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Le passioni, l'arme e l'amore...
Angelique cavalcava a fianco del conte, in una notte di luna piena. Di tanto in tanto lo guardava, studiandolo attentamente, in cerca di un indizio, ma ancora non era riuscita a capire cosa avesse in mente. Quella sera le era stato detto di indossare abiti puliti, a quanto pareva Vincent aveva una sorpresa per lei, o lui che dir si voglia, ma sul tipo di sorpresa era stato muto come una tomba ed ora Angelique lo seguiva incerta, attraverso sentieri e scorciatoie mal illuminate. Arrivati in città, la stessa dove il conte si era fatto confezionare gli abiti nuovi, intrapresero un viale alberato in fondo al quale svoltarono a destra, in quello che aveva tutta l’aria di un vicolo sporco e maleodorante. Nel vicolo si trovava una locanda, Angelique dette uno sguardo alla targa di legno che si trovava sulla sua testa; c’era scritto “Locanda del pirata”. Il nome non era troppo rassicurante, si disse dubbiosa. Per quale motivo il conte l’aveva portata in quel tugurio? Con suo padre non era mai stata in un posto del genere e nemmeno Etienne, che ricordasse, era un frequentatore di locande malfamate. A quanto pareva, però, il conte si sentiva perfettamente a suo agio. Smontarono da cavallo e Vincent aprì la porta introducendola in una stanza buia e fumosa. C’erano parecchi uomini lì dentro, seduti ai tavoli a bere birra o vino; alcuni erano visibilmente ubriachi e parlavano biascicando o urlavano a squarciagola. Le uniche donne presenti erano vestite in maniera terribilmente discinta; le guance coperte di belletto e le labbra pitturate di rosso. Angelique non aveva mai visto nulla di più volgare e si chiese in che posto fosse mai capitata. Deglutì, visibilmente a disagio. L’oste, un tipo alto, grassoccio e con un occhio solo, si affrettò a liberare un tavolo per loro e si prodigò in ossequi nei confronti del conte che, evidentemente, era temuto e rispettato da quelle parti. “Buonasera, Antoine”, disse Vincent, rivolto al guercio che, a quanto pareva, conosceva bene, “Stasera ho portato con me un giovane amico che ha bisogno di divertirsi”. Angelique notò che, nel pronunciare quella frase, il conte aveva ammiccato e l’oste aveva risposto con un sorrisino. Sperò che il suo intento non fosse quello di farla ubriacare, non ci teneva a tornare a casa senza riuscire a reggersi sulle proprie gambe e con la mente annebbiata dall’alcol. Si sedettero al tavolo che era stato preparato per loro e, mentre lei continuava a guardarsi attorno con fare circospetto, Antoine servì loro del vino d’annata, dopo di che sparì, lasciandoli soli. “Non sono abituato a bere troppo vino”, fece Angelique preoccupata e Vincent le rivolse uno sguardo che non riuscì a decifrare. “Bevi”, le consigliò bonariamente, “Un po’ di alcol ti farà bene. In certi casi aiuta”.
“In quali casi?” Stava per chiedere la fanciulla, quando al loro tavolo si avvicinarono due donne. Una doveva avere all’incirca l’età di Angelique, l’altra era più matura. La più giovane aveva lunghi capelli neri e la pelle diafana su cui spiccava il trucco esagerato sulle gote e le labbra carnose. I piccoli seni uscivano dalla profonda scollatura al punto che si intravvedevano i capezzoli. L’altra donna era rossa di capelli e più prosperosa, ma il suo abbigliamento era il medesimo e non lasciava nulla all’immaginazione.
“Beh, che ne dici, André?” Disse il conte, ammiccando, “La ragazzina mi sembra carina, vuoi farci un giro?” Angelique era pallida come un lenzuolo, aprì la bocca per dire qualcosa, ma la richiuse bruscamente quando la brunetta si accomodò sulle sue ginocchia. “Ehm, signorina, non credo sia una buona idea!” esclamò seccata. Vincent di fronte a lei se la rideva e, di tanto in tanto, lanciava occhiate lascive all’altra donna.
“Che ne dite, signor conte, vogliamo salire di sopra?” chiese la rossa, leggendogli nel pensiero. “Perché no?”, rispose Vincent, poi aggiunse, rivolto ad Angelique: “Ci sono delle camere su di sopra, se vuoi puoi appartarti con la ragazzina. Nessuno verrà a disturbarvi”. Adesso lei era rossa come un peperone e balbettava parole incomprensibili.
“Suvvia, non essere timido, André” la incoraggiò il conte, senza intuire il vero motivo del suo imbarazzo. La brunetta intanto si stava strusciando contro di lei, nel tentativo di suscitare una reazione, infine insinuò una mano all’interno della camicia di quello che credeva un ragazzo. Entrambe le giovani sussultarono, l’una per aver percepito qualcosa di strano all’interno della camicia, l’altra per essere stata sfiorata dalle dita di quella sconosciuta. Non le era mai capitato qualcosa di più imbarazzante.
“Ma questa è una donna!” Esclamò la brunetta disgustata, togliendo subito la mano.
Vincent smise di sorridere. “Prego?”
“Vi sto dicendo che non è un ragazzo. Io non faccio giochini erotici con altre donne, potete chiedermi di tutto, ma non questo!”
