnandole come parlare, come muoversi e come comportarsi in presenza delle persone di alto lignaggio e fra i loro simili.
Alla fine della giornata Elisa aveva la testa talmente piena di nozioni che quasi le scoppiava ma, se non altro, era un po’ più tranquilla e sapeva cosa ci si sarebbe aspettato da lei.
Quando conobbe Sancha le fece un’ottima impressione. Come le aveva detto Cesare la moglie di Goffredo aveva la sua stessa età ed era una fanciulla dai lineamenti aggraziati e lunghi capelli castani. Elisa avrebbe voluto trovare in lei un’amica ma sapeva che non sarebbe stato facile raggiungere con lei uno stato di confidenza tale da poterle permettere un simile privilegio.
Nel 1496 una serva non poteva certo aspirare a tanto ed avrebbe dovuto accontentarsi di compiacere la sua padrona in tutto piuttosto che cercare in lei una confidente.
Tuttavia Sancha la stupì per la sua gentilezza e i suoi modi cordiali.
La salutò con un lieve gesto del capo ma i suoi occhi la scrutarono con dolcezza e simpatia.
“Come ti chiami?” Le chiese mentre entravano in quella che sarebbe stata la sua stanza, nel palazzo di Santa Maria.
“Elisa.”
“Io sono Sancha d’Aragona. Principessa di Napoli e di Squillace e contessa d’Alvito.”
“E’ un onore per me servirvi.” Aggiunse la ragazza del futuro, ripetendo a memoria le parole che le aveva pazientemente insegnato Cristiano. Si dimenticò di fare una piccola riverenza ma si avvide che Sancha non se ne era accorta o forse non le importava.
Poi, aiutò la nuova arrivata a svestirsi e a indossare un nuovo abito per la cena. In quell’occasione sarebbe stata presentata a Sua Santità che ella non aveva mai visto e doveva essere perfetta.
“Non era presente al vostro matrimonio?” Chiese Elisa non riuscendo a trattenere la propria curiosità. Fortunatamente ebbe modo di constatare che Sancha aveva piacere di potersi confidare con qualcuno e non si offese per le sue domande inopportune.
“Mi sono sposata per procura.” Confessò con un sorriso triste. “Ovviamente non si è trattato di un matrimonio d’amore. Sono stata costretta da mio padre, Alfonso II di Napoli, a prendere come marito Goffredo Borgia.”
“Oh.” Elisa fu colpita dalla sua sincerità. Si era sempre chiesta come le donne a quel tempo potessero sopportare di essere date in sposa a perfetti sconosciuti senza poter decidere per conto proprio. Adesso che poteva soddisfare la sua curiosità in proposito non riuscì a trattenersi dal constatare: “Deve essere stato terribile per voi.”
Sancha scrollò le spalle. “E’ la sorte comune a noi donne. Poteva andarmi peggio. In fondo Goffredo è un marito buono e gentile, sebbene sia totalmente una frana a letto!”
Elisa si lasciò sfuggire una risatina sommessa. Si rese conto che le confidenze femminili non erano cambiate poi di molto dal millequattrocento ai tempi suoi. Ancora si parlava d’amore e di sesso, sebbene le usanze sul fidanzamento e il matrimonio fossero diverse.
Nel frattempo Sancha si era voltata a guardarla. “E tu sei sposata, Elisa?”
“Certo che no! Sono troppo giovane.” Si lasciò sfuggire imprudentemente.
“Mi sembrava che mi avessi detto di essere mia coetanea.”
“Sì, è vero.” Si corresse in fretta. “Quello che volevo dire è che non mi sento ancora pronta per il matrimonio. Voglio assaporare la mia libertà ancora per un po’.”
Sancha sospirò mentre Elisa si apprestava a pettinarle i capelli come le aveva insegnato Betta.
“E’ incredibile come una serva alla fine sia più libera di una nobildonna.” Disse afflitta. Poi indagò curiosa: “E ti sei mai innamorata?”
“Una volta.” Rispose Elisa ripensando a Matteo. “Ma è finita male. Lui era un gran bastardo!”
“Ti ha disonorata?”
“No. Per fortuna non gliel’ho permesso.”
Continua...