Edmond_e_charlotte

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ribellione e rimpianto | Le storie di Laureen

Le storie di Laureen

Le passioni, l'arme e l'amore...

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mercoledì, 04 novembre 2009

L'espulsione di Armand

LordPerfect

Parigi, 28 giugno 1840

 

Armand entrò, a grandi falcate, nel dormitorio dell’Accademia militare. D’un tratto, il brusio che si era levato in sua assenza, si arrestò. Gli era giunta voce che circolavano, fra i cadetti, alcune dicerie riguardo a sua cugina, che ci teneva a smentire al più presto. E sapeva perfettamente chi le aveva messe in giro. “Vorrei parlare un minuto con voi, Chevrot”, disse, rivolto alla persona in questione. Germain lo guardò di sbieco ed accennò un sorrisino spavaldo. “Ditemi pure. Sono tutto orecchi.”

“Ho sentito dire che vi vantate in giro di essere stato a letto con mia cugina. Niente di più assurdo, a mio parere. Ci terrei che smentiste queste chiacchiere immediatamente.”

“E perché dovrei smentire ciò che è la verità?” Germain estrasse da una delle sue tasche un bottone e lo mostrò ad Armand con fierezza. “Lo riconoscete? Appartiene all’abito che vostra cugina indossava la sera della festa. L’ho tenuto per ricordo.”

Il giovane Beauchamps impallidì. Poi colpì Chevrot in pieno viso, gettandolo a terra. Non gli era mai piaciuto quell’uomo. Troppo altezzoso e sicuro di sé. Secondo lui, non aveva la stoffa del soldato e l’uniforme gli serviva solo per far cadere fra le sue braccia il maggior numero possibile di fanciulle. Lo disgustava anche solo l’idea che Hèlène potesse essere fra queste. Rialzatosi, Chevrot rispose al colpo ricevuto e i due cadetti si ritrovarono impegnati in un corpo a corpo, finché a dividerli non giunse il capitano Leulier.

“Smettetela immediatamente!” La voce dell’ufficiale risuonò nella stanza all’improvviso. Chevrot si distrasse e ricevette un altro colpo, dritto sull’occhio destro. Urlò dal dolore e si piegò in due.

“Ho detto basta!” Il capitano pareva furioso. Aveva sempre avuto un’ottima opinione del cadetto Beauchamps, fino a quel momento. Gli spiaceva infinitamente doversi ricredere.

Chevrot si rialzò in piedi, barcollando. “E’ tutta colpa di Beauchamps. Lui ha cominciato.”

“Brutto bastardo!” Fu la risposta di Armand.

Leulier si domandò quale fosse il motivo di quella rissa, ma poi scrollò le spalle. Qualunque fosse la ragione, le regole militari parlavano chiaro e loro avevano contravvenuto a una delle più importanti: la disciplina. “Silenzio”, disse in un sibilo, “Siete entrambi chiamati a rapporto nel mio ufficio.”

 

 

Jean-Paul osservò il nipote di sbieco e cominciò a camminare, nervosamente, per la stanza. Claire aveva cercato di calmarlo, ma non vi era riuscita. “Si può sapere che hai combinato per farti espellere dall’Accademia militare?” sembrava molto deluso e amareggiato e questo dispiacque molto ad Armand. Ma come poteva dirgli il vero motivo di quella espulsione? “Nulla, zio. Assolutamente nulla.”

“Non prendermi per un imbecille, ragazzo! Nessuno viene espulso senza motivo. E tu ti sei sempre comportato bene finora. Ti sei impegnato a fondo e stavi per raggiungere il tuo scopo; ancora qualche piccolo sacrificio e saresti diventato un ufficiale del nostro glorioso esercito. Come hai potuto rovinare tutto così?”

A quel punto Armand non se la sentì più di tacere.

“Ho dovuto farlo, zio. Chevrot ha disonorato Hélène. Lo ha ammesso davanti a tutti, non potevo permettere che le rovinasse la reputazione senza fare niente.”

