
Le passioni, l'arme e l'amore...
Quella sera Luca fu un perfetto gentiluomo. La portò in uno dei ristoranti migliori della città e la trattò come una regina. Per la prima volta non parlarono di lavoro bensì di loro due; Marina aveva dimenticato come poteva essere piacevole la compagnia di un uomo come Luca e si sorprese a ridere a crepapelle ascoltando le storielle e gli aneddoti che raccontava. Era una persona incredibilmente affascinante Luca. Allegro, vivace, intelligente… l’uomo perfetto, insomma. Aveva sempre pensato che non potesse esistere uno come lui e invece dovette ammettere che si sbagliava di grosso. Quella sera riuscì anche a farle dimenticare il dolore per aver perso definitivamente l’affido di Marco. Poi, dopo la splendida cena, lui la prese sottobraccio e fecero una lunga passeggiata sul lungomare, al chiaro di luna. Molto romantico. Ecco, Luca era anche questo: un inguaribile romantico!
Quando la riaccompagnò a casa, rimasero un lungo istante a fissarsi, chiedendosi come sarebbe stato appropriato salutarsi. Erano un’impiegata in compagnia del proprio capo, una stretta di mano sarebbe stata sufficiente, ma da quella sera sembrava essersi instaurata fra loro una certa complicità; un legame invisibile che li spingeva l’uno contro l’altro. Alla fine fu lui a prendere l’iniziativa. Le passò un braccio attorno alle spalle e l’attirò a sé per baciarla. Fu un bacio lungo, lento e mozzafiato. Marina si accorse che le tremavano le ginocchia mentre il cuore le batteva furiosamente nel petto. Ci mancavano le farfalle nello stomaco e poi sarebbe stata alla pari di una qualsiasi adolescente alla prima cotta. Non seppe dirsi come, ma un attimo dopo si ritrovò avvinghiata a lui. Lo fece entrare in casa e raggiunsero la camera da letto quasi di corsa. Si spogliarono in fretta, fermandosi solo per darsi altri baci ed altri ancora. Le mani che si esploravano a vicenda, nell’impeto della passione. Per Marina fu come rivivere la sua prima volta, le medesime emozioni, la paura di apparire troppo inesperta (era veramente tanto tempo, troppo, che non aveva una relazione con un uomo) ma poi si lasciò andare e fu tutto perfetto.
“Ti amo”, sussurrò ad un tratto, stupendo anche se stessa nell’ammettere ciò che ormai era fin troppo evidente.
“Ti amo anch’io”, rispose Luca con un sorriso. Nemmeno lui se lo sarebbe mai aspettato eppure provava qualcosa di veramente profondo per quella donna; qualcosa che non aveva mai più provato dalla morte di sua moglie.
Nei mesi che seguirono Luca e Marina si fecero sempre più uniti fino a scoprire di essere fatti l’uno per l’altro. Era un peccato sprecare ancora del tempo e decisero di sposarsi al più presto. Alcuni giorni prima della cerimonia lui le fece il regalo più bello che un uomo innamorato potesse farle: si presentò davanti a casa sua con un bimbo di cinque anni. Era Marco.
Gli occhi le si riempirono di lacrime. “Ma come hai fatto?” chiese incredula. Il suo sorriso sbarazzino si posò su di lei. Era una donna estremamente diversa ora. Portava i capelli sciolti sulle spalle ed aveva uno sguardo traboccante d’amore e di felicità.
“Sono andato a parlare con la sua famiglia, quella adottiva. I Giuliani sono delle persone semplici ma hanno un gran cuore. Ho spiegato loro la tua situazione e il perché della tua decisione in tribunale e loro mi hanno detto che puoi vedere il bambino quando vuoi. Due madri sono meglio di una sola ha detto la signora Giuliani e credo non abbia tutti i torti.”
Marina strinse a sé il piccolo Marco che la fissava un po’ intimorito.
“Allora, che ne dite di un giro al parco?” fece Luca allegramente “Ho portato anche il pallone.”
Gli occhi ridenti di Marina si posarono su di lui. “Ottima idea!”
Volevo a tutti i costi finire di postare questo racconto prima del mio matrimonio e della luna di miele. Alla fine ce l'ho fatta. Per un po' sarò lontana da splinder. Ci "rileggiamo" dall' 8 ottobre in poi.
Mi mancherete tutti!
Il giorno dopo Marina non andò al lavoro. Luca si chiese se fosse dovuto al loro colloquio della sera prima e si sentì in colpa. Forse aveva sbagliato a condannarla e comunque non aveva il diritto di volersi intromettere nella sua vita. Chi era lui per giudicare? Preso da mille dubbi trovò il coraggio di convocare nel suo ufficio Simona, la ragazza che lavorava nella scrivania di fianco a Marina. Sapeva che tra loro c’era un buon rapporto; Simona era l’unica con cui Marina si confidava, a volte.
“Ho visto che la signorina Gervasi è assente stamattina”, disse cercando di celare il tumulto che aveva nel cuore, “Per caso è malata?”
“Non esattamente, signor Ferri”, rispose la ragazza titubante.
“Allora qual è il problema?”
