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Le storie di Laureen

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lunedì, 20 agosto 2007

La Rosa di Parigi 90

Entrata nella stanza che le era stata indicata come quella in cui era tenuto prigioniero il Delfino di Francia, Julie rimase attonita ad osservare la scena che le si offriva alla vista.

All’interno un bambino di otto anni, vestito con abiti grezzi e rattoppati, rideva alle volgarità delle guardie. I suoi tratti nobili e delicati contrastavano con l’aria di furbizia popolana che ostentava.

“Ebbene, Capeto, come ti senti questa mattina?” lo interrogò uno dei suoi carcerieri.

“Niente male”, fece lui senza nemmeno notare la presenza di Julie, “Poi vedo il sole, fuori dalla finestra. Deve essere proprio una bella giornata di ottobre.”

La guardia scoppiò in una risata poi distolse lo sguardo.

Le era stato ordinato, dai capi della Rivoluzione, di non rivelare al bambino la terribile verità.

Julie si volse confusa verso Philippe che le fece immediatamente cenno di tacere. Qualsiasi errore avrebbe potuto essere loro fatale e nessuno doveva accorgersi che conosceva il principino.

Poi Louis-Charles si rivolse all’ “istitutore” che i capi della Rivoluzione gli avevano assegnato affinché gli facessero dimenticare, anzi disprezzare, il suo rango.

“Ehi, Simon, facciamo una partita a carte?”

Antoine Simon, un calzolaio rozzo e ignorante, si andò a sedere vicino al ragazzino e tirò fuori un mazzo di carte.

Intanto Julie veniva trascinata via da Philippe.

“Sarebbe stato meglio non venire qui”, disse l’uomo mentre si allontanavano dalla stanza, “Sapevo che l’incontro col Delfino ti avrebbe turbata.”

“Quello non era Louis-Charles”, fece lei incredula, “Non era il bimbo dolce ed educato che conoscevo io!”

“Gli hanno fatto il lavaggio del cervello, Julie. Solo in questo modo Robespierre e gli altri pensano di scongiurare il pericolo di un restauro della monarchia. Non dimenticare che lui un giorno potrebbe rivendicare i suoi diritti come re della Nazione.”

Julie sussultò e rallentò il passo.

“Cosa intendi dire con “lavaggio del cervello?”

“E’ stato imbevuto di principi rivoluzionari. Avevano bisogno di un testimone d’accusa al processo contro la regina e un bambino è facile da manipolare. Hai visto quell’uomo che era con lui, quel tale di nome Simon?”

Ella annuì in silenzio mentre Philippe si affrettava ad aggiungere:

“E’ stato lui ad istruirlo, a insegnargli cosa doveva dire, come doveva comportarsi. Non mi stupisce che tu l’abbia trovato tanto cambiato.”

Ancora frastornata dagli ultimi avvenimenti, Julie domandò con un filo di voce:

“Perché hai detto che avevano bisogno di un testimone che accusasse Sua Maestà? Cosa c’entra Louis-Charles? Per quanto siano riusciti a cambiarlo non credo che avrebbe potuto far condannare a morte sua madre.”

“Fossi in te non ne sarei così sicura.”

“Spiegati meglio.”

“E’ chiaro che lui non si rendeva conto di firmare la condanna a morte di sua madre. Non ha assistito al processo, né sapeva che ce ne sarebbe stato uno; tuttavia ha fatto certe dichiarazioni infamanti sotto l’effetto di una droga.”

“Quali dichiarazioni?”

“Julie, per favore, non è il caso di rivangare il passato. Quel che è stato è stato. Pensiamo solo a metterci in salvo.”

Ma lei fu irremovibile.

“Ti ho chiesto quali dichiarazioni!”

Julie se ne stava immobile davanti a lui con i pugni serrati e un’espressione che lui non le aveva mai visto. Philippe comprese che non avrebbe più potuto nasconderle la verità. Si sarebbe rifiutata di partire finché non le avesse raccontato ogni cosa. Ormai la conosceva bene.

“Ha rivelato di aver sentito la madre e la zia discutere con delle guardie riguardo a una loro possibile fuga.”

“E questo sarebbe bastato a far condannare a morte Sua Maestà?”

“Ovviamente no.”

“Allora c’è dell’altro. Cosa?”

Philippe esitò un istante. Infine disse:

“Ha dichiarato che sua madre gli insegnava certi giochetti erotici e che più di una volta lei ha abusato sessualmente di lui.”

Julie sbiancò in volto, incredula.

“Non è possibile. Louis-Charles non può aver detto simili atrocità!”

“Era sotto l’effetto di una droga, Julie, non si rendeva conto di quel che diceva.”

“Ma è solo un bambino! Come possono averlo fatto, Philippe? E’ questa la giustizia per cui ti sei battuto tanto? Mi dicevi di voler cambiare il mondo, che finalmente avremmo potuto vivere in un Paese dove avrebbero regnato la libertà, l’uguaglianza e la fraternità; ma dimmi è questo il mondo che volevi?”

Philippe l’abbracciò nel tentativo di consolarla.

“No, amor mio. Non era questo il mondo che sognavo.”

“Eppure non hai fatto nulla per cercare di cambiare le cose.”

“Cosa potevo fare?”

“Tu eri uno dei Capi della Rivoluzione. Eri uno di loro.”

“Ho cercato di oppormi a certe decisioni. Come puoi pensare che non l’abbia fatto? Ma non è così semplice. Le cose non sempre vanno come ci si aspetta che vadano.”

Philippe le baciò la fronte, dicendole che era giunto per loro il momento di andare, ma Julie esitò.

“Dimmi ancora una cosa. Tu sapevi di quelle dichiarazioni, voglio dire ne eri al corrente prima del processo?”

“Sì, Julie.”

“E’ stato per questo che non hai voluto che fossi presente anch’io quel giorno?”

“Sì, è stato per questo. Sapevo che ne avresti sofferto e volevo evitarlo.”

Julie guardò il marito con una tristezza infinita negli occhi.

“Non sono stata l’unica a nascondere qualcosa, dunque”, mormorò amareggiata, ma in quel momento apparve Nicolas che ricordò loro che una carrozza li attendeva fuori e che dovevano sbrigarsi. Prima di salire sulla vettura Julie dette un ultimo sguardo al Tempio. La Rivoluzione aveva portato con sé odio, risentimento ed il sangue di molti innocenti. Ma loro erano vivi e avevano ancora un’opportunità; non si sarebbero arresi perché la loro vita era un bene prezioso e andava difeso con ogni forza. E la loro forza veniva dall’amore.