La cugina sbiancò in volto e domandò furente: “Come ha osato quel verme? Sono tutte menzogne. Ve lo giuro, non è accaduto nulla fra me e quell’uomo di cui debba vergognarmi!”

“Lui però va in giro a dire che sei stata sua ed ha persino uno dei bottoni del tuo abito. Mi spieghi com’è finito nelle sue mani?” In quel momento Armand era furioso con la cugina. In fondo era a causa sua che avrebbe dovuto rinunciare al sogno della sua vita. Aveva desiderato entrare nell’esercito più di ogni altra cosa al mondo ed ora, in un attimo, aveva dovuto rinunciarci. Ma Hélène sembrava fermamente convinta di ciò che affermava. “Ti dico che non è accaduto niente. Devi credermi! La sera del ballo lui ha provato a… oddio, è così umiliante doverne parlare, ma io non ho colpa. Io l’ho respinto e sono fuggita via. Quel bottone non prova assolutamente nulla, me lo ha strappato di dosso ma ciò non significa che mi sia data a lui! Oh, è talmente assurdo tutto ciò!” La ragazza scoppiò in lacrime e Armand le mise un braccio attorno alle spalle per consolarla. “Suvvia, non piangere ora.”

Jean-Paul intanto si era fatto pallido come un lenzuolo. “Oh, mio Dio”, gemette affranto, “Nessuno crederà a ciò che affermi. E’ la tua parola contro la sua. La tua reputazione è completamente rovinata, figlia mia!”

“Non mi importa nulla della reputazione!” Hélène era furente. Com’era possibile che si desse più retta a ciò che affermava quel delinquente che alla parola di una giovane di buona famiglia, qual’era lei?

“Non ti importa?” Ora suo padre sembrava davvero in collera. “E non ti importa neppure che nessuno vorrà più sposarti ora?” Hélène fece per ribattere, quando all’improvviso il padre si sentì male. Aveva un forte dolore al braccio sinistro e al petto. Il rammarico di vedere la figlia disonorata davanti a tutti lo aveva annientato. Si lasciò cadere a terra esangue.

“Papà, che hai? Stai male?” la giovane si gettò accanto a lui in lacrime, mentre Claire urlava ai servi di chiamare immediatamente un medico. Purtroppo non arrivò in tempo. Nel giro di pochi minuti il cuore di Jean-Paul Delatouche smise di battere, stroncato da un infarto.

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categorie: ribellione e rimpianto
mercoledì, 28 ottobre 2009

Il ballo

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Hélène volteggiava fra le braccia di un cadetto, alle note di un valzer. Aveva conosciuto quel giovane quella stessa sera. Le era stato presentato dal cugino, come uno dei suoi compagni di Accademia, e l’aveva trovato talmente affascinante da rimanerne stregata. Il suo nome era Germain Chevrot e possedeva gli occhi più belli che avesse mai visto, di un colore fra il verde e l’azzurro. Il suo sguardo magnetico l’aveva ipnotizzata dal primo istante e ora quasi non le sembrava vero di danzare insieme a lui.

“Che ne dite di una passeggiata all’aria aperta, mademoiselle?” le suggerì all’improvviso il cadetto. Era rimasto colpito dalla bellezza di quella giovane e, da quel dongiovanni che era, si era riproposto di non farsi sfuggire quel bel bocconcino.

“Ma certo! Avevo proprio bisogno di respirare un po’ d’aria fresca.”

Con grande abilità il giovane Chevrot l’accompagnò in un angolo appartato. Era solito intrattenersi con giovani donne di bell’aspetto, nei giardini delle residenze nobiliari, durante i ricevimenti. Dunque conosceva a memoria i luoghi dove non sarebbero stati disturbati. All’improvviso la prese fra le braccia e la baciò. Hélène non era mai stata baciata da nessuno, prima di allora, ma lo lasciò fare, curiosa di scoprire cosa si provasse in un bacio. Tutto sommato era abbastanza piacevole, pensò schiudendo le labbra e lasciando che la lingua di Germain si insinuasse all’interno della sua bocca. Chiuse gli occhi, assaporando quella magica sensazione e quasi non si avvide che lui l’aveva sospinta contro un albero, armeggiando col corpetto del suo abito. Non appena si rese conto che il giovane cadetto desiderava qualcosa di più di un bacio arrossì vivamente e protestò:

“Oh, no. Lasciatemi monsieur, vi prego!”