“Non so se posso dirglielo.”
Luca si stava innervosendo. “Suvvia, non faccia la misteriosa. Le è accaduto qualcosa?”
“In realtà le è accaduto qualcosa, ma cinque anni fa.”
“Non capisco…”
Simona si chiese se fosse il caso di raccontare al capo le confidenze che le aveva fatto Marina, ma alla fine cedette: “Anni fa Marina si è innamorata perdutamente di un uomo ed è rimasta incinta. Lui l’ha lasciata da sola ad affrontare il problema, anche perché era sposato. Lei ovviamente non ne sapeva nulla, era molto ingenua all’epoca.”
“E poi che è successo?” chiese Luca sempre più incuriosito.
“Marina voleva tenerlo quel bambino, ma i suoi genitori erano contrari. La convinsero che la cosa migliore fosse sbarazzarsene quando fosse nato e così lei fece per poi pentirsene quando era troppo tardi. Negli ultimi tempi ha fatto di tutto per rintracciare quel bambino finché non ha trovato la famiglia che lo tiene in affido. Stavano per avviare le pratiche per l’adozione proprio quando lei lo ha trovato e così Marina ha pensato di essere ancora in tempo per riprenderselo.”
“Dunque?”
“Oggi c’è l’udienza in tribunale per decidere a chi vada affidato il piccolo, se alla madre naturale o a chi se ne è occupato fino ad ora. Un bel dilemma vero? Spero solo che Marina non debba soffrirne. Ne ha già passate tante.”
Luca annuì dispiaciuto. Effettivamente la sua storia era molto triste. Ora capiva la sua diffidenza verso gli uomini. Non solo era stata sedotta e abbandonata ma era stata costretta ad abbandonare la sua creatura. Per quel poco che la conosceva immaginava che dovesse esser stato molto duro per lei staccarsi da un figlio.
Quando Marina fece ritorno a casa fu parecchio sorpresa di trovare il signor Ferri ad attenderla in piedi davanti al portone. Si scambiarono un’occhiata incerta, studiandosi a vicenda. Lui si accorse che aveva l’aria stanca e che aveva pianto. Lei invece capì che non c’era alcun rancore nel suo sguardo, nonostante la discussione del giorno precedente.
“Simona mi ha raccontato tutto”, esordì Luca affranto, “Mi dispiace per tutto quello che ha dovuto passare. Non avevo alcun diritto di dirle le cose che ho detto.”
“Invece aveva ragione. Sono una vigliacca.” Le lacrime affiorarono all’improvviso e lui si ritrovò a prenderla fra le braccia per consolarla. “Che è accaduto?” le chiese infine, dolcemente.
“Il giudice ha deciso di affidare a me il piccolo. Di solito in questi casi si propende per la madre naturale, tanto più che ho una buona posizione economica e un ottimo lavoro. La famiglia che lo aveva in affido era piuttosto povera, il capo famiglia è un semplice manovale, di sicuro non avrebbero potuto garantirgli una buona istruzione, né uno stile di vita adeguato.”
“Non capisco…”, fece Luca incerto, “Per quale motivo piange allora? Dovrebbe essere contenta!”
Marina si asciugò le lacrime e lo guardò con aria sfinita dal dolore. “Non ce l’ho fatta”, dichiarò, “Quando ho visto Marco, questo è il nome di mio figlio, attaccarsi al collo di quella che chiamava mamma, piangendo disperato perché non voleva lasciarla, ebbene mi sono sentita male. C’era così tanto amore negli sguardi di quelle due persone, io mi sono sentita un’estranea che voleva distruggere la loro felicità. E così ho dichiarato di non volerlo più, di non sentirmi pronta per fare la madre e sono fuggita via. Sono una vigliacca, è vero!”
Luca la strinse più forte. “Lei non è affatto una vigliacca! Ha avuto molto coraggio invece. Ha scelto quello che le sembrava più giusto per il bambino, per la sua felicità.”
“In realtà non sono degna di essere sua madre”, fece lei con un sospiro, “Non sono mai stata degna. Né di essere amata, né di crearmi una famiglia. Adesso capisce perché fuggo gli uomini? Non sarò mai degna dell’amore di nessuno!”
“Non lo dica neanche per scherzo! Lei è una persona fantastica, Marina. Ha tanto di quell’amore dentro, solo che non se ne rende conto. Quello che ha appena fatto è il più grosso atto d’amore che una madre possa fare. Scegliere la felicità del proprio figlio invece che la propria.”
“Lei dice?” lo sguardo di Marina si posò su di lui con una luce nuova. Luca la trovò bellissima in quel momento. “Ne sono convinto.”
“Non me la sento di rimanere sola questa sera”, disse lei a un tratto, “Per caso è ancora valido il suo invito a cena?” Luca le rivolse uno dei suoi smaglianti sorrisi. Era terribilmente affascinante quando sorrideva. “E me lo chiede? Certo che è ancora valido.” La prese sotto braccio e insieme si avviarono verso la sua auto.
Continua...