“Ma, ne siete sicura?” Il conte stentava a crederci; era fermamente convinto che la persona che lo accompagnava fosse un ragazzo, non l’aveva mai sfiorato il dubbio.
“Credete che non sappia distinguere un paio di tette, monsieur?”
Vincent restò di sasso. Credeva di fare una sorpresa ad André e invece gliene aveva fatta una più grande lui. O forse era meglio dire lei?
Angelique seguì il conte all’interno di una sartoria. Vincent l’aveva portata con sé nella città più vicina ai suoi possedimenti e, a un tratto, aveva manifestato la sua intenzione di farsi fare un abito nuovo per quando avrebbe dovuto presenziare a corte. La ragazza, che aveva sempre detestato quel genere di futilità, lo accompagnò riluttante. L’unica cosa che la metteva di buonumore era il fatto che la marchesa avesse lasciato la casa del conte il giorno successivo al suo arrivo, ma sospettava che, una volta giunto a Versailles, Vincent avrebbe tracorso altre piacevoli notti in sua compagnia.
“Allora, che ne dici di questo tessuto?” La distolse dalle sue meditazioni la voce del conte. Angelique notò che egli si era sfilato sia la marsina che la camicia di lino ed ora le stava innanzi a petto nudo, mentre il garzone del sarto gli prendeva le misure per l’abito. Distolse lo sguardo imbarazzata e balbettò: “Mi sembra perfetto”. Era ancora più bello così, con gli addominali scolpiti ed il sorriso sbarazzino. A un tratto il conte parve accorgersi del suo disagio e lo canzonò: “Ehi, André, non mi dire che ti imbarazza vedere un uomo a torso nudo!”
“No, affatto!” Si difese lei, odiandosi per il rossore che le colorava le guance, “E’ solo che detesto le sartorie. Sono roba da donne!”
“Hai ancora tanto da imparare, amico mio”, gli rispose, tuttavia, il conte, “Le signore amano l’eleganza in un uomo, perciò se vuoi conquistarle devi vestire in modo adeguato. Anzi, perché non ti fai fare un abito nuovo anche tu? Togliti la camicia, avanti!”
Angelique arretrò di un passo. Sembrava che avesse visto il diavolo e, prima che il garzone del sarto riuscisse ad avvicinarlesi era già fuori dalla porta dicendo: “Mi sembra di aver sentito nitrire il mio cavallo, vado a dare un’occhiata!”
Vincent scrollò le spalle dubbioso. Quel ragazzino era piuttosto strano, ma aveva un’idea per farlo sciogliere un po’.
Il 30 maggio Marie Antoinette visitò per la prima volta Parigi. Per lei quella fu una parentesi di felicità, durante la quale dimenticò la Du Barry e le pressioni che il re le faceva affinché le portasse il dovuto rispetto.
Desiderava ardentemente vedere la capitale e, grazie all’intercessione delle mesdames tantes, le figlie del re, riuscì ad ottenere dal sovrano il permesso di recarvisi insieme a loro. Inutile dire che il Delfino preferì rimanere nelle proprie stanze; non sembrava condividere nessuno dei passatempi preferiti dalla moglie; amava la caccia e si dilettava nel costruire lucchetti e serrature, ma detestava feste, ricevimenti e qualsiasi attività mondana. Pertanto Marie Antoinette salì in carrozza solo in compagnia di Adelaide, Victoire e Sophie. Era allegra e sorridente, animata dalla curiosità tipica della sua giovane età. Lungo il tragitto videro alcuni razzi innalzarsi nel cielo; Parigi era ancora in festa per le recenti nozze del Delfino e non si risparmiavano luminarie e fuochi d’artificio.
Marie Antoinette era incantata da quello spettacolo e si fece sempre più impaziente mentre la carrozza si avvicinava al Cours-la-Reine, che costeggiava la Senna e conduceva a Place Louis XV, che costituiva l’accesso a Parigi da occidente. Sembrava andare tutto per il meglio, quando, all’improvviso dalla città si levò uno strano frastuono; i cavalli che trainavano la carrozza si spaventarono e rallentarono il passo.
Le guardie della scorta si allarmarono, vedendo alcuni uomini, vestiti di cenci, correre come impazziti. “Altolà”, fecero, sfoderando le armi, “Cosa diamine sta succedendo?” Vennero così a sapere che, al termine dei giochi pirotecnici, una densa folla, impaziente di arrivare prima possibile ai festeggiamenti nei boulevard della capitale, era incappata in un’orribile tragedia: a causa del buio decine di persone erano scivolate nei canali scoperti della rue Royale, ancora in costruzione. Nel panico generale erano rimasti soffocati, schiacciati e calpestati parecchi individui e le principesse dovettero far ritorno a Versailles. Il disastro aveva provocato la morte di centotrentatre persone e questo fatto fu interpretato come un segno di cattivo auspicio. Un altro. Già l’episodio della macchia d’inchiostro sul contratto di matrimonio aveva creato pettegolezzi. Inoltre, si diceva che il giovane Goethe, allora ventunenne, mentre si recava in visita, con altri turisti, nel luogo in cui la futura regina di Francia era stata accolta dalla delegazione francese, avesse notato che gli arazzi che decoravano la sala rappresentavano il mito di Medea e non aveva potuto evitare un urlo di raccapriccio. Quelle immagini non erano affatto adatte a una giovane sposa, sembravano più una premonizione sinistra. Tuttavia Marie Antoinette non si preoccupò delle superstizioni, ciò che la rattristò fu la morte di quelle povere persone e non solo si impegnò insieme al marito, affinché un intero anno delle loro rendite fosse devoluto alle famiglie delle vittime, ma il suo dolore fu profondo e durò parecchi giorni. Nel tentativo di consolarla una dama di corte le disse: “Non angustiatevi per loro, Madame. Ho saputo che fra i cadaveri sono stati trovati ladri e farabutti. Sono stati puniti come meritavano!” Marie Antoinette le rivolse una gelida occhiata: “Oh no, signora”, replicò tristemente, “Sono morti a fianco di gente onesta”.
