Edmond_e_charlotte

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Le storie di Laureen

Le storie di Laureen

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mercoledì, 28 ottobre 2009

Il ballo

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Hélène volteggiava fra le braccia di un cadetto, alle note di un valzer. Aveva conosciuto quel giovane quella stessa sera. Le era stato presentato dal cugino, come uno dei suoi compagni di Accademia, e l’aveva trovato talmente affascinante da rimanerne stregata. Il suo nome era Germain Chevrot e possedeva gli occhi più belli che avesse mai visto, di un colore fra il verde e l’azzurro. Il suo sguardo magnetico l’aveva ipnotizzata dal primo istante e ora quasi non le sembrava vero di danzare insieme a lui.

“Che ne dite di una passeggiata all’aria aperta, mademoiselle?” le suggerì all’improvviso il cadetto. Era rimasto colpito dalla bellezza di quella giovane e, da quel dongiovanni che era, si era riproposto di non farsi sfuggire quel bel bocconcino.

“Ma certo! Avevo proprio bisogno di respirare un po’ d’aria fresca.”

Con grande abilità il giovane Chevrot l’accompagnò in un angolo appartato. Era solito intrattenersi con giovani donne di bell’aspetto, nei giardini delle residenze nobiliari, durante i ricevimenti. Dunque conosceva a memoria i luoghi dove non sarebbero stati disturbati. All’improvviso la prese fra le braccia e la baciò. Hélène non era mai stata baciata da nessuno, prima di allora, ma lo lasciò fare, curiosa di scoprire cosa si provasse in un bacio. Tutto sommato era abbastanza piacevole, pensò schiudendo le labbra e lasciando che la lingua di Germain si insinuasse all’interno della sua bocca. Chiuse gli occhi, assaporando quella magica sensazione e quasi non si avvide che lui l’aveva sospinta contro un albero, armeggiando col corpetto del suo abito. Non appena si rese conto che il giovane cadetto desiderava qualcosa di più di un bacio arrossì vivamente e protestò:

“Oh, no. Lasciatemi monsieur, vi prego!”

“Non sembravate molto dispiaciuta prima, mademoiselle”, replicò lui prontamente, “Suvvia, non fate la ritrosa.”

Hèlène cercò di staccarsi da lui, ma Chevrot la teneva ferma. Ad un tratto le strappò letteralmente il corpetto, insinuando la mano all’interno, per godere della pienezza dei suoi seni.

Spaventata la giovane lo schiaffeggiò ed, approfittando del suo momentaneo stupore, fuggì via, in lacrime. Egli rimase a fissarla con rabbia. “Stupida verginella”, disse, stringendo fra le mani uno dei bottoni del suo abito, “Me la pagherai, te lo giuro!”

 

 

“Questa è Anne Sorel”, disse Charlotte rivolta alla figlia, “E’ la nipote di Camille, la nostra cuoca, e da quando è rimasta orfana vive qui con noi.”

La ragazza, di una decina d’anni più giovane di Catherine, fece un profondo inchino. “Sono lieta di conoscervi, madame.”

“Chiamami pure Cath. Spero che diventeremo amiche noi due. Mia nonna mi ha detto che ha un ottimo rapporto con te.”

Arrossendo, Anne annuì. Le piaceva trascorrere il suo tempo in compagnia di madame Julie. Aveva sempre storie interessanti da raccontarle ed ella era affascinata dalla vita avventurosa di quella donna, dolce, ma, allo stesso tempo, forte e coraggiosa. “Vostra nonna è una persona meravigliosa”, disse con sincera ammirazione. Catherine sorrise. “Lo so.”

Anne sembrava proprio una brava ragazza. Nonostante fosse di estrazione sociale umile, si capiva che aveva studiato. Julie le dava lezioni ogni giorno, da quando era giunta in quella casa, circa otto anni prima. Ed ora, lei la ricompensava, trascorrendo lunghe ore a leggerle romanzi e libri di poesie, da quando la vista non era più così acuta come una volta per l’anziana signora. In parte, la sua compagnia, l’aveva consolata della parziale perdita della nipote che, una volta maritata, aveva visto molto di rado. Catherine era grata a quella giovane per tutto ciò che stava facendo per lei, anche se provava un po’ di gelosia per il posto che si era guadagnata nel cuore dell’ amata nonna. “Allora, ti andrebbe di darmi una mano a sistemare la stanza per me e mio figlio?” Le chiese, più per avere l’occasione di fare due chiacchiere con lei, che per la necessità di un aiuto.