Nei giorni che seguirono, Luca la volle inaspettatamente al suo fianco per un lavoro che stava seguendo lui personalmente. Si trattava di una cosa di estrema importanza ed ella si stupì del fatto che il capo richiedesse proprio la sua collaborazione, visto che c’erano sicuramente persone più meritevoli. Trovò persino il coraggio di farglielo notare e lui le rivolse il suo sorriso disarmante: “Lei non ha sufficiente fiducia in se stessa. In questo ufficio è la migliore, glielo garantisco, ed è quindi di lei che ho bisogno per questo progetto.” Ma Marina non era sicura che quello fosse il vero motivo per cui l’aveva scelta. Già in passato era stata vittima delle attenzioni di alcuni colleghi che avevano finto interesse per lei da un punto di vista lavorativo per poi finire a fare i cascamorti. Si augurò che non fosse il caso di Luca; con lui sarebbe stato più complicato respingere le avances, in fondo era pur sempre il suo capo e non desiderava che ci andasse di mezzo il proprio lavoro. Con sua grande sorpresa, tuttavia, egli si comportò con lei in maniera ineccepibile. Era la persona più seria e corretta che avesse mai incontrato e non si prese con lei alcuna confidenza non desiderata. Anzi, si stabilì fra loro una perfetta complicità e lentamente la sua diffidenza nei suoi confronti scomparve per lasciar posto a una grande stima. L’ultimo giorno, quello della consegna del progetto, tuttavia accadde qualcosa che incrinò il loro rapporto professionale: Luca la invitò a cena fuori. “Dobbiamo per forza festeggiare la riuscita del nostro lavoro!” le disse allegramente. Lei invece si irrigidì all’istante. “Non posso accettare l’invito, mi dispiace”, disse gelida.
“Di cosa ha paura? Perché è sempre così scostante?” si sorprese Luca. Aveva pensato di aver stabilito con lei una buona intesa e adesso, di punto in bianco, si era chiusa nel suo guscio e lo trattava come un estraneo. “Probabilmente lei ha avuto una forte delusione in passato”, le disse all’improvviso, “Capita di rimanere scottati, ma questo non è un motivo per smettere di vivere!”
“Cosa ne sa lei della mia vita?” si irritò tuttavia Marina. “Come si permette di darmi consigli su ciò che dovrei fare?”
“Marina, lei è una persona in gamba ma ha il difetto di voler chiudere fuori dalla sua esistenza il resto del mondo. Non si può vivere isolati. Le farebbe bene uscire e svagarsi.”
“Insieme a lei, immagino.”
“Con me o con qualcun altro, questo non ha importanza. Ciò che conta è che trovi il coraggio di uscire fuori dal suo guscio. Aver avuto delle brutte esperienze non le dà il diritto di arrendersi di fronte alla vita. E’ da vigliacchi smettere di fare esperienze per la paura di rimanere feriti o di soffrire.”
Marina ascoltò attenta, infine sbottò: “E’ facile parlare senza sapere come ci si sente, caro signor Ferri. Lei non ha idea di quello che ho passato.”
“Certo, non ho idea di cosa le sia capitato per renderla così acida. Ma se intende dire che non ho mai conosciuto la sofferenza si sbaglia. Ho perso la moglie e un figlio di soli tre anni in un incidente stradale, alcuni anni fa, e le posso assicurare che non è stato affatto facile per me. Ma, contrariamente a lei, invece di piangermi addosso ho cercato di continuare ad amare la vita. Sono sicuro che mia moglie avrebbe voluto questo da me.”
“Non deve aver contato molto per lei se adesso si mette a fare il cascamorto con me, come se niente fosse.” Le parole le uscirono di bocca così, quasi senza rendersene conto. Avrebbe voluto mordersi la lingua ma ormai il danno era fatto. Luca la guardò con un’infinita tristezza negli occhi.
“Lei mi ha frainteso, Marina. Non cercavo di fare il cascamorto con lei. Stupidamente volevo aiutarla in qualche modo. Ma forse lei non vuole essere aiutata. Continui a nascondersi al resto del mondo, si chiuda nella sua solitudine, io non cercherò più di disturbarla.” E detto ciò si voltò e uscì dall’ufficio. Rimasta sola Marina pianse lacrime amare. Quell’uomo le aveva teso una mano e lei l’aveva rifiutata. Avrebbe dovuto parlargli del dolore che la tormentava, probabilmente le sarebbe stato di aiuto sfogarsi con qualcuno, ma la sua diffidenza verso gli uomini glielo aveva impedito ed ora non le rimaneva che tornare a casa ad affrontare, sola, i suoi scheletri nell’armadio.
Continua...
Le dita correvano veloci sulla tastiera del computer. Marina sapeva bene di dover terminare il lavoro entro il giorno seguente e non voleva correre il rischio di non portarlo a termine. Teneva molto al proprio impiego. Praticamente era tutta la sua vita, forse perché, a parte quello, non c’era altro a tenerla impegnata e a dare un senso alla propria esistenza. All’età di trent’anni ancora non era sposata, né aveva intenzione di intrecciare una relazione con un uomo. Lei odiava gli uomini. Quando le sue colleghe parlavano dei propri fidanzati o dei ragazzi con cui uscivano, Marina era solita sbuffare dicendo: “Sciocchezze. Gli uomini sono tutti uguali. Non vale la pena di perdere tempo dietro a loro!” e questo suo risentimento le aveva fatto guadagnare l’antipatia delle altre impiegate insieme all’odioso soprannome di “zitella inacidita”.