Angelique si rigirò nel letto in preda a un’insolita agitazione. Aveva continuamente davanti agli occhi il conte insieme alla sua amante e, non sapeva per quale motivo, la cosa la irritava profondamente. Il fatto che la stanza della marchesa fosse di fianco alla sua non l’aiutava affatto. Se tendeva l’orecchio sentiva i suoi gemiti appassionati e il suo turbamento aumentava. Mise la testa sotto il cuscino per impedirsi di ascoltare, ma non riusciva a smettere di chiedersi perché si sentisse così sconvolta per la relazione di Vincent con quella donna. Infine capì. A lei quell’uomo piaceva, molto più di quanto non volesse ammettere. La irritava il suo comportamento con le donne, ma, al tempo stesso, si sentiva attratta da lui. Eppure sapeva di non poter aspirare a nulla di più di una semplice amicizia, fra loro. E non solo perché lui la credeva un ragazzo, ma anche perché apparteneva a una nobile famiglia mentre lei era solo la figlia di un maestro d’armi in esilio. Senza contare che il conte avrebbe presto preso moglie ed ella non era certo il tipo di donna da infilarsi nel letto di un uomo sposato. Si irritò per la piega che avevano preso i suoi pensieri; prima d’ora sentimenti del genere non l’avevano mai afflitta. Era anche vero, però, che prima di allora non aveva mai incontrato un uomo affascinante come Vincent.
Si ripromise, in seguito, di pensare solo alla propria vendetta. L’odio nei confronti della persona che aveva ucciso suo padre l’avrebbe aiutata a dimenticarsi del conte.
In quella soleggiata mattina di primavera la Delfina passeggiava nel parco di Versailles in compagnia della duchessa de Chartres e delle figlie del re, quando sulla sua strada si avvicinò, baldanzosa e piena d’arroganza, la Du Barry. Marie Antoinette strinse i denti. Sapeva che le era stato espressamente richiesto da parte di Sua Maestà di cessare le ostilità nei confronti di quella donna e di mostrarle la benevolenza dovuta al suo rango, ma ormai era una questione di orgoglio. Cedere avrebbe voluto dire ammettere la propria debolezza. Si fece aria col ventaglio e rise per una battuta della duchessa, ignorando volutamente la Du Barry che rimase livida a fissarla mentre si allontanava. Le zie si unirono alla sua risata e guardarono di sbieco la favorita. Erano certe che da quella lotta la Delfina ne sarebbe uscita vittoriosa. Intanto Jeanne si avviò a grandi passi verso la reggia. Era furiosa. Nella sala delle udienze trovò il re, intento a congedare uno dei suoi ministri. Gli si gettò ai piedi in lacrime e Louis rimase a fissarla sconcertato. Cosa diamine era accaduto, adesso? Tra un singhiozzo e l’altro la donna esclamò: “La Delfina si ostina a ignorarmi. Non mi sono mai sentita più umiliata! Se continua così diverrò lo zimbello di tutti qui a corte!”
Sua Maestà si accigliò. Dava già per risolta quella questione, invece, a quanto pareva, quella ragazzina era più cocciuta di un mulo. Come osava ignorare i suoi voleri?
“Suvvia, non fate così! Vedrò di parlarle nuovamente e con più decisione”.
La Du Barry si asciugò le lacrime trionfante. Gettò un’occhiata alle sue spalle per controllare che nessuno li stesse osservando e prese ad armeggiare coi bottoni dei suoi calzoni. Il re si lasciò sfuggire una risata. “Diamine, Jeanne, siamo in pieno giorno e non ho terminato le mie udienze!” Un sorriso birichino le affiorò sulle labbra.
“Farò in fretta, mio adorato” e, detto ciò, si chinò a baciargli il membro che già si ergeva in tutta la sua potenza. Lo prese in bocca e cominciò a succhiare, mentre Louis chiudeva gli occhi estasiato. Stava quasi per finire il suo lavoro quando furono interrotti dall’arrivo dell’ambasciatore d’Austria. Jeanne si alzò istintivamente in piedi e fece un inchino, sforzandosi di non ridere. Trovava tutto ciò divertente ed eccitante. Louis invece si schiarì la voce e ostentò indifferenza. “Capitate giusto a proposito, conte Mercy-Argenteau. Desidererei parlarvi di una certa questione”. La Du Barry gli lanciò un’ultima occhiata prima di lasciarli soli. Era certa di sapere l’argomento della loro chiacchierata ed era sicura che, stavolta, quella stupida austriaca avrebbe dovuto chinare il capo.