“Certamente.” Fu la pronta risposta della ragazza.

 

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categorie: ribellione e rimpianto
martedì, 20 ottobre 2009

Confidenze dolorose

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Armand si diede un’ultima occhiata allo specchio. La sua uniforme era perfettamente in ordine e la propria immagine riflessa lo riempiva di orgoglio. Avrebbe voluto che sua madre potesse vederlo. All’età di ventidue anni era davvero un bel ragazzo, alto e ben piantato. Le debuttanti di Parigi erano pazze di lui, anche se, per il momento, lui non pensava all’amore.

Si era dedicato anima e corpo alla carriera militare, come un tempo aveva fatto suo padre, e quella sera avrebbe partecipato insieme agli altri cadetti a un ricevimento dato dal re in persona, nella sala da ballo delle Tuileries. Nulla poteva dargli più soddisfazione.

All’improvviso qualcuno bussò alla porta e la cugina fece capolino nella sua stanza. Lo avrebbe accompagnato al ballo ed era splendente nel suo abito da sera color verde smeraldo. Quel colore le donava, dovette ammettere. Hélène si era fatta davvero una bella ragazza, i lunghi capelli castani raccolti in un elegante chignon, sopra la nuca, e gli occhi splendenti di entusiasmo giovanile. Avrebbe dovuto tenere alla larga da lei stuoli di ammiratori, pensò con un sorriso divertito.

“Allora, come sto?” chiese lei con fare apprensivo.

Indossava un vestito di organza stretto in vita, come voleva la moda, la cui gonna era sostenuta da numerose sottogonne. Armand si lasciò sfuggire un fischio di ammirazione, mentre la esaminava, girandole attorno. “Sei uno schianto, cugina!”

“Mmm, anche tu non sei niente male!”

Lui le porse il braccio e lei lo prese con orgoglio. Si sentiva elettrizzata al pensiero di essere accompagnata al ballo a corte da un cadetto dell’Accademia militare più prestigiosa di Francia. Quindi scesero le scale; dovevano affrettarsi se non volevano arrivare in ritardo.

 

 

Catherine appoggiò il capo sul grembo della nonna e si lasciò accarezzare i capelli, come quando era bambina. Calde lacrime le affiorarono all’improvviso, ma stavolta non riuscì a ricacciarle indietro, com’era solita fare spesso, e le lasciò cadere, in silenzio.

“Non devi piangere per me, bambina”, disse a un tratto Julie. La chiamava ancora bambina, nonostante avesse trent’anni compiuti. “Ormai sono vecchia e malata, ma non ho paura della morte, sai? Per me sarà un sollievo. Finalmente potrò raggiungere il mio amato Philippe, ovunque egli sia.”

Catherine sapeva del grande amore che aveva legato il nonno alla nonna. Aveva sempre sognato di vivere un amore come il loro e di trascorrere la vita insieme a qualcuno che le appartenesse anima e corpo così come Julie era appartenuta a Philippe.

“Non piango per te, nonna”, disse infine in un sussurro. “Piango per me.”

Julie annuì silenziosamente. Poi disse: “Tu non ami tuo marito, non è così?”

“Infatti, nonna. Credevo che sarei riuscita ad amarlo col tempo, ma mi sbagliavo.”

“Non ho mai creduto che il vostro fosse un matrimonio d’amore. Ho sempre letto nei tuoi occhi una profonda sofferenza.”

“Oh, nonna. Riesci a comprendermi meglio di chiunque altro!”

“Abbiamo lo stesso sangue, bambina. Come potrebbe essere altrimenti?”

“Ho commesso un grosso sbaglio a sposarlo.”

“Perché l’hai fatto, dunque?”

“Ero incinta. Di un altro uomo. Qualcuno che ho amato con tutta la mia anima. Ed ero spaventata; sapevo che la nostra famiglia non lo avrebbe mai accettato, lui era un ribelle ed è stato condannato all’esilio per aver complottato contro il re. Roland mi è parso la soluzione ai miei problemi.”