Eppure non era sempre stata così. C’era stato un tempo nella sua vita in cui aveva amato con tutta se stessa un uomo, ma era un tempo che ella non voleva assolutamente ricordare. Perciò continuava a recitare la parte della scorbutica e cercava di passare inosservata agli occhi dell’universo maschile. Portava i capelli sempre raccolti dietro alla nuca, in una acconciatura decisamente fuori moda, nonostante i suoi riccioli color biondo dorato avessero un fascino tutto particolare, lasciati sciolti sulle spalle. E aveva detto addio alle gonne o ai vestitini troppo sexy per indossare dei banalissimi Jeans e maglioni troppo larghi. Era come se volesse nascondersi agli occhi del mondo, probabilmente perché non si accettava per quello che era: una donna ancora nel fiore degli anni, con un fortissimo desiderio di amare ed essere amata.
Quella sera decise di fermarsi in ufficio oltre l’orario di lavoro. Ormai le sue colleghe erano scappate via ma lei voleva assolutamente finire ciò che aveva iniziato e poi a casa nessuno l’aspettava, tranne la sua gatta.
All’improvviso Luca, il nuovo capo, rientrò, borbottando qualcosa a proposito di un cellulare dimenticato, e rimase stupito di trovarla ancora davanti al computer.
“Marina, ma non va a casa?” le chiese facendola sobbalzare per la sorpresa. Era talmente assorta nel proprio lavoro che nemmeno l’aveva sentito arrivare.
“No, signor Ferri. Devo prima finire questa pratica. Ma non si preoccupi, spegnerò tutte le luci prima di uscire.”
“Al diavolo le luci, piuttosto mi preoccupo per lei. A quest’ora dovrebbe essere con la sua famiglia.”
Marina parve irrigidirsi a quelle parole. “Non ho famiglia”, ribatté nel suo tipico tono scontroso, “E comunque non sono affari suoi.”
Luca frugò sulla propria scrivania finché non trovò il telefonino smarrito. “Ecco dov’era finito!” esclamò, mettendoselo in tasca. Poi si rivolse nuovamente alla solerte impiegata: “Coraggio, si prepari. L’accompagno a casa.”
“Ma, signor Ferri…”
“Non voglio sentire scuse. Potrebbero accusarmi di sfruttare i miei dipendenti e non ne ho alcuna voglia. Pensi se lo sapessero i sindacati!” Poi le rivolse uno smagliante sorriso a cui ella non seppe dire di no. Un attimo dopo Marina si ritrovò sull’auto del capo, senza saper cosa dire o cosa pensare. Era la prima volta dopo tanto tempo che si trovava sola con un uomo e la cosa non le piaceva affatto. Ad un tratto si ritrovò a studiarlo. Era un uomo ancora giovane, probabilmente aveva solo qualche anno più di lei, ed era affascinante, questo non si poteva negarlo. Però era proprio dagli uomini affascinanti che lei desiderava tenersi lontana.
“Perché mi sta guardando in quel modo?” le chiese lui all’improvviso, “Non avrà mica paura di me, spero!” Ella arrossì e distolse lo sguardo. Sembrava una persona gentile ma era inutile, proprio non riusciva a fidarsi di quelli come lui. E poi probabilmente era pure sposato. Lungo tutto il tragitto rispose a monosillabi alle domande che lui le porgeva e fu musona e impenetrabile come al solito. Eppure, chissà come mai, lui parve prenderla in simpatia.
“A domani, signorina Marina”, le disse non appena ebbe fermato l’auto davanti al portone di casa sua. “Mi ha fatto piacere chiacchierare un po’ con lei.”
Marina era allibita. Non era certo stata una piacevole compagnia, tutt’altro! Forse quell’uomo voleva solo prenderla in giro e questo la rese ancora più diffidente nei suoi confronti.
Continua...
Si voltò per accorgersi che un uomo le stava puntando contro un fucile. Aveva metà del viso nascosto da un cappello da cow boy, ed un fazzoletto gli copriva l’altra parte del volto. Eppure Susy non ebbe alcun dubbio. “Roger!” Esclamò con un tuffo al cuore. “Sono Susy. Ti ricordi, vero?”
Il giovane pistolero la esaminò con cura. Se per caso avesse trovato in lei qualcosa di familiare però non fu dato di saperlo poiché mantenne la sua aria imperscrutabile. “Non ti conosco, ragazzina.” Mormorò asciutto. “Ti conviene riprendere il tuo cavallo e andartene all’istante. I miei uomini non vedono una donna da mesi e non credo che adotterebbero le buone maniere con te, qualora dovessero accorgersi della tua presenza.”