 

Secondo le fonti storiche Marie-Thérèse Charlotte, duchessa d’Angoulème fu liberata nel 1795, grazie ad uno scambio di prigionieri, e si rifugiò in Austria. Ella fu l’unica superstite della Famiglia Reale e nel 1815 fece ritorno in patria finché, in seguito alla rivoluzione del 1830, fu mandata in esilio. Morì nel 1851 nel castello di Frohsdorf, vicino a Vienna e fu seppellita a Gorizia, nella tomba di famiglia. Esiste tuttavia una teoria in base alla quale la figlia dei Reali di Francia sia stata sostituita dopo la sua scarcerazione e che abbia vissuto il resto dei suoi giorni sotto mentite spoglie e in assoluta segretezza. Finora però questa teoria non è mai stata provata.

 

Louis-Charles, duca de Normandie, invece morì di malattia durante la sua prigionia al Tempio, nel 1795. Circolano voci secondo cui anche lui si sarebbe salvato. Alcuni sostengono infatti che in realtà il corpo del bambino trovato morto in quella prigione non fosse il suo. Anche questa teoria però non è mai stata provata.


20070215-200419


Si conclude qui "La Rosa di Parigi" ma vi aspetto ancora nel mio blog con altre storie e racconti.


 

 

 

 


postato da: Luna70 alle ore 18:52 | link | commenti (64)
categorie: la rosa di parigi
giovedì, 16 agosto 2007

La Rosa di Parigi 89

La carrozza si fermò davanti al tetro edificio e Julie ne scese, accompagnata da Philippe.

Una guardia all’ingresso li fermò dicendo:

“Altolà, dove andate?”

Ed egli rispose:

“Sono il cittadino Delatouche. Io e mia moglie siamo stati incaricati di controllare che tutto sia in ordine. E’ il governo rivoluzionario che ci manda.”

A quelle parole l’uomo si mise sull’attenti e rispose:

“Entrate!”

Senza farselo ripetere i due si introdussero all’interno, mentre Nicolas attendeva in carrozza col piccolo Jean-Paul. Salirono di corsa una rampa di scale e poi ancora un’altra fino a raggiungere la porta di una stanza sorvegliata a vista da una seconda guardia.

Informatosi, Philippe venne a sapere che lì si trovavano la principessa Marie-Thérèse e sua zia Elisabeth. Louis-Charles invece era stato sistemato in un’altra stanza.

Ottenuto il permesso dalla guardia, Julie entrò. Dopo un attimo di smarrimento, una delle due donne presenti nella stanza, all’incirca sui quattordici anni e con un viso pallido e impaurito, parve riconoscerla.

“Mademoiselle Julie!” esclamò senza riuscire a trattenere le lacrime, “Siete proprio voi?”

Ella quasi non riusciva a credere che la fanciulla che le stava di fronte fosse la bimba allegra che aveva visto giocare nel parco di Versailles.

“Marie-Thérèse”, disse in un sussurro, poi la strinse in un abbraccio.

Philippe che osservava la scena si sentì commosso nel vedere il profondo affetto che le univa.

“Julie”, fu tuttavia costretto a dire, “Non abbiamo molto tempo.”

Ella annuì silenziosamente, quindi si rivolse alla principessa.

“State bene?”

“Sì, non dovete preoccuparvi per me.”

“E vostro fratello?”

“Non ho occasione di vederlo. Ci hanno separati al nostro arrivo qui ed ora anche nostra madre è stata allontanata. Mi chiedo per quale ragione non possiamo stare tutti insieme.”

Julie comprese dalle sue parole che non aveva idea di quale sorte fosse stata destinata alla madre ma non disse nulla. Come avrebbe potuto dirle la verità?

Brevemente le illustrò le ragioni che la costringevano a mettersi in viaggio ed ella parve molto comprensiva.

“Fate bene ad andarvene, voi che potete. Non dimenticatevi di noi e pregate per me e la mia famiglia.”

Poi si strinsero in un ultimo abbraccio e Philippe condusse nuovamente fuori la moglie.

Mentre si avvicinava alla porta Julie si augurò che non le accadesse nulla di male.

 

MmeRoyale

postato da: Luna70 alle ore 20:41 | link | commenti (34)
categorie: la rosa di parigi
lunedì, 13 agosto 2007

La Rosa di Parigi 88

La mezzanotte era scoccata da qualche minuto quando Philippe si alzò in piedi e disse:

“E’ il momento di muoverci, non possiamo più aspettare.”

Madeleine lanciò un’occhiata a lui e poi a Julie. Pareva molto preoccupata.

“Ma dove andrete una volta varcato il confine?”

“In Italia”, rispose Nicolas “Ho dei possedimenti da quelle parti e mia madre ha scritto che ci aspetta. Non vede l’ora di conoscere suo nipote.”

Julie guardò il fratello sorpresa.

“La mamma ha scritto? Quando?”

“La sua lettera è arrivata in giornata. Con tutto ciò che è accaduto mi ero scordato di dirtelo.”

Lei allora si volse verso il marito con un sorriso.

“Philippe, hai sentito? Potrò rivedere mia madre!”

“Ne sono felice, amor mio. Ma adesso è proprio l’ora di andare. Più aspettiamo, più corriamo il rischio che le guardie di Robespierre ci trovino.”

Nicolas si mostrò d’accordo con lui. Emile invece nutriva ancora qualche dubbio.

“Ma non è pericoloso per voi uscire allo scoperto? Prima che raggiungiate il confine sarà giorno, qualcuno potrebbe riconoscervi e denunciarvi.

“Lo escludo”, fece tuttavia Philippe, “Dimentichi che giorno è oggi? Per questa mattina è fissata l’esecuzione di Sua Maestà la Regina. Ci sarà fin troppa confusione nelle strade. Nessuno baderà a noi.” Julie rabbrividì. Non avrebbe mai pensato di dover approfittare della morte di una persona a lei cara per mettersi in salvo. All’improvviso provò una gran pena. Era come se il mondo dorato in cui aveva vissuto da fanciulla le stesse crollando addosso. Si chiese cosa ne sarebbe stato di Marie-Thérèse e di Louis-Charles. Erano ancora così giovani per rimanere soli al mondo.

Ma non ebbe il tempo di pensare a loro perché Philippe l’aveva presa per mano e la stava esortando a sbrigarsi. Madeleine le porse il bambino ed augurandole buona fortuna l’abbracciò per un’ultima volta.