“Perché non l’hai seguito questo grande amore, figliola? L’esilio non è poi così terribile se lo si vive accanto all’uomo che amiamo. Io stessa non ho mai rimpianto un solo giorno della mia vita in Italia con Philippe.”

“Non lo so, nonna. Non lo so. Forse avevo paura.”

“Paura di cosa? Cosa poteva esserci di più terribile di stare al fianco di qualcuno di cui non si è innamorati?”

“Avevo paura di perdere il vostro affetto.”

Julie la strinse forte a sé. Catherine era scossa dai singhiozzi, come quando, da bambina, si faceva male e correva da lei per essere consolata.

“Quello non l’avresti perso mai, piccola mia.”

Lei la guardò con occhi tristi. “Ora me ne rendo conto. Ma è troppo tardi.”

“Lui lo sa?” Julie la scrutò con aria indagatrice, “Roland sa di non essere il padre di tuo figlio?”

Catherine sospirò amareggiata. “Sì. Ha scoperto che non ero vergine la prima notte di nozze e poi, quando la mia gravidanza è stata evidente, ha capito. Per questo mi odia e mi disprezza. Ho provato a conquistarmi il suo affetto, lo giuro. Ma non è servito a nulla. Ho sempre sbattuto contro un muro di indifferenza, che forse è peggio persino dell’odio.”

“Povera bambina mia.” Julie era affranta all’idea che la nipote si fosse tenuta dentro, per così tanto tempo, quel segreto. “Povera bambina, mia.” Ripeté cullandola fra le braccia, come se, realmente, fosse ancora una bimba.

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postato da: Luna70 alle ore 20:21 | link | commenti (54)
categorie: ribellione e rimpianto
giovedì, 15 ottobre 2009

ROMANCE DAY

Dal Blog http://blog.libero.it/unapassioneoltre/

Dopo il V-Day, l'MTV Day e il B&B Day é arrivata la I edizione del

ROMANCE DAY

1. Perché questa data?
Il 16 dicembre é il giorno in cui é nata Jane Austen, autrice di Orgoglio e Pregiudizio.

2. Qual'è lo scopo?
Avvicinare le persone a questo tipo di romanzi e dimostrare che il genere rosa ha la stessa importanza e valore di qualsiasi altro genere letterario.

3. Cosa accadrà il 16 dicembre 2009?
A. Il 16 dicembre 2009 prendete uno dei vostri romanzi rosa e "abbandonatelo" in un luogo pubblico (una piazza, in un pulman, in una sala d'attesa etc. etc.)


B. Prima di "abbandonarlo" scrivete al suo interno:

Sono orgogliosa/o di leggere romanzi rosa, perché non provi anche tu?
Romance Day 16/12/2009
e l'indirizzo del blog/sito dove avetetrovato questo regolamento.

C. Se non ve la sentite di "abbandonare" un libro regalatelo ad una persona che di solito non legge romance.

 

 4. Cosa posso fare per diffondere questa iniziativa?
Copia questo post nel tuo blog e aggiungi almeno uno di questi bannerini nel tuo profilo/blog/sito: 
 

 


postato da: Luna70 alle ore 10:25 | link | commenti (27)
categorie: Romance day
martedì, 13 ottobre 2009

Preoccupazioni materne

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Port St-Louis, 20 giugno 1840

 

Charlotte Beauchamps si affacciò con aria stanca alla finestra della sua tenuta in Camargue. La figlia stava scendendo dalla carrozza in quel preciso istante, insieme al figlioletto di nove anni, Gilbert. Com’era da aspettarsi il marito non l’aveva accompagnata.

Non aveva mai capito il perché di quel matrimonio, celebratosi così in tutta fretta. O, meglio, aveva capito anche fin troppo bene che sua figlia doveva essere rimasta incinta e che questo l’aveva costretta a sposarsi. Ciò che non le era chiaro, era la freddezza di suo marito nei suoi confronti. Che la incolpasse di dover essere ricorso a un matrimonio riparatore? Eppure, se il danno era stato fatto, egli ne era responsabile in egual maniera. Certe cose si fanno in due e Charlotte aveva sempre detestato l’idea che ne venisse incolpata sempre e solo la donna.