Continua...
Quando il conte entrò nella stanza, Florence era distesa sul letto completamente nuda.
“Vi stavo aspettando”, fece in tono annoiato, “Perché mai ci avete messo tanto a raggiungermi?”
“Ho dovuto fare le mie scuse al mio ospite per come lo avete trattato”. La risposta parve non piacere alla marchesa che si ritrasse al suo abbraccio, quando egli le si avvicinò.
“Si può sapere perché vi siete messo in casa quel ragazzino? Non avrete cambiato gusti sessuali, mi auguro!”
Vincent la fissò un istante senza il minimo accenno di una risata. “Ve l’ho già detto; André mi ha salvato la vita, era il minimo che potessi fare per dimostrargli la mia gratitudine. Ma non preoccupatevi, non dirà nulla riguardo alla nostra relazione, se è questo che vi preoccupa”.
Le abili dita del conte le scivolarono lungo la schiena ed ella fu percorsa da un brivido.
“E che mi dite, riguardo al mio fidanzamento con vostra nipote”, cambiò abilmente discorso, mentre le accarezzava una natica.
“Ormai è cosa fatta”, rispose la marchesa con un sospiro di piacere, “Ho faticato un po’ a convincere mio fratello che voi eravate il partito migliore per la piccola Eléonore. La vostra reputazione di libertino è giunta anche alle sue orecchie, purtroppo”.
Vincent pareva divertito. “Non ditemi che si preoccupa del fatto che possa essere un marito infedele! Chi si fa più di questi scrupoli, a corte?”
“Oh, sapete bene che mio fratello tiene in modo particolare alla sua figliola. Per questo la sorveglia giorno e notte affinché nessuno possa attentare alla sua virtù”.
“Uhm… è una buona cosa. Vorrà dire che avrò la garanzia che arrivi vergine al matrimonio.” Le dita di Vincent si erano soffermate a giocare con la sua femminilità e la marchesa trattenne a stento un gemito. Le risultava difficile tenere conversazione in quel frangente e si augurò che egli lasciasse cadere l’argomento. Ma il conte era convinto che sapersi dominare fosse la vera abilità del libertino, poiché chiunque può affondare la spada, ma solo un abile spadaccino sa trattenersi e prolungare il piacere.
“Dunque avete detto di essere riuscita a convincerlo. Posso sapere come?”
Insinuò un dito all’interno della sua vagina, muovendolo con grande abilità. La marchesa aveva cominciato a contorcersi sempre più accecata dal desiderio.
“Gli ho detto che potevo garantire io riguardo alla vostra rispettabilità”. Aveva parlato in un sussurro e il conte si era fermato un attimo, come soprappensiero.
“Ne siete sicura, Florence? Proprio voi garantite sulla mia rispettabilità?”
A quel punto la marchesa l’aveva zittito con un bacio. Le loro lingue si persero l’una nella bocca dell’altro e, mentre lo baciava, ella si protese a slacciargli i calzoni.
“Non posso più aspettare, Vincent!” Fece decisa, non appena le loro labbra si staccarono. E, finalmente, egli la penetrò.
Continua...
La giornata era sul finire quando Angelique e Vincent rincasarono e, al loro ritorno, furono sorpresi dall’arrivo inaspettato di una donna. La dama in questione fu presentata alla ragazza come la marchesa de Chateaurenaud e, a quanto pareva, era la zia della fidanzata del conte. “Florence, che sorpresa!” La salutò Vincent. Era evidente che fra i due c’era una profonda amicizia e Angelique si chiese che tipo di legame esistesse fra loro. “Permettetemi di presentarvi un mio giovane amico. Si chiama André e mi ha salvato la vita durante un’imboscata da parte di un gruppo di briganti”, continuò il conte. La marchesa parve stupirsi. Squadrò quello che ai suoi occhi era solo un ragazzino e rispose: “Ma davvero? Stento a credere che sia stato tanto abile da sgominare un’intera banda di banditi da solo!”
Ad Angelique quelle parole sprezzanti non piacquero. “Infatti non ero solo, madame. L’aiuto del conte mi è stato prezioso”.
“Non ho dubbi, ragazzo. Vincent è il più abile spadaccino che io conosca”, fece la dama; poi, con un sorrisino malizioso aggiunse: “Molte donne vorrebbero impossessarsi della sua spada!” Vincent si lasciò sfuggire una risatina, poi la rimproverò bonariamente: “Suvvia, Florence, non siate maligna. Cosa penserà il mio giovane ospite?”
La marchesa lanciò un’altra occhiata ad Angelique. In realtà la presenza di quel “ragazzino” la infastidiva. Aveva creduto di trovare Vincent da solo e, invece, c’era un estraneo a complicare le cose. “Sono un po’ stanca per il viaggio”, fece all’improvviso la donna, “Vogliate scusarmi, ma credo che salirò nella stanza degli ospiti per riposare un poco”. Prima di allontanarsi si volse a guardare un’ultima volta il conte. “Buona notte, Vincent”, disse quasi in un sussurro. Angelique ebbe l’impressione di leggere nel suo sguardo qualcosa di strano che non seppe decifrare. Fu il conte a dissipare ogni dubbio, quando la dama si chiuse la porta alle spalle.