“Non sembravate molto dispiaciuta prima, mademoiselle”, replicò lui prontamente, “Suvvia, non fate la ritrosa.”

Hèlène cercò di staccarsi da lui, ma Chevrot la teneva ferma. Ad un tratto le strappò letteralmente il corpetto, insinuando la mano all’interno, per godere della pienezza dei suoi seni.

Spaventata la giovane lo schiaffeggiò ed, approfittando del suo momentaneo stupore, fuggì via, in lacrime. Egli rimase a fissarla con rabbia. “Stupida verginella”, disse, stringendo fra le mani uno dei bottoni del suo abito, “Me la pagherai, te lo giuro!”

 

 

“Questa è Anne Sorel”, disse Charlotte rivolta alla figlia, “E’ la nipote di Camille, la nostra cuoca, e da quando è rimasta orfana vive qui con noi.”

La ragazza, di una decina d’anni più giovane di Catherine, fece un profondo inchino. “Sono lieta di conoscervi, madame.”

“Chiamami pure Cath. Spero che diventeremo amiche noi due. Mia nonna mi ha detto che ha un ottimo rapporto con te.”

Arrossendo, Anne annuì. Le piaceva trascorrere il suo tempo in compagnia di madame Julie. Aveva sempre storie interessanti da raccontarle ed ella era affascinata dalla vita avventurosa di quella donna, dolce, ma, allo stesso tempo, forte e coraggiosa. “Vostra nonna è una persona meravigliosa”, disse con sincera ammirazione. Catherine sorrise. “Lo so.”

Anne sembrava proprio una brava ragazza. Nonostante fosse di estrazione sociale umile, si capiva che aveva studiato. Julie le dava lezioni ogni giorno, da quando era giunta in quella casa, circa otto anni prima. Ed ora, lei la ricompensava, trascorrendo lunghe ore a leggerle romanzi e libri di poesie, da quando la vista non era più così acuta come una volta per l’anziana signora. In parte, la sua compagnia, l’aveva consolata della parziale perdita della nipote che, una volta maritata, aveva visto molto di rado. Catherine era grata a quella giovane per tutto ciò che stava facendo per lei, anche se provava un po’ di gelosia per il posto che si era guadagnata nel cuore dell’ amata nonna. “Allora, ti andrebbe di darmi una mano a sistemare la stanza per me e mio figlio?” Le chiese, più per avere l’occasione di fare due chiacchiere con lei, che per la necessità di un aiuto.

“Certamente.” Fu la pronta risposta della ragazza.

 

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martedì, 20 ottobre 2009

Confidenze dolorose

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Armand si diede un’ultima occhiata allo specchio. La sua uniforme era perfettamente in ordine e la propria immagine riflessa lo riempiva di orgoglio. Avrebbe voluto che sua madre potesse vederlo. All’età di ventidue anni era davvero un bel ragazzo, alto e ben piantato. Le debuttanti di Parigi erano pazze di lui, anche se, per il momento, lui non pensava all’amore.

Si era dedicato anima e corpo alla carriera militare, come un tempo aveva fatto suo padre, e quella sera avrebbe partecipato insieme agli altri cadetti a un ricevimento dato dal re in persona, nella sala da ballo delle Tuileries. Nulla poteva dargli più soddisfazione.