Susy deglutì ma rimase a fissarlo allibita. Non l’aveva riconosciuta. Aveva trascorso mesi a cavallo, in mezzo alla polvere. Aveva patito la fame, dormito all’aperto e attraversato un deserto per lui. E Roger nemmeno si ricordava chi fosse. “Non ti conosco”, aveva detto chiaramente. Si era aspettata un abbraccio e labbra morbide che si posavano sulle sue in un lungo bacio. E invece nulla di tutto ciò. Lo vide voltarle le spalle in silenzio e allontanarsi. Con gli occhi che le bruciavano per le lacrime represse risalì a cavallo e si lanciò in una folle corsa giù per la radura. Era ormai un’ora buona che correva in sella al proprio cavallo quando si ritrovò davanti un altro cavaliere. Era Jack.
“Sono venuto a cercarti. Ero preoccupato.”
“Preoccupato?” Susy pareva perplessa. In fondo quello non era altro che uno sconosciuto per lei. Era Roger a doversi preoccupare per lei, non Jack.
“Sono passato dal saloon e Jessica mi ha detto che avevi fatto domande a proposito di un pistolero. Vuoi ficcarti in qualche guaio, sciocca ragazzina? Quella è gente pericolosa.”
Susan tirò su col naso, poi non riuscì più a trattenere il pianto.
Si ritrovò fra le braccia di Jack, con le lacrime che le scendevano copiose dal viso.
“E’ stato tutto inutile”, singhiozzò disperata, “Ho lasciato la mia casa, la mia famiglia, ho visto morire un amico, sono stata fatta prigioniera dagli indiani e tutto per cosa? Per scoprire che il ragazzo che amavo è diventato un assassino e nemmeno si ricorda più di me!”
Jack la cullò come si fa con una bambina. Poi le baciò le lacrime, sussurrandole di non aver paura, c’era lui vicino a lei ora. Le sue parole ebbero il potere di calmarla. Si sentiva al sicuro fra le sue braccia e una sensazione nuova si fece strada in lei. Ad un tratto accostò le labbra a quelle di lui e lasciò che la baciasse con una passione che non aveva mai provato. L’immagine di Roger e quella di Jack per un istante si confusero nella sua mente. Si accorse di desiderare i suoi baci come un tempo avrebbe desiderato quelli del ragazzo conosciuto in Alabama. Poi Jack le sbottonò la camicia, scoprendo i suoi seni piccoli e acerbi. Li accarezzò con dolcezza, giocherellano abilmente coi capezzoli. Susan si sentiva confusa e felice per le sue attenzioni. Ad un tratto lo udì trattenere una risatina. “Che c’è?” Chiese lei stupita. “C’è che è piuttosto difficile fare l’amore con una ragazza che indossa dei calzoni come un uomo. Finora non mi era mai successo!”
Susy lo scrutò con una punta di gelosia. “Oh, e hai avuto molte donne?”
Ma lui le tappò la bocca con un altro bacio, armeggiando, contemporaneamente con la cintura dei suoi pantaloni. Effettivamente sarebbe stato meno scomodo se avesse portato la gonna, concesse la fanciulla, mentre si perdeva in quel bacio.
Alla fine si staccò da lui e si alzò in piedi per togliersi in fretta stivali e calzoni.
Jack le sorrise. “Ecco così va meglio.” Quindi l’attirò nuovamente a sé, mentre le sue abili mani continuavano ad accarezzarla ovunque. Per un attimo Susy si chiese se fosse giusto quello che stava facendo. Aveva atteso per anni di ritrovare il suo Roger e adesso si ritrovava a fare l’amore con un soldato appena conosciuto. Non era da lei. Ma poi le sue carezze le annebbiarono i pensieri e non fu più in grado di dire cosa fosse giusto o sbagliato. Chiuse gli occhi, gemendo piano, mentre un vortice di sensazioni finora a lei sconosciute l’avvolgevano.
Trascorsero la notte in un bosco sulla montagna, avvolti in una coperta che per fortuna Jack aveva con sé, svegliandosi di tanto in tanto per fare l’amore per poi riaddormentarsi coi sensi appagati l’uno nelle braccia dell’altro. Susan non si era mai sentita così bene in vita sua. Ma alle luci dell’alba il pensiero di Roger tornò a tormentarla. Non poteva andarsene senza aver avuto con lui un colloquio chiarificatore. Era assurdo che si fosse scordato di lei. Semplicemente aveva voluto allontanarla e lei voleva conoscerne il motivo, altrimenti se lo sarebbe chiesta per il resto dei suoi giorni. In quanto a Jack ancora non sapeva cosa significasse per lei. Era un soldato che nella sua vita chissà quante fanciulle aveva sedotto. Lei probabilmente non avrebbe contato nulla di più di un’avventura da aggiungere alla sua lista. Si alzò mentre lui ancora dormiva e si rivestì nel più assoluto silenzio. Prima di allontanarsi a cavallo gli lanciò un’ultima occhiata carica di rimpianto. Si sarebbe volentieri fermata più a lungo con lui ma proprio non poteva. Raggiunse l’accampamento dei fuorilegge a mattino già inoltrato per scoprire che se l’erano data a gambe. Cos’era successo? Erano stati catturati? O semplicemente avevano deciso di cercarsi un altro rifugio? Triste e sconsolata Susy decise di far ritorno in paese dove scoprì che Roger era stato preso e giustiziato insieme ai suoi uomini. Jessica la riconobbe e le andò vicino per parlarle. “Ho un messaggio per te da parte del pistolero.”