“Florence è la mia amante”, fece con indifferenza, “Immagino che la tua presenza qui non le abbia fatto molto piacere, di sicuro sperava non ci fossero occhi indiscreti, visto che la nostra è una relazione segreta. Mi scuso se è stata un po’ maleducata nei tuoi confronti”.
Angelique sgranò gli occhi incredula. “Ma è la zia della vostra fidanzata! Come potete…”
Vincent rise di gusto, mentre si versava del vino e si sedeva innanzi al caminetto per gustarselo con calma. “Il mio fidanzamento è opera sua. Sapeva che cercavo una nobile fanciulla da sposare e che mi desse dei figli, così mi ha proposto sua nipote. Appartiene a una famiglia rispettabile e possiede un’ottima dote. Non avrei potuto trovare di meglio, non credi?”
“Ma voi non l’amate?”
“Sei ancora così giovane da credere all’amore?” Sembrava divertito e questo irritò ulteriormente Angelique. Non sapeva perché si stesse facendo coinvolgere così da quella questione, eppure non riusciva a non sentirsi disgustata dall’atteggiamento del conte.
“Ebbene sì, sono convinto che l’amore sia essenziale in un matrimonio”.
“Non lo è quasi mai”, disse Vincent con convinzione, “E, per quanto mi riguarda, non ho mai basato i miei rapporti sul sentimento. Amo le donne e il piacere che può derivare dal portarmele a letto. Nulla di più”.
Angelique era arrossita fino alla radice dei capelli, ma era rimasta in silenzio. Non era nei suoi interessi inimicarsi il conte, anche se la sua opinione su di lui era rimasta particolarmente influenzata da quelle parole. Poi Vincent aveva parlato di nuovo: “Sei mai stato con una donna, André?” La domanda colse la fanciulla di sorpresa.
“Certo che no!” Rispose con un moto di stizza. Si guardò bene dall’aggiungere che ella stessa era una donna e, poiché non era vittima di strane inclinazioni, l’idea non l’aveva nemmeno sfiorata. L’uomo parve soppesare la sua risposta. “Bisognerà rimediare, ragazzo mio!” Esclamò con un sorrisino divertito, dopo di che si congedò. Lo aspettava una lunga notte in compagnia della marchesa e non aveva intenzione di farla attendere troppo a lungo.
Giulia guardò furtivamente il nuovo compagno di scuola. Era un ragazzo riservato e taciturno che dimostrava più dei suoi 18 anni. Le altre ragazze della classe già scommettevano su chi fra loro sarebbe riuscita a conquistare quel bel tenebroso e non facevano altro che girargli attorno.
Ma Giulia no, lei se ne stava in disparte ad osservare le compagne coi loro sorrisini maliziosi, troppo timida per prendere parte al gioco anche se, forse, non le sarebbe dispiaciuto avere per sé la sua attenzione.
“Marco, studiamo insieme questo pomeriggio?” propose improvvisamente Vanessa all’oggetto dei suoi pensieri “I miei genitori sono fuori casa e potremmo dedicarci alla ricerca di scienze senza essere disturbati.” Le altre ragazze sogghignarono.
“Sì, alla ricerca di scienze!” esclamò Barbara divertita e velocemente scansò la gomitata che Vanessa le aveva indirizzato. Giulia scosse la testa disgustata. Trovava di pessimo gusto proporsi in quel modo sfacciato a un ragazzo. Diversamente dalle sue compagne lei sognava una storia romantica, lunghe passeggiate al chiar di luna e una dichiarazione d’amore in piena regola.
Purtroppo dubitava di poter avere tutto questo un giorno. Eppure non era brutta, tutt’altro; chiunque la conoscesse la considerava decisamente carina, coi suoi lunghi capelli castani e quegli occhi verdi sognanti. Il suo problema era la timidezza. Non avrebbe mai avuto il coraggio di far capire a un ragazzo che era interessata a lui, né tanto meno di invitarlo ad uscire. Eppure Marco le piaceva da morire. Aveva un non so che di affascinante col suo carattere chiuso e scontroso, un James Dean dell’era moderna! Mentre era persa nelle sue riflessioni, quasi non si avvide che lui si era avvicinato proprio a lei e le stava parlando.
“Come?” balbettò confusa, “Non ho capito…”
Il sorriso sbarazzino di Marco la fece arrossire.
“Ti ho chiesto se ti va di preparare insieme la ricerca.”
“Pensavo la facessi con Vanessa!”
Lui fece spallucce.
“Chi? Quella? Non credo sia seriamente intenzionata a studiare ed io non ci tengo a prendere un brutto voto a causa sua. Quest’anno abbiamo l’esame e dobbiamo impegnarci a fondo.”
I suoi occhi azzurri la scrutarono per un lungo istante poi aggiunse con un leggero imbarazzo:
“E poi tu sei la più brava della classe, no?”
A quelle parole Giulia si sentì avvampare di nuovo. Detestava il rossore che le colorava le guance quando qualcuno la metteva a disagio. Non poteva sapere che quella era una delle cose che più piacevano a Marco di lei.
“Va bene”, rispose infine con un filo di voce “Ci vediamo alle tre in biblioteca, allora!”
“Sarò puntuale!”
La storia di Giulia e Marco cominciò così, in una mattina di fine ottobre, fra i banchi di scuola.