All’improvviso qualcuno bussò alla porta e la cugina fece capolino nella sua stanza. Lo avrebbe accompagnato al ballo ed era splendente nel suo abito da sera color verde smeraldo. Quel colore le donava, dovette ammettere. Hélène si era fatta davvero una bella ragazza, i lunghi capelli castani raccolti in un elegante chignon, sopra la nuca, e gli occhi splendenti di entusiasmo giovanile. Avrebbe dovuto tenere alla larga da lei stuoli di ammiratori, pensò con un sorriso divertito.

“Allora, come sto?” chiese lei con fare apprensivo.

Indossava un vestito di organza stretto in vita, come voleva la moda, la cui gonna era sostenuta da numerose sottogonne. Armand si lasciò sfuggire un fischio di ammirazione, mentre la esaminava, girandole attorno. “Sei uno schianto, cugina!”

“Mmm, anche tu non sei niente male!”

Lui le porse il braccio e lei lo prese con orgoglio. Si sentiva elettrizzata al pensiero di essere accompagnata al ballo a corte da un cadetto dell’Accademia militare più prestigiosa di Francia. Quindi scesero le scale; dovevano affrettarsi se non volevano arrivare in ritardo.

 

 

Catherine appoggiò il capo sul grembo della nonna e si lasciò accarezzare i capelli, come quando era bambina. Calde lacrime le affiorarono all’improvviso, ma stavolta non riuscì a ricacciarle indietro, com’era solita fare spesso, e le lasciò cadere, in silenzio.

“Non devi piangere per me, bambina”, disse a un tratto Julie. La chiamava ancora bambina, nonostante avesse trent’anni compiuti. “Ormai sono vecchia e malata, ma non ho paura della morte, sai? Per me sarà un sollievo. Finalmente potrò raggiungere il mio amato Philippe, ovunque egli sia.”

Catherine sapeva del grande amore che aveva legato il nonno alla nonna. Aveva sempre sognato di vivere un amore come il loro e di trascorrere la vita insieme a qualcuno che le appartenesse anima e corpo così come Julie era appartenuta a Philippe.

“Non piango per te, nonna”, disse infine in un sussurro. “Piango per me.”

Julie annuì silenziosamente. Poi disse: “Tu non ami tuo marito, non è così?”

“Infatti, nonna. Credevo che sarei riuscita ad amarlo col tempo, ma mi sbagliavo.”

“Non ho mai creduto che il vostro fosse un matrimonio d’amore. Ho sempre letto nei tuoi occhi una profonda sofferenza.”

“Oh, nonna. Riesci a comprendermi meglio di chiunque altro!”

“Abbiamo lo stesso sangue, bambina. Come potrebbe essere altrimenti?”

“Ho commesso un grosso sbaglio a sposarlo.”

“Perché l’hai fatto, dunque?”

“Ero incinta. Di un altro uomo. Qualcuno che ho amato con tutta la mia anima. Ed ero spaventata; sapevo che la nostra famiglia non lo avrebbe mai accettato, lui era un ribelle ed è stato condannato all’esilio per aver complottato contro il re. Roland mi è parso la soluzione ai miei problemi.”

“Perché non l’hai seguito questo grande amore, figliola? L’esilio non è poi così terribile se lo si vive accanto all’uomo che amiamo. Io stessa non ho mai rimpianto un solo giorno della mia vita in Italia con Philippe.”

“Non lo so, nonna. Non lo so. Forse avevo paura.”

“Paura di cosa? Cosa poteva esserci di più terribile di stare al fianco di qualcuno di cui non si è innamorati?”

“Avevo paura di perdere il vostro affetto.”

Julie la strinse forte a sé. Catherine era scossa dai singhiozzi, come quando, da bambina, si faceva male e correva da lei per essere consolata.

“Quello non l’avresti perso mai, piccola mia.”

Lei la guardò con occhi tristi. “Ora me ne rendo conto. Ma è troppo tardi.”

“Lui lo sa?” Julie la scrutò con aria indagatrice, “Roland sa di non essere il padre di tuo figlio?”