“Per me?” Si sentiva ancora più confusa.
“Sì, prima di morire ti ha chiesto perdono. Ha detto di non essersi mai dimenticato di te ma c’era una taglia sulla sua testa e non voleva obbligarti a una vita da fuggitiva al suo fianco.”
Susy aveva le lacrime agli occhi. Roger non l’aveva scordata. Eppure, stranamente, ella accolse la sua morte come una sorta di liberazione. Aveva trascorso tutta la sua esistenza nell’attesa del momento in cui sarebbe tornata da lui. Ma si erano conosciuti da ragazzini e tante cose erano cambiate da allora. Nessuno dei due era più lo stesso. Si voltò e vide in lontananza un soldato che si avvicinava a cavallo. Gli sorrise e lui ricambiò il sorriso. Senza nemmeno rendersene conto Susan volò fra le sue braccia. Roger non era diventato altro che un tenue ricordo dell’infanzia mentre Jack era il presente. Perché la vita continua. Quasi sempre.
Erano settimane che non faceva un bagno e doveva puzzare come una capra. A un tratto sentì un fischio ammirato e una risatina alle sue spalle; si voltò solo per accorgersi che un soldato era intento a osservare le sue abluzioni. “Vattene via!” Gli intimò rabbiosa. Non era abituata a farsi vedere nuda e non trovò la cosa affatto piacevole.
“Non vedo perché dovrei”, le rispose il soldato con aria divertita, “Di certo questo lago non è di tua proprietà.”
Susy cercò di avvicinarsi alla sponda su cui aveva lasciato i vestiti ed afferrò la camicia per coprirsi il più velocemente possibile. Poi cercò con gli occhi la pistola.
“Stai cercando questa?” Fece il soldato, in tono canzonatorio. “Una ragazza non dovrebbe andare in giro armata, potresti farti del male.”
“Ridammela subito!” Ringhiò lei sempre più in collera.
Alla fine, impietosito, il soldato le lanciò l’arma. Susy si rese conto che per prenderla avrebbe dovuto lasciare la camicia che si teneva stretta addosso, per nascondere la propria nudità. Sicuramente il soldato doveva averlo fatto apposta per coglierla in fallo. Astutamente lei lasciò cadere la pistola vicino a sé e poi si chinò a raccoglierla. Quindi puntandogli l’arma contro gli intimò di voltarsi dall’altra parte.
“Non vale!” Ridacchiò il giovane, “Sono stato io a restituirti la pistola. Non merito un simile trattamento.”
“Taci!” Fu la risposta acida di Susy. Si rivestì in fretta e poi abbassò l’arma.
“Ecco, ora puoi voltarti di nuovo.”
Il soldato la squadrò da cima a fondo, sembrava un ragazzo conciata così, eppure c’era un non so che in lei di estremamente affascinante.
“Il mio nome è Jack”, disse facendo le presentazioni. Susy continuava a scrutarlo guardinga. “Io mi chiamo Susan. Susan Alcott.”
“E che ci fai da queste parti, vestita come un pistolero e armata di tutto punto?”
Lei scrollò le spalle. “Sono in viaggio verso l’Oregon. Vado a raggiungere il mio fidanzato. E tu soldato? Che ci fai da queste parti solo soletto?”
“Sono in perlustrazione. Questo territorio è molto pericoloso, non dovresti attraversarlo da sola. Se vuoi posso accompagnarti fino al nostro forte. Lì, potrai riposarti e indossare abiti decenti.”
Lei parve soppesare le sue parole. Infine disse: “Perché no? Ma ricordati che sono armata, quindi levati dalla testa di fare il furbo con me. Sono un’abile pistolera.”
Jack abbozzò un sorrisino. “Grazie dell’avvertimento.”
Fu così che Susy si rimise in viaggio insieme al giovane soldato. Era un tipo taciturno, visto che durante la traversata del deserto non le rivolse più la parola, ma era un bel giovane, questo doveva ammetterlo. In parte le ricordava Roger. La sua mente corse al ragazzino conosciuto tanti anni prima. Chissà se sarebbe riuscita a trovarlo? Ormai era vicina alla meta e questo un po’ la intimoriva. Ancora non era sicura che, dopo tanto tempo, Roger la volesse ancora.
Il forte si trovava a una discreta distanza dall’oasi nel deserto. Cavalcarono per due giorni e due notti, accampandosi solo il tempo necessario per riposare un poco. Fortunatamente Jack si tenne a debita distanza, pensò Susy più tranquilla, e alla fine del viaggio si era instaurata fra loro una timida amicizia.
Appena arrivato al forte egli la presentò al capitano Bonnet, raccontandole in breve la sua storia. Lui parve ammirato dal coraggio della ragazza che aveva percorso mezza America alla ricerca del suo amore. Decise quindi di aiutarla e, dopo averle offerto ospitalità e cibo in abbondanza, la fece scortare dai suoi uomini al paese più vicino.