“Non ti dimenticherò, Julie. Sappi che, nonostante la distanza, potrai sempre contare su di me.”

“Grazie, Maddy. Neanche io ti dimenticherò, hai fatto così tanto per me.”

“Sciocchezze!”

Julie si asciugò le lacrime che le stavano inondando il viso poi cercò lo sguardo di Annette, l’amica fedele che l’aveva seguita fin dalla sua infanzia. Quasi stentava a credere che non l’avrebbe più rivista.

“Verrei con te se mi fosse possibile”, le disse Annette, ma lei scosse il capo e rispose:

“Non pensarci neanche. Hai un marito a cui badare. Il tuo posto è qui accanto a lui e al figlio che aspetti. Io starò bene, non preoccuparti, se Philippe mi è vicino nulla mi fa paura.”

Quindi il marito cercò di persuaderla ancora una volta a far presto.

Emile e Gaston li avrebbero accompagnati per un tratto e così il piccolo gruppo si mosse.

Ormai non c’era più tempo per i ripensamenti.

 

16 OTTOBRE 1793

 
Il sole era spuntato da un po’ e le piazze già cominciavano a gremirsi di gente, mentre agli angoli delle strade si sentivano gli odori delle cipolle arrostite, vendute dagli ambulanti.

Julie si accorse di aver fame ma non disse nulla. Sapeva che non potevano fermarsi per fare colazione e, in fondo, se si trovavano in quella situazione, lei poteva dirsi l’unica responsabile.

Man mano che camminavano per Parigi intanto il tempo passava. Place de la Révolution era affollatissima e il popolo era in attesa che Marie Antoinette facesse il suo ingresso in attesa di essere giustiziata. Philippe e Nicolas si intrufolarono fra la folla, dicendo che così sarebbe stato più difficile notarli. Julie li seguì con in braccio suo figlio. Proprio mentre stavano per allontanarsi dalla piazza in direzione del Carrousel, dove, secondo ciò che sosteneva Nicolas, li attendeva una carrozza, Julie si fermò.

“Che cosa c’è, tesoro?”, si informò il marito, “Sei stanca?”

“No, non è questo. Pensavo a Louis-Charles e Marie-Thérèse…”

Nicolas guardò la sorella spazientito.

“E tu per una stupidaggine come questa ci fai perdere tempo?”, urlò senza mezzi termini, “Ma cosa credi? Che sia un gioco questo?”

“Non lo credo affatto ma non posso partire senza accertarmi che stiano bene. Non me lo perdonerei mai!”

“Non vorrai andare al Tempio, mi auguro!”

“E’ proprio ciò che ho intenzione di fare. Quei poveri ragazzi sono rimasti soli al mondo ed ora anch’io sto per abbandonarli. Devono sapere perché ho preso questa decisione.”

Con sguardo supplicante si volse verso il marito.

“Philippe, ti prego…”

“E va bene”, fece lui accondiscendente, “Chiederemo al vetturino di fermarsi davanti alla prigione del Tempio prima di mettersi in viaggio verso il confine.”

“Ma sei impazzito?”, esclamò Nicolas rosso di collera, “e se ci riconoscono e ci arrestano?”

Philippe lo tranquillizzò: “Non accadrà. Sono tutti in fibrillazione per l’esecuzione della Regina, siamo liberi di muoverci senza problemi. Cerca di capire, lo devo a tua sorella. Le avevo promesso una vita felice e invece siamo costretti a fuggire come ladri. Non voglio che mi rimproveri di non aver esaudito anche questo suo desiderio.”

“Grazie, Philippe.”

Gli occhi di Julie erano pieni di commozione. L’amore di suo marito era così immenso da lasciarla senza parole. Non avrebbe potuto chiedere di più.

20070215-200010

postato da: Luna70 alle ore 18:44 | link | commenti (27)
categorie: la rosa di parigi
mercoledì, 08 agosto 2007

La Rosa di Parigi 87

Julie continuò a correre per un bel tratto, senza riuscire tuttavia a rintracciare Philippe. Aveva il fiatone ed i capelli, che prima teneva raccolti in una morbida crocchia sulla nuca, le erano scivolati disordinatamente sul viso. Intanto stava scendendo la sera e le strade cominciavano a farsi meno affollate. Julie rabbrividì per il freddo. Aveva lasciato il suo scialle a  casa dei Blondel ed il vento che si era alzato le stava penetrando nelle ossa.

Ad un tratto le parve di scorgere un’ombra all’interno di un vicolo e, pensando potesse trattarsi di Philippe, vi si intrufolò. Era un vicolo buio e stretto ma la giovane donna era più che decisa a scovare il marito, avesse dovuto mettere a soqquadro l’intera Parigi.

Mentre si faceva strada nell’oscurità, tuttavia, qualcuno le bloccò il passo.

“Vai in cerca di compagnia, bella fanciulla?”, le chiese uno sconosciuto. Era alto, di carnagione olivastra e con una voce nasale. Il suo alito puzzava di vino e, trovandoselo davanti in tutta la sua imponenza, Julie fu scossa da un brivido di terrore.

“Lasciatemi passare”, balbettò confusa, “Sto cercando mio marito. Dovrebbe essere nelle vicinanze.”

L’uomo non si mosse di un passo.

“Qui non c’è proprio nessuno a parte noi”, mormorò con un sorrisino soddisfatto e, senza staccarle gli occhi di dosso, l’afferrò cercando di baciarla.

Lei lanciò un urlo ma, prontamente, lo sconosciuto le mise una mano davanti alla bocca.

“Avanti non fare storie”, le intimò, “Se sarai carina con me non ti farò del male.”

Julie tentò di scalciare per liberarsi dalla presa ma i suoi tentativi si rivelarono inutili. Poi l’aggressore la spinse contro il muro e cercò di sollevarle la veste.

Proprio in quel momento qualcuno lo bloccò.

“Lasciala andare, figlio di puttana!”

Julie aveva gli occhi pieni di lacrime, tuttavia riconobbe all’istante la voce di Philippe.

Per un attimo temette che il suo assalitore fosse armato e potesse ferirlo ma, per sua fortuna, non fu così. Philippe lo gettò a terra con un colpo ben assestato, poi prese la moglie per mano e se la trascinò dietro in una rapida fuga.

Solo quando furono ben lontani dal luogo dell’aggressione si fermarono per prendere fiato e Julie disse: “Ho avuto così paura. Se non fossi arrivato tu…”

Il marito allora le puntò contro uno sguardo accusatore.

“Si può sapere che ci facevi di notte in giro per la città?”