Catherine sospirò amareggiata. “Sì. Ha scoperto che non ero vergine la prima notte di nozze e poi, quando la mia gravidanza è stata evidente, ha capito. Per questo mi odia e mi disprezza. Ho provato a conquistarmi il suo affetto, lo giuro. Ma non è servito a nulla. Ho sempre sbattuto contro un muro di indifferenza, che forse è peggio persino dell’odio.”

“Povera bambina mia.” Julie era affranta all’idea che la nipote si fosse tenuta dentro, per così tanto tempo, quel segreto. “Povera bambina, mia.” Ripeté cullandola fra le braccia, come se, realmente, fosse ancora una bimba.

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martedì, 13 ottobre 2009

Preoccupazioni materne

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Port St-Louis, 20 giugno 1840

 

Charlotte Beauchamps si affacciò con aria stanca alla finestra della sua tenuta in Camargue. La figlia stava scendendo dalla carrozza in quel preciso istante, insieme al figlioletto di nove anni, Gilbert. Com’era da aspettarsi il marito non l’aveva accompagnata.

Non aveva mai capito il perché di quel matrimonio, celebratosi così in tutta fretta. O, meglio, aveva capito anche fin troppo bene che sua figlia doveva essere rimasta incinta e che questo l’aveva costretta a sposarsi. Ciò che non le era chiaro, era la freddezza di suo marito nei suoi confronti. Che la incolpasse di dover essere ricorso a un matrimonio riparatore? Eppure, se il danno era stato fatto, egli ne era responsabile in egual maniera. Certe cose si fanno in due e Charlotte aveva sempre detestato l’idea che ne venisse incolpata sempre e solo la donna.

D’altro canto, Catherine non aveva mai voluto confidarsi con lei. Ripeteva sempre che andava tutto bene ma, diamine, lei era sua madre e capiva perfettamente che sua figlia era infelice. Anche adesso, mentre aiutava Gilbert a scendere dalla carrozza, aveva un’aria afflitta che le spezzava il cuore.

Avrebbe dato qualsiasi cosa per tornare a vederla sorridere come un tempo. Come se non bastasse, era anche in pensiero per sua madre. Da tempo, Julie era sempre più affaticata e, di recente, aveva avuto dei problemi al cuore, che l’avevano costretta a letto per un lungo periodo. Questo era uno dei motivi della visita di sua figlia. Desiderava vedere la nonna prima che la sua malattia le fosse fatale. Per fortuna era riuscita a convincere il marito a lasciarle compiere quel viaggio; di solito non vedeva di buon occhio le sue visite alla famiglia. Sospettava che la sua ostinazione fosse un modo per punirla di qualche cosa, ma non era mai riuscita a capire cosa. Comunque, l’importante era che Catherine fosse lì, Julie sarebbe stata molto felice di vederla; ormai mancava da Port St-Louis da così tanto tempo!

E, purtroppo, anche l’altro suo figlio, Armand, aveva lasciato la casa paterna per trasferirsi a Parigi, quando era appena un ragazzo. Aveva sempre sognato di entrare all’Accademia militare e, grazie a suo zio, era riuscito nel suo intento.

A lei tuttavia mancava molto e da tempo pregava per un suo ritorno. Lasciando da parte le malinconie, si avviò verso la figlia ed il nipotino che le corse incontro gioioso: “Nonna, nonna… ti devo far vedere una cosa!” Gilbert aveva sempre qualche nuovo gioco da mostrarle, per fortuna era un bimbo vivace e pieno di vita. Evidentemente, non aveva preso il carattere del padre, spesso scontroso e irritabile. Catherine invece si limitò a deporle un lieve bacio sulla guancia, mentre mormorava: “Il viaggio mi ha molto stancata. Potresti badare tu a Gilbert mentre ne approfitto per riposarmi un poco?” Charlotte annuì. “Non preoccuparti, figlia mia. Va pure a riposarti.” La osservò preoccupata, mentre saliva le scale della grande dimora. Sembrava che Catherine fosse invecchiata prematuramente, eppure aveva almeno un motivo per cui essere felice: suo figlio. Gilbert era un amore. Quindi si volse in direzione del bambino e gli sorrise. “Allora, cos’è che volevi farmi vedere?”