D’altro canto, Catherine non aveva mai voluto confidarsi con lei. Ripeteva sempre che andava tutto bene ma, diamine, lei era sua madre e capiva perfettamente che sua figlia era infelice. Anche adesso, mentre aiutava Gilbert a scendere dalla carrozza, aveva un’aria afflitta che le spezzava il cuore.

Avrebbe dato qualsiasi cosa per tornare a vederla sorridere come un tempo. Come se non bastasse, era anche in pensiero per sua madre. Da tempo, Julie era sempre più affaticata e, di recente, aveva avuto dei problemi al cuore, che l’avevano costretta a letto per un lungo periodo. Questo era uno dei motivi della visita di sua figlia. Desiderava vedere la nonna prima che la sua malattia le fosse fatale. Per fortuna era riuscita a convincere il marito a lasciarle compiere quel viaggio; di solito non vedeva di buon occhio le sue visite alla famiglia. Sospettava che la sua ostinazione fosse un modo per punirla di qualche cosa, ma non era mai riuscita a capire cosa. Comunque, l’importante era che Catherine fosse lì, Julie sarebbe stata molto felice di vederla; ormai mancava da Port St-Louis da così tanto tempo!

E, purtroppo, anche l’altro suo figlio, Armand, aveva lasciato la casa paterna per trasferirsi a Parigi, quando era appena un ragazzo. Aveva sempre sognato di entrare all’Accademia militare e, grazie a suo zio, era riuscito nel suo intento.

A lei tuttavia mancava molto e da tempo pregava per un suo ritorno. Lasciando da parte le malinconie, si avviò verso la figlia ed il nipotino che le corse incontro gioioso: “Nonna, nonna… ti devo far vedere una cosa!” Gilbert aveva sempre qualche nuovo gioco da mostrarle, per fortuna era un bimbo vivace e pieno di vita. Evidentemente, non aveva preso il carattere del padre, spesso scontroso e irritabile. Catherine invece si limitò a deporle un lieve bacio sulla guancia, mentre mormorava: “Il viaggio mi ha molto stancata. Potresti badare tu a Gilbert mentre ne approfitto per riposarmi un poco?” Charlotte annuì. “Non preoccuparti, figlia mia. Va pure a riposarti.” La osservò preoccupata, mentre saliva le scale della grande dimora. Sembrava che Catherine fosse invecchiata prematuramente, eppure aveva almeno un motivo per cui essere felice: suo figlio. Gilbert era un amore. Quindi si volse in direzione del bambino e gli sorrise. “Allora, cos’è che volevi farmi vedere?”

 
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categorie: ribellione e rimpianto
mercoledì, 07 ottobre 2009

La rabbia di Roland

20081121-135936

Albert ricevette la visita di una delle guardie. Aveva sentito dire che era stato emesso un verdetto per lui e il suo amico Victor ed era più che convinto di non avere ancora molti giorni da vivere.

“Sei fortunato”, gli disse tuttavia il gendarme, “A quanto pare il duca de Soissons ha ottenuto per te ed il tuo compare il minimo della pena. Verrete esiliati, anziché finire sulla forca!”

Il prigioniero sgranò gli occhi incredulo. “Il duca de Soissons? E’ stato proprio lui ad aiutarci?”

“Sissignore. Nessuno è riuscito a capire che legami potesse avere con due delinquenti come voi. Pare che abbiate aiutato sua nipote in un momento di pericolo. E’ la verità?”

Albert tirò un sospiro di sollievo. Sicuramente era stata Catherine a chiedergli di intercedere per lui e Victor. Dunque non era in collera con lui. “Sì, è la verità”, rispose rincuorato. Tuttavia, ciò che disse in seguito la guardia, spense in lui ogni entusiasmo. “Bella ragazza la nipote del duca. Ho assistito al suo matrimonio, oggi. Davvero incantevole.”

“Matrimonio? Catherine si è sposata?”

“Esattamente. Con il barone de Montyon.”

Albert rimase di sasso. Non aveva atteso neppure che uscisse di prigione per maritarsi con un altro. E lui che credeva che quella donna lo amasse! Di certo non avrebbe preteso da lei che lo seguisse in esilio. Le avrebbe concesso ugualmente la sua libertà. Ma un conto era che lui rinunciasse a lei per la sua felicità, un altro conto che fosse lei ad abbandonarlo per un miglior partito. Pieno di amarezza nascose la testa fra le mani. Avrebbe dovuto sentirsi sollevato all’idea di non essere giustiziato. Invece tutto ciò che sentiva era un peso sul cuore.