In seguito ci furono interi pomeriggi a studiare insieme, ore passate a parlare di tutto e a confidarsi i propri piccoli segreti. E infine venne il bacio. Quello tanto sognato e desiderato, come nei film, quando ci si giura amore eterno. Per Giulia fu una forte emozione che avrebbe ricordato per sempre. Quel giorno passeggiarono a lungo, tenendosi per mano come una qualsiasi coppia di innamorati, col cuore in tumulto per aver scoperto per la prima volta l’amore. I mesi si susseguirono nella più perfetta armonia. Giulia e Marco si vedevano tutti i giorni, sia a scuola, sia oltre gli orari di lezione. I compagni avevano cominciato a prenderli in giro.
“A quando le nozze?” aveva esclamato malignamente Barbara.
Vanessa invece si era dichiarata profondamente disgustata.
“Sono talmente appiccicosi, diabetici oserei dire!”
Ma loro non si curavano dei pettegolezzi e vivevano serenamente la loro storia alla luce del sole.
Una sera lui la portò in spiaggia a guardare le stelle. Sapeva essere molto romantico e questo era uno dei lati che Giulia maggiormente apprezzava in lui. Si sedettero in riva al mare; lei aveva le guance arrossate dal freddo ma si sentiva talmente felice che avrebbe potuto rimanere lì, insieme a lui, per tutta la vita. “Hai freddo?” Le chiese all’improvviso Marco, vedendo che tremava.
“Un poco”, rispose lei stringendosi forte a lui.
“Ti riscaldo io, non temere!” E si chinò a baciarla dolcemente.
Quella sera fecero l’amore per la prima volta. Lì, sulla spiaggia deserta, cullati dalle onde del mare. A Giulia sembrò di toccare il cielo con un dito mentre le mani di lui l’accarezzavano dolcemente ed i suoi baci le sfioravano la pelle come lingue di fuoco. Inutile dire che il freddo le passò all’istante per lasciar posto a una marea di sensazioni indimenticabili.
Eppure anche la storia fra Giulia e Marco era destinata a finire. Successe i primi giorni di maggio. Lui da un po’ di tempo era più taciturno e spesso trovava la scusa di dover studiare pur di non stare con lei. “Tra non molto la scuola finirà e avremo gli esami”, le disse una mattina, dopo le lezioni, “Ed io non sono affatto preparato. Ho bisogno di ripassare ancora alcune materie, da questo esame dipende tutto il nostro futuro!”
Giulia sapeva che aveva ragione, ma qualcosa nel suo atteggiamento le fece dubitare che non ci fosse dell’altro; qualcosa che lui le nascondeva.
“Dimmi la verità, Marco. Cos’è che ti turba?”
Lui sospirò, distogliendo lo sguardo, quasi non avesse il coraggio di incontrare i suoi occhi.
“Stiamo facendo le cose troppo in fretta, Giulia!”
“A cosa ti riferisci?” le parole le uscirono di bocca in un sussurro. Tremava, ma stavolta non era per il freddo.
“Mi riferisco alla nostra storia. Stiamo correndo troppo. Cavolo, siamo ancora troppo giovani!”
Giulia sentì le lacrime affiorarle e le ricacciò indietro. Non voleva che lui la vedesse piangere, era stata sempre molto orgogliosa.
“Che c’entra la nostra età? Non capisco…”
Marco parve spazientirsi.
“C’entra eccome, Giulia! Ti rendi conto che abbiamo una vita davanti? E tantissime esperienze da fare? Hanno ragione i nostri compagni a prenderci in giro, noi siamo sempre appiccicati come la colla! Io ho bisogno di conoscere gente nuova, di vivere la mia vita appieno…”
“Stai cercando di dirmi che vuoi lasciarmi?” le faceva male il petto mentre pronunciava quella frase, ma doveva sapere. Ormai fingere che nulla fosse successo non si poteva più.
“Sì, Giulia. Probabilmente sarò io a pentirmene ma non ce la faccio più a continuare così. Rivoglio la mia libertà.”
Quelle parole la ferirono profondamente. Aveva parlato come se il loro amore fosse una gabbia da cui scappare. Per lei era una cosa diversa. Per lei era la massima espressione della vita, la gioia, l’emozione più grande.
Rimase per un istante a guardarlo in silenzio, come se volesse imprimersi nella memoria i lineamenti del suo viso. Poi lentamente si voltò e scappò via.
Il racconto segue su Caffé Letterario:
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Se volete commentare il racconto vi sarei grata se lo faceste sul blog di Caffé Letterario, grazie.
Ricevo questo premio dal blog
Best Graphic Award
Questo premio nasce per tutti coloro che hanno un sito, un blog, un forum di grafica sia esso di tutorial oppure una semplice esposizione delle proprie creazioni
Come si assegna?
Semplice: una volta che avete ricevuto il premio, potete assegnarlo ad altre 10 persone. Se riceverete il premio una seconda volta, potrete assegnarlo altre 10 volte e così via.
Regole
1. Assegnate il premio solo a siti che rientrino nella categoria
2. Esponete il bannerino e le regole
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N.B. I premi sono stati assegnati a quei blog che mi piacevano da un punto di vista di grafica e non contenutistico (o per lo meno non solo). Visto che il premio si chiama Best Graphic Award mi sembrava più corretto.