“Ero venuta a cercarti. Sei fuggito via, senza lasciarmi neanche il tempi di spiegarti come sono andate realmente le cose.”

“E come sono andate realmente le cose?”

La voce di Philippe denotava una certa durezza ma Julie non si lasciò scoraggiare e proseguì:

“E’ vero, sono andata a trovare Alain ma non per il motivo che pensi. Lui era in prigione e aveva bisogno dell’amicizia di qualcuno. Non potevo abbandonarlo. Provavo per lui molta pena.”

Julie si accorse che il marito la stava fissando corrucciato. Possibile che non le credesse? Poi le fece una domanda a bruciapelo:

“Ci sei andata a letto?”

Julie ricambiò il suo sguardo, indignata.

“Come puoi pensare una cosa simile?”

“Ci sei andata a letto sì o no?”

Questa volta Philippe aveva alzato il tono di voce e Julie dovette trattenersi per non piangere.

“No, non l’ho fatto”, replicò, “Io ti amo, Philippe, e non ti tradirei mai. Ho giurato di esserti fedele per tutta la vita e mi amareggia constatare che non ti fidi di me.”

“E cosa dovrei pensare? Dimmelo tu, che faresti al posto mio? Quell’uomo in passato è stato molto importante per te, non sarebbe poi così strano se lo amassi ancora.”

“Non ti avrei mai sposato se fossi ancora innamorata di lui. Tutto ciò che provo per Alain è compassione. In fondo non è cattivo, lo so, e trovo ingiusto che perda la vita in quel modo. Ma il mio amore è solo per te, perché non riesci a capirlo?”

Senza aggiungere altro Philippe l’abbracciò.

“Ti amo, Julie”, disse con voce leggermente incrinata, “E non volevo dubitare di te, credimi. Però le parole di tuo fratello mi hanno fatto perdere la testa. Non ci ho capito più nulla, ho immaginato te fra le braccia di quell’uomo e non ci ho visto più dalla rabbia. Puoi perdonarmi?”

Lei allora si rannicchiò fra le sue braccia e, finalmente, dette libero sfogo alle lacrime troppo a lungo represse.

“Ti perdono, amore mio. Tutto ciò che desidero è che tra noi non ci siano più incomprensioni e, perché ciò accada, prometto che non ti terrò mai più all’oscuro di qualcosa.”

Per qualche minuto restarono stretti l’uno all’altro come se il mondo attorno a loro non esistesse; incuranti dei passanti che si voltavano a guardarli. Poi Philippe si staccò dolcemente da lei e disse:

“Purtroppo non abbiamo tempo. Dobbiamo organizzare la nostra fuga.”

E, tenendosi per mano, si avviarono verso la casa dei Blondel.

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postato da: Luna70 alle ore 20:25 | link | commenti (29)
categorie: la rosa di parigi
lunedì, 06 agosto 2007

La Rosa di Parigi 86

A Julie parve di sprofondare in un abisso. A questo punto non poteva più negare l’evidenza.

“Sì, ci sono stata alcune volte.”

“Che cosa?” Philippe e Nicolas si accorsero di aver pronunciato quelle parole all’unisono. Poi tutti gli occhi si posarono su Julie.

“Philippe, lascia che ti spieghi…”, fece lei nel tentativo di chiarirsi, ma il fratello la investì:

“Stupida che non sei altro! Non ti sei rovinata abbastanza la vita per colpa di quell’uomo? Cosa diavolo volevi ancora? Forse tuo marito non ti soddisfa abbastanza per correre a rifugiarti fra le braccia di quel libertino?”

Julie avrebbe voluto morire. Come osava, suo fratello, mancarle di rispetto in quel modo?

“Non essere volgare”, sibilò fulminandolo con lo sguardo. Poi si volse verso Philippe, sperando di trovare nei suoi occhi una tacita intesa, ma lui, senza dire una parola, uscì di casa sbattendo la porta.

Per Julie fu come una staffilata in pieno viso. Stentava a credere che suo marito potesse dubitare di lei e della sua fedeltà, senza darle neppure il modo di spiegare come si erano realmente svolti i fatti.

Come di impulso gli corse dietro, tra gli sguardi attoniti dei presenti.

“Ma si può sapere che sta succedendo?”, domandò Madeleine sbalordita, “Chi diavolo è poi questo Alain?”

Nicolas si andò a sedere accanto a Gaston. Aveva un’aria stravolta ma trovò, nonostante tutto, la forza di rispondere: “Si tratta del marchese de Saint-Fraycourt, un donnaiolo senza scrupoli di cui mia sorella si era innamorata durante il suo soggiorno a Versailles. Sono stati amanti per un breve periodo di tempo; poi, quando Julie si accorse di essere stata ingannata, scappò via dalla reggia. In seguito conobbe Philippe e il resto lo sapete.”

Madeleine sussultò per la sorpresa.

“Credete che Julie sia ancora innamorata di quel tipo?”

Nicolas scosse il capo, sconsolato.

“Non ne ho idea. Però lui è un uomo molto attraente e sa come far cadere ai suoi piedi una donna.”

A quel punto però Annette si intromise:

“Conosco bene Julie, monsieur Nicolas, e sono sicura che non abbia fatto nulla di male. E’ troppo innamorata di Philippe, per aver solo anche potuto pensare di tradirlo. E poi adesso ha anche un figlio!”

Ma il duca non le badò. Era troppo preoccupato di ciò che poteva accadere, per curarsi dell’onore e della rispettabilità della sorella.

 

Il marchese de Saint-Fraycourt sussultò al rumore della cella che si apriva. Temette che fossero venuti a prenderlo per condurlo al patibolo. Il confessore era già andato a trovarlo e non immaginava che qualcun altro gli avrebbe fatto visita. Invece si sbagliava.

“Pauline”, mormorò col cuore in gola, fissando la snella figura che si stagliava di fronte a lui, “Che ci fai qui?”

La ragazza lo fissò un istante con le lacrime agli occhi; infine mormorò:

“Non potevo non dirti addio, Alain.”

Commosso, il marchese si lasciò abbracciare.

“Sarebbe stato meglio se non fossi venuta”, disse infine, turbato.

“Perché dici così?”

La voce di lei era leggermente incrinata ma Alain finse di non badarci.

“Pauline, devi dimenticarti di me. So che ultimamente ti sei affezionata troppo alla mia persona ma…”

“Affezionata?”, lo interruppe lei istintivamente, “Io ti amo.”