“Maledizione a te, ragazza!”

 

 

Seduta nella sala da pranzo, Catherine consumava la prima colazione in casa del barone de Montyon. La notte precedente non aveva dormito affatto bene. Aveva pianto a lungo e pensato continuamente ad Albert, il suo amore perduto. E si era girata e rigirata nel letto con la sensazione di aver sbagliato tutto nella vita.

Rimpiangeva di non avere il coraggio e la forza d’animo di sua madre. Lei aveva lottato fino alla fine per il suo amore. Anche quando tutto sembrava perduto, Charlotte aveva dato retta al suo cuore. Lei invece che aveva fatto? Si era buttata fra le braccia di un uomo che non amava, alla prima difficoltà. Il rimorso non le dava pace. Addentò un pasticcino, senza provare tuttavia il minimo appetito. Come se non bastasse, le nausee al mattino erano sempre più frequenti. Non fosse stato per quel figlio in arrivo, forse, non avrebbe mai preso quella terribile decisione. Ma non poteva certo incolpare quella creatura innocente che, di certo, non aveva chiesto di venire al mondo. Sperò che non fosse una femmina; le donne della sua famiglia erano destinate a grandi sofferenze e lei voleva risparmiare tutto questo all’esserino che stava crescendo nel suo ventre. Mentre si abbandonava a simili pensieri, la voce improvvisa del marito la riportò alla realtà. “Vieni immediatamente di sopra!” Le intimò in un tono autoritario che non aveva mai usato con lei. Pareva irritato. O addirittura furioso, anche se ella non ne comprendeva il motivo. Solo quando si ritrovò con lui, in quella che ora era la loro stanza, cominciò a capire. “Guarda il lenzuolo”, le disse, senza distogliere gli occhi da lei che, confusa, ribatté: “Non vedo nulla, sul lenzuolo.”

“Appunto!” La voce del barone tuonò all’improvviso. “Ci dovrebbero essere i segni della tua verginità perduta. E invece nulla. E’ stata una delle cameriere a farlo notare alla governante, la quale mi ha poi avvertito.”

Evidentemente la servitù di quella casa non era abituata a farsi gli affari propri, si ritrovò a pensare Catherine, prima di rispondere: “Ho avuto un altro uomo prima di te. Ma è tutto finito. Non hai motivo di esserne geloso.”

“Non ne ho motivo, dici?” Le sue parole sembravano averlo fatto infuriare ancor di più. “Ho sposato una sgualdrina e dovrei far finta di niente?”

“Roland, non ti permetto…”

“Cosa non mi permetti? Di chiamarti sgualdrina? Eppure è quello che sei! Avevo intenzione di trattarti con tutti gli onori; volevo che il nostro fosse un matrimonio felice e tu hai rovinato tutto!”

“Roland, ti prego…” ma non ebbe il tempo di rabbonirlo che era già fuori dalla stanza. Catherine udì la porta sbattere alle sue spalle e, solo allora, si abbandonò a un pianto disperato.

 
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giovedì, 01 ottobre 2009

Le nozze di Catherine

19

Il barone de Montyon stava passeggiando in giardino, quando gli fu annunciata la visita di mademoiselle Beauchamps. Ne fu sorpreso, perché era da molto che quell’adorabile fanciulla non si faceva vedere in giro. A corte si mormorava che dovesse essere ammalata. Ma, non appena la vide, la trovò in splendida salute. “Che piacere avervi qui!” Le disse con uno smagliante sorriso, che lei ricambiò appena. Sembrava inspiegabilmente tesa e non riusciva a capirne il motivo. Poi ella parlò: “Ricordate quando mi avete detto che sareste stato ben lieto di fidanzarvi con me?” Era dell’idea che fosse meglio arrivare subito al dunque. Detestava i giri di parole.

“Sì, certo. Come potrei averlo dimenticato?”

“E lo pensate ancora?”

“Naturalmente.”