Angelique era strabiliata dall’estensione delle terre appartenenti al conte. Aveva cavalcato per ore, al suo fianco, mentre le mostrava distese di campi coltivati, vigne, frutteti e ancora un’enorme cantina e le stalle. Per non parlare della residenza di famiglia che contava almeno una trentina di stanze e una cucina, grande come l’intera casa in cui era cresciuta, dove si aggiravano decine di servitori in livrea. Non era abituata a quello sfarzo e si sentiva un po’ a disagio in compagnia di quell’uomo in apparenza gioviale, ma ancora un perfetto estraneo per lei.
“Allora, che te ne pare, André? Non è una meraviglia?”
“Sono senza parole”, rispose la ragazza, cercando di non dimenticare di dare alla propria voce un’intonazione maschile.
Vincent sorrise. Aveva un sorriso pieno di fascino; per un attimo Angelique si ritrovò a pensare che doveva aver conquistato un sacco di fanciulle col suo charme. In fondo era stata una fortuna che lui l’avesse scambiata per un ragazzo, almeno così sarebbe stata al sicuro dalle insidie di quell’aristocratico. Poi si ricordò del motivo per cui si era messa in viaggio sotto false spoglie ed azzardò una domanda: “Dunque voi abitate qui. Non siete mai stato a Versailles? So che la maggior parte dei nobili preferiscono i divertimenti della reggia alla vita di campagna”.
Il conte le rivolse uno sguardo enigmatico. “Senz’altro la vita di corte ha i suoi vantaggi”, concesse, “Infatti mi reco a Versailles piuttosto spesso. Tuttavia vivere lì non è un granché; le stanze sono piccole e scomode, proprio per il grande affollamento di nobili. Preferisco soggiornare qui alla tenuta e recarmi a corte di tanto in tanto per i miei divertimenti”, squadrò Angelique per un breve istante, infine chiese a sua volta: “Perché questa domanda? Ti piacerebbe essere invitato a corte?”
Ella arrossì, leggermente a disagio. Non voleva essere scambiata per una persona in cerca di favori, però effettivamente era proprio quello il suo scopo.
“Mi piacerebbe vedere Versailles, ma non sono nobile e quindi dubito di poter essere introdotto a corte”.
“Se ti fa piacere puoi accompagnarmi durante la mia prossima visita. Ho bisogno di qualcuno di fiducia al mio servizio e chi meglio di te che mi hai salvato la vita?”
“Dite sul serio? Ma non avevate detto che andavate in visita alla vostra fidanzata?”
“Sì, quello è uno dei motivi del mio viaggio. Ma, di sicuro, dovrò anche presenziare a corte e rendere i miei omaggi al re”.
A quelle parole Angelique sussultò. Non le pareva vero che avrebbe potuto essere ammessa alla presenza di Sua Maestà. Sembrava proprio che la fortuna girasse a suo favore. “Beh, che ne dici?” incalzò il conte.
“Sarò lieto di accompagnarvi e di servirvi, Vincent”.
Quella notte Angelique faticò a prendere sonno. Non riusciva a evitare di pensare al suo incontro col conte. Quell’uomo la turbava profondamente e non ne capiva il motivo. Doveva avere una trentina d’anni, ma ancora non era sposato. Si chiese perché non si fosse deciso a metter su famiglia. Durante la cena si era lasciato andare a qualche confidenza, raccontandole di essere sul punto di fidanzarsi con una giovane marchesina. A quanto pareva quello era il motivo del suo viaggio a Parigi. La famiglia di lei lo attendeva per prendere gli ultimi accordi, prima del fidanzamento ufficiale. Eppure, mentre gliene parlava, non l’aveva visto molto emozionato all’idea. Discorreva di lei come se non gliene importasse nulla. Sapeva che quelli non erano affari suoi, eppure continuava a chiedersi che tipo fosse quella ragazza e per quale motivo lui sembrava provare la più totale indifferenza nei suoi confronti. Sapeva che la maggior parte dei matrimoni erano regolati più da questioni d’interesse che di sincero affetto, ma lei aveva sempre pensato che l’amore fosse molto più importante. Era grata a suo padre per non aver mai voluto prendere in considerazione l’idea di darla in sposa a qualche signorotto benestante, del resto il matrimonio non faceva per lei. Non si vedeva nei panni della solerte mogliettina, dedita alla casa e ai figli. Per un attimo le tornò in mente la bizzarra proposta di Etienne e si lasciò sfuggire una risatina. Povero Etienne, le era talmente affezionato da sacrificare la propria vita per lei, portandola all’altare. Per fortuna i suoi piani erano ben diversi; un giorno lui l’avrebbe ringraziata per non averlo obbligato a un matrimonio senza amore. In quanto al conte, ancora non lo aveva ben inquadrato. Che tipo di uomo era? Il classico nobile dedito al libertinaggio oppure una persona onesta che avrebbe cercato di rendere felice la sua futura sposa? Il sonno la colse mentre si poneva questa domanda, non sapeva che presto avrebbe avuto le sue risposte.
Marie Antoinette volse il viso imbronciato verso Madame Sophie.