Una volta in paese Susy si diresse verso il saloon. Non perché prediligesse la compagnia di uomini ubriachi e prostitute ma perché quello era il posto in cui, più probabilmente, avrebbe trovato qualcuno in grado di dirle dove poteva trovare Roger. La sua fattoria doveva trovarsi a poca distanza da lì, secondo i suoi calcoli.
Nel saloon ordinò qualcosa da bere e si fermò a parlare con una ragazza che serviva ai tavoli. Scoprì che il suo nome era Jessica ed era la figlia del proprietario del locale. Doveva avere all’incirca la sua età. Non appena sentì nominare Roger ella impallidì e si mostrò piuttosto vaga in proposito. Ma Susy, che era alquanto astuta, intuì che doveva sapere molto di più di quel che affermava. Quindi tornò a trovarla il giorno seguente e le offrì del denaro in cambio di qualche informazione.
Alla fine Jessica cedette e le raccontò tutto quello che sapeva in proposito. Pareva che un ragazzo di nome Roger si fosse unito a una banda di pistoleri che si divertivano a fare razzia nelle cittadine come quella. Era molto temuto da quelle parti e solo nominare il suo nome era considerato fonte di guai. Ecco perché si era dimostrata così restia a parlarne. Susy stentava a crederci. Il suo Roger così dolce e gentile era diventato un ricercato. Com’era possibile? Jessica le disse anche di non averlo mai visto di persona, aveva solo sentito parlare di lui; da quelle parti era quasi una leggenda. Se voleva trovarlo doveva avventurarsi su per un’alta montagna. Si diceva che il rifugio suo e dei suoi uomini fosse da quelle parti, anche se nessuno di quelli che si erano messi sulle sue tracce era tornato vivo per raccontarlo. Susy annuì pensierosa e poi si mise nuovamente in cammino. Non voleva rinunciare proprio adesso che era sul punto di trovarlo. Continuava a pensare che potesse esserci un motivo per il suo repentino cambiamento. E forse, una volta ritrovata lei, avrebbe deciso di cambiare vita e tornare ad essere un pacifico fattore. In sella al suo cavallo risalì la montagna alla ricerca del rifugio della banda di pistoleri. Tutto a un tratto intravide del fumo e si mise in ascolto. Si udivano delle voci in lontananza, probabilmente un accampamento. Col cuore in gola, scese dal cavallo e si avvicinò cercando di non far rumore. Da Sam aveva imparato come muoversi con agilità e nel più assoluto silenzio. Trovò un gruppo di uomini radunati attorno al fuoco. Non riusciva a capire i loro discorsi, ma era sicura che fossero le persone che cercava. Purtroppo Roger non pareva essere fra loro. Proprio mentre si sporgeva dal cespuglio dietro al quale si era nascosta, per cercare di guardare meglio, qualcuno caricò un’arma alle sue spalle.
continua...
Il cavaliere solitario avanzava lentamente, col sole negli occhi. Si calcò il cappello sulla fronte, in modo da schermarsi dai raggi violenti e si inumidì leggermente le labbra. A una prima occhiata distratta poteva sembrare un ragazzo, non più di una ventina d’anni d’età, ma per chi l’osservasse bene non c’era alcun dubbio: quella era una donna. Portava i lunghi capelli sciolti al vento, incurante della polvere che vi si andava a posare, mentre attraversava quel luogo deserto. Del resto ne aveva vissute di avventure prima di ritrovarsi lì e niente avrebbe potuto sconvolgere la sua esistenza già più di quanto non fosse successo. La sua vita era cambiata radicalmente, non avrebbe saputo dire quando. O forse sì. Si era trattato di un giorno, molte lune fa, avrebbero detto gli indiani, quando Roger era entrato nella sua vita per cambiarla irrimediabilmente. Era ancora una ragazzina, allora. Tredici anni compiuti da poco, mentre lui ne aveva qualcuno di più. Lo aveva trovato svenuto in riva al fiume, poco distante da casa sua, in Alabama, in un primo momento lo aveva creduto morto e le si era ghiacciato il sangue nelle vene. Ma poi, raccogliendo tutto il suo coraggio, gli si era accostata e aveva sentito il suo respiro, i battiti del cuore lenti ma regolari. Non avrebbe saputo dire neppure lei come fosse riuscita a trasportarlo fino alla capanna in cui abitava con sua madre e le due sorelle maggiori. La ragazza era orfana di padre ma la sua era una bella famiglia, unita, come poche se ne trovavano in giro. La madre era la donna più dolce che potesse esistere sulla faccia della terra. Non era mai riuscita a dimenticare il marito che l’aveva lasciata prematuramente e dalla sua morte si era dedicata totalmente alle tre figlie. Sarah, la sorella maggiore si comportava da maschiaccio, aveva la presunzione di fare le veci dell’uomo di casa, ma in realtà era una ragazzina a cui mancava in maniera insopportabile la figura paterna. Beth invece, di un anno più giovane di lei, era incredibilmente vanitosa e superficiale. Ma aveva un buon cuore, questo lo si doveva ammettere. Susan