Lui le posò una mano sulla bocca, come per zittirla; quasi quelle parole gli provocassero un’acuta sofferenza. Fino a quel momento non si era mai preoccupato dei sentimenti di una donna. Le aveva solo usate. Ma ora la prospettiva della morte lo aveva cambiato. Ora sapeva cosa significasse avere la certezza di non rivedere più la persona amata. L’aveva provato con Julie. E non voleva che Pauline soffrisse per lui.

Fece per ribattere qualcosa ma lei si strinse più forte a lui e lo baciò. Quindi, prendendogli una mano, se la portò al ventre. Il marchese trasalì all’istante. Si staccò da lei e la fissò dritta negli occhi, accorgendosi con stupore che erano velati di lacrime.

Per un attimo si chiese se fosse stata solo una sua impressione o se, con quel gesto, lei volesse dirgli qualcosa. Si augurò di essersi sbagliato ma le parole di Pauline gli confermarono i suoi sospetti:

“Alain, aspetto un bambino. Un figlio tuo.”

Egli impallidì di colpo. Quella scena gliene riportò alla mente un’altra, di tanto tempo prima. Rivide la baronessa de Courtizot stesa sul suo letto di morte, dopo aver abortito, e si chiese se quello fosse davvero stato suo figlio. A quanto pare la storia ora stava per ripetersi. Avrebbe voluto impedirlo ma non sapeva come.

“Hai intenzione di farlo nascere?”

Alain si accorse che le parole gli erano uscite di bocca senza che se ne rendesse conto.

Pauline gli sorrise.

“Ma certo. Io lo voglio questo figlio. Quando tu non ci sarai più mi basterà guardarlo per rivedere te. Non capisci Alain? Tu rivivrai in lui.”

Il marchese de Saint-Fraycourt la guardò commosso. Avrebbe voluto poterle dire che anche lui l’amava, ma a che scopo mentire?

Poi entrò una guardia e gli intimò di seguirlo.

Alain chiuse gli occhi un istante, quindi voltò le spalle a Pauline e si allontanò. Ormai era tutto finito. Niente avrebbe potuto mutare il suo destino e, consapevole di ciò, lasciò che lo conducessero alla ghigliottina.

 

postato da: Luna70 alle ore 18:37 | link | commenti (35)
categorie: la rosa di parigi
mercoledì, 01 agosto 2007

La Rosa di Parigi 85

15 OTTOBRE 1793

 

Madeleine Blondel prese in braccio il piccolo Jean-Paul e si avvicinò al marito.

“Guardalo, Emile, non è un amore?”

Era da molto tempo che Philippe e Julie non andavano in visita dai loro vecchi amici e quel giorno era parsa un’occasione buona riunirsi tutti a casa loro. Presto li avrebbero raggiunti anche Annette e Gaston.

Julie si sedette su un piccolo divano, accanto al marito.

L’atmosfera di pace e di familiarità che si era creata le stava facendo bene. Si sforzò di non pensare alla sempre più vicina esecuzione di Alain, ripetendosi che ormai quell’uomo faceva parte del passato. Ma non era facile.

“Dunque presto anche voi avrete un bambino”, esclamò sforzandosi di sorridere.

Madeleine la guardò entusiasta. Si capiva al volo quanto fosse felice della novità.

“Già e non siamo i soli. Annette te l’ha detto?”

“Cosa?”

“Anche lei è incinta. Nascerà un paio di mesi dopo il nostro.”

“Non mi dire!”, Julie era esterrefatta, “Ed io non ne sapevo nulla…”

“Sicuramente ti darà oggi la notizia, non dirle che te l’ho già anticipata.”

Ad un tratto qualcuno bussò insistentemente alla porta, interrompendo le loro chiacchiere.

Emile andò ad aprire e fece entrare i coniugi Coudert, accompagnati da una terza persona.

Sembravano parecchio agitati, ma nulla in confronto a Julie che si alzò di scatto, pallida in viso.

“Nicolas!”, esclamò preoccupata, “Sei impazzito? Perché sei uscito di casa?”

Il duca de Soissons osservò il volto teso della sorella ma non disse nulla.

Fu Gaston a rispondere per lui:

“Si è precipitato a casa nostra perché era in pericolo. Sono venuti a cercarlo da voi e non sapeva dove nascondersi. Per fortuna si ricordava di averti sentito dire il nostro indirizzo, un po’ di tempo fa, e così ci ha raggiunti. Non sapendo che fare lo abbiamo portato qui.”

Julie parve non capire.

“Come sarebbe a dire che sono venuti a cercarlo a casa nostra? Chi lo cercava? Nessuno sapeva della sua presenza…”

“A quanto pare ne era informato Julien Kergoat. Si è presentato accompagnato da alcune guardie per arrestarlo. E’ riuscito a sfuggirgli per un miracolo. Ancora mi chiedo come abbia fatto ad uscire dalla porta di servizio, senza essere visto.”

Philippe guardò l’amico con orrore.

“Oh mio Dio”, esclamò decisamente scosso, “Se sanno che era nascosto da noi siamo in un bel guaio!”

“Temo proprio di sì.”

Emile, che aveva ascoltato la conversazione senza capirci nulla, allora domandò:

“Si può sapere qual’ è il problema?”

E Philippe, dopo un attimo di esitazione, si accinse a spiegare:

“Quest’uomo è il duca de Soissons. E’ ricercato per aver fatto parte del complotto messo a punto da La Fayette per far fuggire il re. Lo abbiamo nascosto in casa nostra ma, a quanto pare, siamo stati scoperti.”

Madeleine ed il marito parvero sconcertati.

“Ma perché avete fatto una cosa del genere?”, chiese infine Maddy, “Proprio tu, Philippe, che ti sei sempre battuto per la Repubblica!”

“Non avevo scelta”, fu la sua risposta, “Il duca è il fratello di mia moglie. Non potevo lasciare che lo arrestassero.”

I Blondel si guardarono l’un l’altro increduli. Parevano confusi come non mai di fronte a quell’inaspettata rivelazione.

“Dunque Julie è un’aristocratica?” fece Madeleine, fissando intensamente l’amica.

Philippe annuì. “Esattamente.”

“Santo cielo, Julie! Perché non me l’hai mai detto?”

“Non potevo farlo. Avrei tanto voluto ma era troppo rischioso. Credimi, Maddy, mi dispiace.”

Poi Emile li interruppe: “Dobbiamo pensare al da farsi. Ci sarà pure una soluzione!”

Blondel era sempre stato un tipo pratico ed anche in quel frangente era dell’idea che bisognasse passare subito all’azione.

