Armand si diede un’ultima occhiata allo specchio. La sua uniforme era perfettamente in ordine e la propria immagine riflessa lo riempiva di orgoglio. Avrebbe voluto che sua madre potesse vederlo. All’età di ventidue anni era davvero un bel ragazzo, alto e ben piantato. Le debuttanti di Parigi erano pazze di lui, anche se, per il momento, lui non pensava all’amore.
Si era dedicato anima e corpo alla carriera militare, come un tempo aveva fatto suo padre, e quella sera avrebbe partecipato insieme agli altri cadetti a un ricevimento dato dal re in persona, nella sala da ballo delle Tuileries. Nulla poteva dargli più soddisfazione.
All’improvviso qualcuno bussò alla porta e la cugina fece capolino nella sua stanza. Lo avrebbe accompagnato al ballo ed era splendente nel suo abito da sera color verde smeraldo. Quel colore le donava, dovette ammettere. Hélène si era fatta davvero una bella ragazza, i lunghi capelli castani raccolti in un elegante chignon, sopra la nuca, e gli occhi splendenti di entusiasmo giovanile. Avrebbe dovuto tenere alla larga da lei stuoli di ammiratori, pensò con un sorriso divertito.
“Allora, come sto?” chiese lei con fare apprensivo.
Indossava un vestito di organza stretto in vita, come voleva la moda, la cui gonna era sostenuta da numerose sottogonne. Armand si lasciò sfuggire un fischio di ammirazione, mentre la esaminava, girandole attorno. “Sei uno schianto, cugina!”
“Mmm, anche tu non sei niente male!”
Lui le porse il braccio e lei lo prese con orgoglio. Si sentiva elettrizzata al pensiero di essere accompagnata al ballo a corte da un cadetto dell’Accademia militare più prestigiosa di Francia. Quindi scesero le scale; dovevano affrettarsi se non volevano arrivare in ritardo.
Catherine appoggiò il capo sul grembo della nonna e si lasciò accarezzare i capelli, come quando era bambina. Calde lacrime le affiorarono all’improvviso, ma stavolta non riuscì a ricacciarle indietro, com’era solita fare spesso, e le lasciò cadere, in silenzio.
“Non devi piangere per me, bambina”, disse a un tratto Julie. La chiamava ancora bambina, nonostante avesse trent’anni compiuti. “Ormai sono vecchia e malata, ma non ho paura della morte, sai? Per me sarà un sollievo. Finalmente potrò raggiungere il mio amato Philippe, ovunque egli sia.”
Catherine sapeva del grande amore che aveva legato il nonno alla nonna. Aveva sempre sognato di vivere un amore come il loro e di trascorrere la vita insieme a qualcuno che le appartenesse anima e corpo così come Julie era appartenuta a Philippe.
“Non piango per te, nonna”, disse infine in un sussurro. “Piango per me.”
Julie annuì silenziosamente. Poi disse: “Tu non ami tuo marito, non è così?”
“Infatti, nonna. Credevo che sarei riuscita ad amarlo col tempo, ma mi sbagliavo.”
“Non ho mai creduto che il vostro fosse un matrimonio d’amore. Ho sempre letto nei tuoi occhi una profonda sofferenza.”
“Oh, nonna. Riesci a comprendermi meglio di chiunque altro!”
“Abbiamo lo stesso sangue, bambina. Come potrebbe essere altrimenti?”
“Ho commesso un grosso sbaglio a sposarlo.”
“Perché l’hai fatto, dunque?”
“Ero incinta. Di un altro uomo. Qualcuno che ho amato con tutta la mia anima. Ed ero spaventata; sapevo che la nostra famiglia non lo avrebbe mai accettato, lui era un ribelle ed è stato condannato all’esilio per aver complottato contro il re. Roland mi è parso la soluzione ai miei problemi.”
“Perché non l’hai seguito questo grande amore, figliola? L’esilio non è poi così terribile se lo si vive accanto all’uomo che amiamo. Io stessa non ho mai rimpianto un solo giorno della mia vita in Italia con Philippe.”
“Non lo so, nonna. Non lo so. Forse avevo paura.”
“Paura di cosa? Cosa poteva esserci di più terribile di stare al fianco di qualcuno di cui non si è innamorati?”
“Avevo paura di perdere il vostro affetto.”
Julie la strinse forte a sé. Catherine era scossa dai singhiozzi, come quando, da bambina, si faceva male e correva da lei per essere consolata.
“Quello non l’avresti perso mai, piccola mia.”
Lei la guardò con occhi tristi. “Ora me ne rendo conto. Ma è troppo tardi.”
“Lui lo sa?” Julie la scrutò con aria indagatrice, “Roland sa di non essere il padre di tuo figlio?”
Catherine sospirò amareggiata. “Sì. Ha scoperto che non ero vergine la prima notte di nozze e poi, quando la mia gravidanza è stata evidente, ha capito. Per questo mi odia e mi disprezza. Ho provato a conquistarmi il suo affetto, lo giuro. Ma non è servito a nulla. Ho sempre sbattuto contro un muro di indifferenza, che forse è peggio persino dell’odio.”
“Povera bambina mia.” Julie era affranta all’idea che la nipote si fosse tenuta dentro, per così tanto tempo, quel segreto. “Povera bambina, mia.” Ripeté cullandola fra le braccia, come se, realmente, fosse ancora una bimba.
Continua...