Catherine inalò aria nei polmoni ed espirò, come se si sentisse soffocare e avesse bisogno di ossigeno. Infine aggiunse: “Ebbene, io sono disposta a sposarvi, se ancora mi volete.” Non era stato facile, per lei, pronunciare quella frase. La spaventava l’idea di essere di un altro uomo. Qualcuno diverso da Albert. Ma, ormai, aveva deciso e non sarebbe tornata indietro.

Roland la scrutò per un istante, quasi non avesse udito bene le sue parole. Infine le prese la mano fra le sue e la baciò. “Ne sono lusingato, Catherine.”

Lei abbozzò un debole sorriso. “Se non vi dispiace vorrei che le nozze si celebrassero il più presto possibile.”

“Per quale motivo?”

Lei arrossì leggermente. “Sono impaziente di vivere al vostro fianco, Roland.” Mentì, spudoratamente.

Aveva pensato di dirgli la verità, ma poi non se l’era sentita.

Se lui l’avesse rifiutata non avrebbe saputo a chi altri rivolgersi. Era meglio mantenere il suo segreto fino alla fine.

“D’accordo”, rispose, dunque, il barone. “La settimana prossima potrebbe andar bene?”

 

 

Le nozze furono celebrate nella cattedrale di Notre Dame e fu una cerimonia grandiosa. Catherine avrebbe preferito qualcosa di più semplice, ma il barone aveva insistito, dicendo che sarebbe stato per lui un disonore fare altrimenti. Del resto, la sua sposa, avrebbe dovuto iniziare a comportarsi come una baronessa e questo comportava anche dei doveri. Furono invitati, così, tutti gli esponenti della nobiltà; persino persone che Catherine non aveva mai visto e non aveva idea di chi fossero.

In compenso, coloro che avrebbe desiderato avere accanto, più di ogni altro, erano assenti. Sua madre, suo padre e nonna Julie, non essendo stati avvertiti in tempo, non ce l’avevano fatta a presenziare alla cerimonia e, gli unici esponenti della sua famiglia, erano zio Jean-Paul, sua moglie Claire, la cugina Hélène e infine Armand.

La notizia delle sue nozze era stata accolta con gioia dagli zii, sebbene ne fossero sorpresi. Sapevano dell’ affettuosa amicizia che legava il barone alla loro giovane nipote, ma pensavano che lei fosse stata un po’ precipitosa nel desiderare un matrimonio così affrettato. L’unica a conoscerne il vero motivo era Hèlène, che si guardò bene dal rivelare alcunché ad anima viva. Tuttavia, la sera precedente, aveva discusso a lungo con la cugina, sull’argomento. Era un po’ perplessa riguardo a quelle nozze. Sapeva che lei non amava Roland e temeva che sposarlo sarebbe stato per Catherine l’inizio di una triste esistenza. Ma la cugina l’aveva tranquillizzata a proposito, dicendole che il barone era il miglior partito che potesse trovare. Inoltre si trattava indubbiamente di un uomo attraente, sebbene, ai suoi occhi, non potesse eguagliare il fascino di Albert.

Alla fine Hélène si era convinta che quella fosse, sul serio, la decisione giusta da prendere e fece i suoi migliori auguri alla giovane sposa. Non poteva sapere che Catherine fosse, in realtà, ben lontana dal pensare tutte le cose che le aveva detto per tranquillizzarla.

Era affezionata a Roland, ma solo l’idea di andare a letto con lui la faceva rabbrividire di disgusto. Tutto il suo fascino e la sua avvenenza, infatti, su di lei non avevano  alcun effetto e si ritrovava a pensare che sarebbe stato ben diverso, se al suo posto ci fosse stato l’uomo che amava.

Quando, alla fine dei festeggiamenti, si ritrovò da sola con lui, aveva perso tutta la propria sicurezza ed avrebbe desiderato fuggire lontano. Per fortuna, il barone prese la sua ritrosia come semplice timore virginale e cercò di essere paziente con lei. Le concesse persino di spegnere le luci, prima di sfilarle la veste da camera per godere delle gioie del matrimonio. Per tutto il tempo lei rimase a occhi chiusi e in silenzio, sforzandosi di trattenere le lacrime. Un giorno si sarebbe abituata a lui, si disse piena di speranza. Ma fino a quel giorno non sarebbe stato affatto facile dividere il letto con quell’uomo.

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postato da: Luna70 alle ore 18:38 | link | commenti (35)
categorie: ribellione e rimpianto