Philippe invece era ancora perso nelle sue riflessioni.

“Ancora non capisco come abbiano fatto a scoprire che Nicolas era nascosto in casa nostra. Nessuno sapeva che Julie è sua sorella; chi avrebbe potuto collegarci a lui? Gli unici a sapere della vera identità di mia moglie erano Annette e Gaston e so con certezza che voi, amici miei, non ci avreste mai traditi.”

“Certo che no”, fece allora Gaston con decisione, “Sai quanto io e mia moglie siamo affezionati alla Rosa di Parigi.”

Julie sorrise. Ancora la chiamava con quel buffo nomignolo, nonostante fossero passati anni.

“Ma allora come sarà venuto fuori?”, si chiese anche lei dubbiosa, “Forse Marie, la nostra cameriera, può essersi lasciata sfuggire qualcosa…”

Gaston si andò a sedere ed accettò il bicchiere di vino che Emile gli aveva gentilmente offerto. Infine parlò: “Mi sono informato sulla questione. Non sarei un bravo giornalista se non riuscissi a carpire simili notizie.”

“E allora?”, il tono di Philippe era sempre più teso.

“E allora pare che alla prigione del Plessis conoscessero piuttosto bene tua moglie col nome di mademoiselle de Soissons. Kergoat è stato là per degli accertamenti e ne è stato informato. Gli è bastato fare due calcoli per giungere alla conclusione che il duca doveva essersi nascosto a casa vostra.”

Philippe cominciò a non capirci più nulla.

“Al Plessis conoscevano Julie? Ma come è possibile?”

Stavolta fu Nicolas a interromperlo: “Non sarai stata così idiota da andare a trovare Alain, mi auguro”, disse rivolto alla sorella.



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lunedì, 30 luglio 2007

La Rosa di Parigi 84

La giovane donna rimase come pietrificata. Dunque anche Alain stava per lasciarla.

“Mi dispiace…”, mormorò confusa, “Se solo potessi fare qualcosa per aiutarti…”

Gli occhi dell’aristocratico si accesero di una strana luce.

“Forse una cosa potresti farla.”

“Cosa?”

Julie lo fissò stupita mentre egli le si avvicinava lentamente. Ora le era così vicino da poter sentire il suo respiro.

“Ti va di esaudire l’ultimo desiderio di un condannato a morte?”

Dall’espressione del viso pareva tormentato, ma il tono di voce era fermo.

“Non vuoi dirmi di cosa si tratta?”

Ma, invece di parlare, lui l’attirò a sé e la baciò. Presa alla sprovvista, Julie rimase per un secondo in uno stato di confusione; poi cominciò a dibattersi fra le sue braccia e, non appena lui la lasciò, gli diede uno schiaffo in pieno viso.

Dalla sua espressione si capiva quanto fosse furiosa.

“Non avresti dovuto farlo! Credevo che fossi cambiato durante la prigionia, invece sei sempre il solito.”

Lui si massaggiò la guancia offesa e rispose:

“Mi dispiace averti turbata ma è stato più forte di me. Da parecchio tempo desideravo baciarti.” Non poteva morire senza aver assaggiato un’ultima volta il nettare delle sue labbra.

“Perché?” Julie sembrava sul punto di scoppiare in lacrime.

“Perché ti amo. Ora posso dirtelo.”

Un imbarazzante silenzio calò nella stanza. Quella era la prima volta che lo sentiva parlare d’amore e si chiese se in realtà non la stesse prendendo in giro.

“Hai sempre detto che l’amore è un’illusione della mente e che tu non ti saresti mai innamorato.”

Lui fece un sorrisino imbarazzato.

“E invece a quanto pare è successo. Non volevo ammetterlo nemmeno con me stesso perché consideravo l’amore una debolezza.”

“E quando hai cominciato a nutrire dei sentimenti nei miei confronti?”

Lui distolse lo sguardo, quasi non riuscisse a sostenere gli occhi di lei fissi sui suoi.

“Forse dal primo momento che ti ho vista. Chi può dirlo?”

“E perché non me l’hai mai detto? Tempo fa una dichiarazione d’amore avrebbe significato molto per me. Mi avrebbe risparmiato molte sofferenze.”

“No, Julie. Il mio amore per te non avrebbe cambiato nulla. Non avrebbe cambiato quello che sono: un libertino senza scrupoli. Non capisci? Non sarei riuscito a modificare il mio stile di vita, neppure per te. Se solo ti avessi conosciuta prima… allora, forse, avremmo potuto essere felici.”

Ad un tratto il marchese scorse delle lacrime sul viso di lei.

“No, non piangere per me. Non lo merito.”

“Non piango per te, piango per quello che poteva essere e non è mai stato.”

“Non ne hai alcun motivo. Ora tu sei felice al fianco di un altro uomo. Sono io ad averci rimesso.”

“Amo Philippe più di qualsiasi altra cosa al mondo. Quello che provo per lui non è nemmeno paragonabile a quello che ho sentito un tempo per te. Eppure se penso che domani…”

Ma non ebbe il coraggio di terminare la frase.

Il marchese abbozzò un amaro sorriso.

“Da domani ti libererai finalmente di me.”

“Non dire così, non ho mai desiderato la tua morte!”

Julie avrebbe voluto dirgli ancora tante cose. Con Alain se ne andava una parte della sua giovinezza. Con lui era diventata una donna e questo non avrebbe mai potuto dimenticarlo.

Tuttavia, asciugandosi le lacrime si avvicinò alla porta. La sua visita era terminata.

“Addio, Alain.”

“Addio”, le fece eco lui.

 
 

Julien Kergoat osservò attentamente la donna che era appena uscita dalla cella del condannato a morte. Era sicuro di conoscerla.

“Guardia, chi è quella donna? La conosci?”

La guardia osservò la persona in questione. L’aveva vista spesso da quelle parti e più volte l’aveva sentita chiamare per nome dai due prigionieri.

“Si chiama Julie de Soissons, credo sia la sorella di un duca. Viene spesso a trovare il marchese.”

“Julie de Soissons, dite?”

La guardia annuì.

“Sì, ma perché vi interessa tanto?”

“Semplice curiosità.”

Julien aggrottò la fronte impensierito. Adesso ricordava dove l’aveva vista; quella  era la moglie del cittadino Delatouche. Aveva sempre sospettato che nascondesse qualcosa e adesso ne aveva la conferma.

“Julie de Soissons”, mormorò quasi soprappensiero “Ti ho in pugno!”