era la più piccola delle tre, ma tutti la chiamavano Susy. Nonostante i suoi tredici anni era sveglia e vivace. La preferita di suo padre. Chissà se sarebbe stato orgoglioso di lei adesso? Dicevamo che l’incontro con Roger le cambiò la vita e fu proprio così. Quel ragazzo dai capelli scuri, gli occhi grigi e lo sguardo magnetico catturò il suo cuore fin dal primo istante. Così come lui si sentì rapito dallo sguardo di lei, fisso sul suo, non appena riacquistò i sensi. Non seppe spiegare come fosse svenuto. Era uscito di casa, nonostante avesse la febbre, voleva raggiungere il padre che era partito per l’ovest abbandonandolo a casa di amici. Ma poi aveva perso i sensi e si era ritrovato a casa della famiglia Alcott, assistito da una ragazzina, sotto gli occhi curiosi e diffidenti delle sue sorelle. L’avevano ospitato fino a che non si era rimesso del tutto, cosa piuttosto gentile da parte loro, visto che si trattava di un perfetto sconosciuto. E, durante quel periodo di convalescenza, si era instaurata fra lui e Susy una profonda amicizia. Era persino arrivato a chiedere la sua mano, facendo scoppiare d’ilarità la madre di lei che non pareva prenderlo troppo sul serio. Susan invece sapeva che non scherzava. Quella sera, mentre erano fuori a fissare un cielo costellato di stelle, si giurarono amore eterno e di non separarsi mai per il resto dei loro giorni. Il giuramento fu mantenuto solo per metà. Di lì a pochi giorni venne a cercare Roger un uomo sulla cinquantina d’età che disse di essere un amico di suo padre e che era venuto a riprenderselo. Non potendosi occupare di lui ancora a lungo alla fine aveva deciso di mandarlo all’ovest con la prima carovana in partenza e una lettera per il padre in cui si scusava e spiegava le sue motivazioni. Roger era diviso fra sentimenti contrastanti: la gioia di poter andare incontro al padre ed il dispiacere di lasciare Susy. “Ti raggiungerò, vedrai”, furono le parole che lei gli sussurrò prima che salisse sul carro e un bacio suggellò quella promessa d’amore.
Da allora non l’aveva più visto ma non era riuscita a dimenticare i suoi occhi tristi e lo sguardo magnetico. Aveva ormai compiuto diciotto anni quando lasciò la casa di famiglia, con uno zaino in spalla e in testa grandi sogni. Era convinta che l’amore giustificasse ogni cosa e che facesse girare il mondo. Non ci mise tuttavia molto a capire che non si poteva vivere di solo amore. Quando cominciò a mancarle il pane si rese conto che forse aveva commesso un’enorme pazzia a scappare così di casa. Ma Susan era, tra le altre cose, assai testarda e così non si arrese e continuò per la sua strada. Per sua fortuna incontrò sul suo cammino un uomo di nome Sam. Un pistolero che si affezionò particolarmente a lei e le insegnò ad andare a cavallo come un uomo e a sparare. Le diceva che nel selvaggio west avrebbe dovuto sapersi difendere e non aveva poi tutti i torti. Sam era un uomo dai modi rudi ma di buoni sentimenti. Aveva una folta barba scura e ispida che gli dava l’aspetto spaventoso di un orso. Ma Susy non ebbe mai paura di lui. Sam diventò il suo compagno di viaggio, almeno finché un giorno non furono attaccati dagli Apaches e, nello scontro, egli ebbe la peggio. Morì sotto i suoi occhi in un assolato pomeriggio d’estate. L’unico rammarico di Susy fu quello di non avergli potuto dare una degna sepoltura, essendo stata catturata dagli indiani che li avevano assaliti. Per fortuna ebbe una sorte assai migliore del suo amico e compagno d’avventure. Al villaggio degli Apaches Susy strinse amicizia con un giovane indiano, chiamato Piccolo Falco. All’inizio trovò difficile comunicare con lui, non sapendo la loro lingua, ma piano piano imparò varie parole e lui le insegnò anche a tirare con l’arco. Fu grazie a lui che riuscì a fuggire dal villaggio e rimettersi sui suoi passi alla ricerca di Roger. Non aveva sue notizie da molto tempo, purtroppo. Dapprima riceveva da lui delle lunghe lettere in cui le parlava della vita nel west insieme al padre, ma poi più nulla. Si era chiesta svariate volte se in realtà lui non l’avesse dimenticata ed ella non stesse inseguendo solo un sogno. Nonostante ciò, non si era arresa e adesso stava attraversando una zona desertica diretta verso l’Oregon, col solo pensiero di poterlo riabbracciare presto. Il suo ricordo si era fatto confuso, non era certa di riuscire a mettere a fuoco il suo viso e comunque, in tutti quegli anni, chissà quanto era cambiato. L’avrebbe riconosciuto? E lui che avrebbe pensato di lei, vedendola arrivare a cavallo, tutta impolverata e con le labbra screpolate dal sole e dall’arsura? Stava pensando a questo quando in lontananza vide una piccola oasi nel deserto, un laghetto a cui abbeverarsi e dove riposarsi un po’. Velocemente si liberò dei vestiti e si gettò nell’acqua.