“Sua maestà il re vuole che io rivolga la parola a quella donna!” Non c’era bisogno di specificare di chi si trattasse, era piuttosto ovvio. Un brusio di sdegno si levò fra le figlie del sovrano. “Ma è inaudito!” esclamò Madame Adélaide, mentre Victoire e Sophie si facevano aria col ventaglio, “Voi non dovete assolutamente cedere ai capricci della Du Barry”. La Delfina la pensava allo stesso modo. Lei, una principessa di sangue reale, non poteva darla vinta a una prostituta. Come osava il re chiederle una cosa simile? Nel suo paese, l’imperatrice sua madre faceva frustare le donne come quella. In Francia invece le usanze erano ben diverse, a quanto pareva.
“Non preoccupatevi”, aveva bisbigliato Sophie, in quel mentre, “Noi saremo dalla vostra parte”. Intanto Victoire annuiva con decisione.
Tuttavia Marie Antoinette era indecisa. Aveva ricevuto una lettera da sua madre in cui le si raccomandava di eseguire gli ordini del sovrano e le si chiedeva di cedere a questo suo capriccio. Tutta la corte ormai si era schierata, o dalla sua parte, o da quella della favorita; era quasi diventato un affare di stato. Eppure lei non se la sentiva di essere arrendevole. C’erano valori morali che le erano stati insegnati fin da piccola che non si sentiva di ignorare. E poi, quella donna era insopportabile! Così piena di boria, solo perché passava le notti nel letto del re. E come ostentava la sua felicità a fianco dell’uomo più potente di Francia! Lei, invece, ancora non sapeva cosa volesse dire giacere con un uomo, dal momento che suo marito ancora si rifiutava di adempiere ai suoi doveri coniugali. Lei, che era la sposa legittima del Delfino, non aveva mai assaporato la dolcezza dei suoi baci e delle sue carezze, mentre una prostituta senza arte né parte dettava legge lì a corte. Era disdicevole!
“Farò quello che mi consigliate, care zie”, disse infine, sforzandosi di sorridere. Se la Du Barry voleva la guerra che guerra fosse!
Al termine della cena Angelique era più che soddisfatta. Aveva mangiato divinamente, come poche volte le era capitato nella vita, ed ora stava conversando amabilmente con il conte. “E così è stato vostro padre a insegnarvi a tirare di scherma?” Le chiese Vincent, pieno di curiosità.
“Sì, signor conte. Mio padre era un abilissimo spadaccino. Un tempo era uno dei più famosi maestri d’arme di Versailles”.
“Versailles? Addirittura?” Lo sguardo del nobiluomo si fece ancora più interessato. “E come mai vostro padre non vi ha accompagnato in questo viaggio?”
“Mio padre è morto alcuni giorni fa”, spiegò la ragazza, mentre un velo di tristezza le offuscava il viso. Per un istante fu tentata di raccontargli tutta la storia, ma infine ci ripensò. Non era prudente; in fondo non conosceva affatto quell’uomo. Quindi continuò: “Mi sono messo in viaggio, dopo le onoranze funebri, per raggiungere la famiglia di mia madre che risiede a Parigi. A parte loro, non ho più nessuno”.
“E vostra madre?”
“E’ morta dandomi alla luce. Io non l’ho mai conosciuta, se non attraverso i racconti di mio padre”.
“Mi spiace. E’ una triste storia la vostra”.
Per un attimo nella stanza calò un imbarazzante silenzio. Infine il conte riprese a parlare:
“Ho in programma anch’io un viaggio nella capitale, fra qualche giorno. Potremmo proseguire il viaggio insieme, se vi va. Fino ad allora sareste mio ospite, naturalmente”.
Angelique esitò. Poi le venne in mente che l’amicizia con un nobile avrebbe potuto esserle d’aiuto, se voleva infiltrarsi all’interno della reggia.
“Volentieri, signor conte”.
“Chiamami Vincent”, fece d’un tratto lui, “Sarei felice se diventassimo amici”.
Angelique sorrise e levò il calice per brindare alla sua salute. “Perché no?”
Dopo l’amore, Jeanne si distese languidamente a fianco del re. “Direte una buona parola per me, alla Delfina?” domandò a bruciapelo. Il viso di Louis era disteso e rilassato, quale momento migliore per riproporgli la questione che le stava a cuore?
Lui le sorrise. “Lo farò, mia adorata. Vedrete che Marie Antoninette presto vi accoglierà fra le sue amicizie”.
La Du Barry assunse un’espressione trionfante. Sapeva che l’avrebbe avuta vinta.
“Oh, grazie. Avrete tutta la mia totale gratitudine!”
Luois si chinò a sfiorarle un capezzolo con la lingua.
“Lo spero bene, mia cara Jeanne”.
Lei allora si lasciò sfuggire una risatina. “Finora non vi ho mai deluso, se non sbaglio”.
“Questo è vero”.
“Quando pensate di parlarle, dunque?”
Il re prese a stuzzicarle l’altro capezzolo. “Non abbiate fretta”, la redarguì, “La fretta è sempre cattiva consigliera”.
Jeanne emise un lieve sospiro e chiuse gli occhi. In fondo Sua Maestà aveva ragione; la calma era la virtù dei forti e lei non si era mai fatta cogliere dall’impazienza, prima d’ora. Forse per questo era arrivata tanto in alto. Sentì la lingua del suo amante scendere lentamente, fino ad arrivare al suo clitoride. Gemette piano e mormorò: “Siete adorabile. Non smettete, vi prego”.
Del resto, Louis era ben lungi dal voler smettere.
Continua...