03 


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giovedì, 26 luglio 2007

La Rosa di Parigi 83

Philippe si volse a guardare la moglie con aria incredula.

“E perché mai vorresti lasciare la Francia?”

Quella sera l’aveva trovata piuttosto irrequieta; quasi non aveva cenato ed ora, nell’intimità della loro camera da letto, se ne era uscita con un’affermazione che lo aveva lasciato allibito.

“Non è più sicuro vivere qui. Lo vedi tu stesso che un sacco di gente viene condannata alla ghigliottina. E se un giorno toccasse a noi?”

“Non dire assurdità! Io sono fedele alla Patria, non corriamo alcun rischio.”

“No? E mio fratello che è nascosto di là non è un rischio?”

Philippe sospirò tristemente.

“Infatti volevo parlartene già da un po’, solo che non trovavo il coraggio… Nicolas non può rimanere qui, se dovessero trovarlo…”

“Se dovessero trovarlo verremmo condannati a morte tutti quanti!”

“Esattamente.”

“E allora che vuoi fare? Abbandonarlo al suo destino?”

“Potremmo aiutarlo a fuggire dal Paese.”

“Potremmo fuggire anche noi.”

“Non se ne parla. Questa è la mia patria e non ho intenzione alcuna di lasciarla!”

E voltandosi bruscamente dall’altra parte aggiunse:

“E adesso mettiamoci a dormire che è tardi.”

Julie era profondamente angosciata ma cercò di nasconderlo. Rispose solo sottovoce:

“Buona notte, Philippe.”

 
CAP 19

 

14 OTTOBRE 1793

 
Julie entrò nella cella e si fermò ad osservare Alain che guardava fuori dalla stretta finestra. Ormai era più di un anno che si trovava al Plessis e lei, da allora, aveva provveduto ad andarlo a trovare mensilmente. A Philippe non aveva mai detto nulla, per evitare che interpretasse male il suo comportamento. Come spiegargli che Alain era l’unico legame col passato che le era rimasto? Adesso che anche Sua Maestà la regina stava per essere giustiziata non le rimaneva nessuno con cui parlare dei vecchi tempi; suo fratello Nicolas diventava di giorno in giorno sempre più intrattabile e lei cercava accuratamente di evitarlo. Del resto come dargli torto? Philippe ancora non era riuscito ad organizzare la sua fuga e ormai viveva da troppo tempo chiuso in casa loro come un prigioniero.

In realtà le dispiaceva moltissimo non essere sincera col proprio marito e avrebbe evitato volentieri quelle visite, non fosse stato per un senso di pietà che provava nei confronti di Alain. Non poteva fare a meno di pensare che un tempo quell’uomo era stato importante per lei e, del resto, era profondamente convinta che l’unica sua colpa fosse quella di appartenere a una società corrotta e senza scrupoli.

“Alain?” lo chiamò, cercando di attirare la sua attenzione, “Sono io, Julie.”

L’uomo si voltò all’istante, con una strana espressione in viso; come se lo avesse distolto da chissà quali pensieri.

“Julie, sei venuta! Non ci speravo più.”

“Te lo avevo promesso, non ricordi?”

Il suo sguardo era profondamente malinconico, cosa piuttosto insolita per uno sbruffone come lui.

“Certo che ricordo”, rispose abbozzando un sorriso triste, “Ma avevo il terrore che posticipassi la tua visita.”

“Avevi dunque tanta fretta di vedermi?”

“E’ solo che non ho più tempo e volevo dirti addio.”

Julie rimase interdetta.

“Dirmi addio?”

Il marchese de Saint-Fraycourt cominciò a girovagare per la cella con fare nervoso.

Ad un tratto, quindi, tornò a fissarla.

“La sentenza è stata emessa. Verrò giustiziato domani.”

20070215-195807

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lunedì, 23 luglio 2007

La Rosa di Parigi 82

Il marchese de Saint-Fraycourt, ancora ansimante, si rotolò su un fianco. Pauline lo osservava beata. Le piaceva guardarlo dopo aver fatto l’amore, creava una certa atmosfera di intimità e familiarità che di solito non riservava agli uomini che si portava a letto.

Poi tirò fuori un sacchetto di monete da una borsa che aveva posato per terra prima dell’amplesso.

“Ecco i tuoi soldi”, esclamò ridente, “Una volta tanto sono io a pagare te, mio caro. E te lo sei proprio meritato!”

Lui rise sonoramente.

“Peccato che i soldi siano i miei, dolcezza, e che mi spettino di diritto.”

“Ah, sì? E se decidessi di tenermeli?” lo provocò Pauline. Adorava giocare con lui.

“Ti conviene non scherzare col fuoco, mia cara. Ho bisogno di quel denaro, qui mi tocca sborsare 150 livres al giorno per vivere dignitosamente, sai?”

“E allora prenditi i tuoi soldi” e sorridendo maliziosamente si nascose una manciata di monete all’interno dell’abito. Era stata tanta la fretta di fare l’amore che non se l’era neanche tolto, si era limitata a sollevare gonna e sottovesti.

Alain ricambiò il sorriso.

“D’accordo, tesoro. Non me lo faccio ripetere due volte”, e insinuò la mano dentro il corpetto, sfiorando delicatamente la pelle di lei. Era ancora calda e umida. Istintivamente si fermò a giocherellare con un capezzolo inturgidito e Pauline rabbrividì. Intanto l’altra mano di lui era stata introdotta all’interno della sottana. Alcune monete rotolarono sul letto ma le dita di Alain non si fermarono.

“Ancora”, fece piano Pauline mentre il desiderio si impadroniva nuovamente di lei.

“Non c’è tempo” le rispose lui divertito. Gli piaceva spiare le sue reazioni mentre facevano l’amore. Non era come le altre prostitute con cui era stato; lei sembrava davvero provare piacere per ciò che le faceva. Un mugolio dispiaciuto confermò le sue impressioni.

“Ti prego, Alain.”

E a quel punto, come dirle di no?

 

 
La porta si aprì di scatto e Gaspard, accompagnato dalla guardia, fece il suo ingresso.

Pauline si stava ancora riallacciando il corpetto ma parve non badare a quell’improvvisa intrusione. Le sue guance rosse denotavano una profonda soddisfazione ed il duca quasi provò una fitta d’invidia per l’amico che si era goduto una simile bellezza.

“Un vero peccato interrompervi, signor marchese”, esclamò la guardia che, evidentemente, stava provando le stesse sensazioni di Gaspard, “Purtroppo gli ordini sono ordini e questa visita si è protratta anche troppo a lungo.”

“Non preoccupatevi. Abbiamo finito” e lanciò un’occhiatina divertita alla donna che gli dedicò uno smagliante sorriso.

“Tornerò molto presto, Alain”, fece lei con voce suadente, “Fate buon uso del vostro denaro, mi raccomando.”

Non appena ebbe oltrepassato la pesante porta della cella Alain si volse verso Gaspard e disse:

“Allora, la finiamo questa partita a carte?”

 

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giovedì, 19 luglio 2007

La Rosa di Parigi 81

Ella rimase a fissarlo interdetta. Ancora non aveva fatto chiarezza su ciò che provava per quell’uomo. Sapeva solo che, se avesse voluto, avrebbe potuto derubarlo e non farsi più vedere e invece sentiva il bisogno di quelle visite. Sentiva il bisogno di lui. Che fosse amore? Scacciò quell’idea, che le pareva ridicola, e rispose:

“Perché me lo chiedi?”

“Perché io non ti amo. Il mio cuore appartiene a un’altra; una donna che non potrò mai avere.”

Pauline sentì quella che sembrava una vera e propria fitta di gelosia. Forse era vero che si era innamorata del marchese, tuttavia mentì:

“Non preoccuparti, non sono innamorata. Ti desidero semplicemente.”

Così dicendo, cominciò a slacciarsi il corpetto dell’abito e si sollevò le sottane.

“Suvvia, non abbiamo molto tempo. La guardia chiuderà un occhio, non due.”

Lui ridacchiò sottovoce.

“Ottima precisazione. Mi hai convinto.”

 

 
Nicolas de Soissons sbottò innervosito, rivolto alla sorella: “Maledizione! Sono mesi che sono rinchiuso in questa casa, senza poter uscire. Non resisto più!”

Julie allora alzò lo sguardo dal suo ricamo e rispose:

“Sai bene di essere ricercato. Se ti avventurassi fuori di qui potresti essere riconosciuto e arrestato.

Dovresti essere grato a Philippe della sua ospitalità, invece di lamentarti sempre!”

“Parli bene tu che sei libera di andare dove vuoi. Per quanto riguarda tuo marito ancora non ho capito cosa gli passa per la testa. Perché non mi ha denunciato?”

“Perché, nonostante tutto sei mio fratello.”

“Ti ama dunque fino a questo punto? Oppure devo pensare che non sappia i rischi che corre?”

Julie smise di ricamare e lo fissò incerta.

“Quali rischi? Di cosa stai parlando?”

“Non ti credevo così sciocca, sorellina. Se mi trovano qui in casa sua lo accuseranno di avermi nascosto alla giustizia. Finirebbe sulla ghigliottina ancor prima di rendersene conto.”

Ella impallidì all’istante.

“La ghigliottina?”

“Già. E probabilmente noi lo seguiremmo. Non devi dimenticare che apparteniamo alla nobiltà. Di questi tempi un sacco di aristocratici finiscono sulla ghigliottina.”

Rabbrividendo, Julie si alzò in piedi.

“Non essere assurdo. Philippe ha molte amicizie influenti, nessuno ci farebbe del male.”

“Sei un’illusa se pensi che le amicizie contino qualcosa. Prendi Danton, per esempio, è una personalità all’interno dell’Assemblea, eppure nel luglio di due anni fa è stato costretto a fuggire all’estero poiché ritenuto uno dei responsabili dell’insurrezione al Campo di Marte. Tutte le sue amicizie non gli sono bastate per evitare la fuga.”

“Ma poi è rimpatriato!”

“Si, perché le circostanze politiche lo hanno permesso, solo per questo, mia cara Julie.”

Con un’espressione preoccupata ella si avvicinò alla grande finestra del salone, dando un’occhiata sulla strada. La vita fuori sembrava quella di tutti i giorni, ma per lei molte cose erano cambiate.

“Stai cercando di dire che, se accusassero Philippe di averti aiutato e, se scoprissero che sono un’aristocratica, nessuno potrebbe aiutarci?”

Il duca de Soissons le si avvicinò e le mise un braccio sulla spalla.

“Esattamente”, mormorò in tono grave, “Penserebbero che è un traditore della patria e tu una spia, o qualcosa del genere. Non credo che sarebbero clementi con lui.”

Julie si voltò di scatto a guardarlo. Aveva le lacrime agli occhi.

“Odio questa Rivoluzione. Sta diventando così sanguinaria… cosa possiamo fare per evitare tutto questo?”

“Si potrebbe fuggire, Julie. Almeno finché siamo in tempo.”

“E dove potremmo andare? Philippe ha il suo lavoro qui, all’interno della Convenzione, se fossimo costretti a lasciare il Paese cosa potrebbe fare?”

“Le nostre condizioni finanziarie non sono così terribili. Tuo marito ha del denaro da parte e anch’io. Possiedo dei terreni in Italia, là dove vive anche nostra madre. Non ti piacerebbe raggiungerla?”

Ella parve piuttosto perplessa. Sua madre le mancava moltissimo ma si chiedeva se lei sarebbe stata felice di rivederla, dopo tutto quello che era successo.

“Pensi che mi abbia perdonata per lo scandalo con Alain ed il mio matrimonio con Philippe?”

“Non ti ha mai portato rancore per questo. Sei sempre stata la sua preferita ed anche quando le ho raccontato l’accaduto, ha saputo comprenderti.”

“E allora perché è partita senza nemmeno salutarmi? In questi anni non mi ha mai scritto, è così che dimostra la sua comprensione?”

Ma il fratello fu pronto a ribattere:

“Sono stato io ad obbligarla a partire in fretta e furia. Mi chiese anche di farti avere una lettera ma io la strappai. Feci lo stesso con tutte le altre lettere che mi diede affinché le spedissi.”

“Come hai potuto farlo?” la voce di Julie era stridula, come se qualcosa le si fosse rotto dentro, “E soprattutto perché?”

“Ero profondamente in collera con te, Julie.”

“Non è una ragione valida!”

“Lo so, ora me ne rendo conto. Potrai mai perdonarmi?”

Julie si sforzò di trattenere le lacrime, poi disse:

“Voglio scriverle. Deve sapere che le voglio bene e che non l’ho dimenticata in tutti questi anni. Non sa neppure di essere diventata nonna.”

Nicolas allora annuì.

“Le scriveremo. E se tuo marito sarà d’accordo andremo a raggiungerla. Ma tu promettimi che cercherai di convincerlo.”

Julie annuì a sua volta.



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