 
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giovedì, 01 ottobre 2009

Le nozze di Catherine

19

Il barone de Montyon stava passeggiando in giardino, quando gli fu annunciata la visita di mademoiselle Beauchamps. Ne fu sorpreso, perché era da molto che quell’adorabile fanciulla non si faceva vedere in giro. A corte si mormorava che dovesse essere ammalata. Ma, non appena la vide, la trovò in splendida salute. “Che piacere avervi qui!” Le disse con uno smagliante sorriso, che lei ricambiò appena. Sembrava inspiegabilmente tesa e non riusciva a capirne il motivo. Poi ella parlò: “Ricordate quando mi avete detto che sareste stato ben lieto di fidanzarvi con me?” Era dell’idea che fosse meglio arrivare subito al dunque. Detestava i giri di parole.

“Sì, certo. Come potrei averlo dimenticato?”

“E lo pensate ancora?”

“Naturalmente.”

Catherine inalò aria nei polmoni ed espirò, come se si sentisse soffocare e avesse bisogno di ossigeno. Infine aggiunse: “Ebbene, io sono disposta a sposarvi, se ancora mi volete.” Non era stato facile, per lei, pronunciare quella frase. La spaventava l’idea di essere di un altro uomo. Qualcuno diverso da Albert. Ma, ormai, aveva deciso e non sarebbe tornata indietro.

Roland la scrutò per un istante, quasi non avesse udito bene le sue parole. Infine le prese la mano fra le sue e la baciò. “Ne sono lusingato, Catherine.”

Lei abbozzò un debole sorriso. “Se non vi dispiace vorrei che le nozze si celebrassero il più presto possibile.”

“Per quale motivo?”

Lei arrossì leggermente. “Sono impaziente di vivere al vostro fianco, Roland.” Mentì, spudoratamente.

Aveva pensato di dirgli la verità, ma poi non se l’era sentita.

Se lui l’avesse rifiutata non avrebbe saputo a chi altri rivolgersi. Era meglio mantenere il suo segreto fino alla fine.

“D’accordo”, rispose, dunque, il barone. “La settimana prossima potrebbe andar bene?”

 

 

Le nozze furono celebrate nella cattedrale di Notre Dame e fu una cerimonia grandiosa. Catherine avrebbe preferito qualcosa di più semplice, ma il barone aveva insistito, dicendo che sarebbe stato per lui un disonore fare altrimenti. Del resto, la sua sposa, avrebbe dovuto iniziare a comportarsi come una baronessa e questo comportava anche dei doveri. Furono invitati, così, tutti gli esponenti della nobiltà; persino persone che Catherine non aveva mai visto e non aveva idea di chi fossero.

In compenso, coloro che avrebbe desiderato avere accanto, più di ogni altro, erano assenti. Sua madre, suo padre e nonna Julie, non essendo stati avvertiti in tempo, non ce l’avevano fatta a presenziare alla cerimonia e, gli unici esponenti della sua famiglia, erano zio Jean-Paul, sua moglie Claire, la cugina Hélène e infine Armand.

La notizia delle sue nozze era stata accolta con gioia dagli zii, sebbene ne fossero sorpresi. Sapevano dell’ affettuosa amicizia che legava il barone alla loro giovane nipote, ma pensavano che lei fosse stata un po’ precipitosa nel desiderare un matrimonio così affrettato. L’unica a conoscerne il vero motivo era Hèlène, che si guardò bene dal rivelare alcunché ad anima viva. Tuttavia, la sera precedente, aveva discusso a lungo con la cugina, sull’argomento. Era un po’ perplessa riguardo a quelle nozze. Sapeva che lei non amava Roland e temeva che sposarlo sarebbe stato per Catherine l’inizio di una triste esistenza. Ma la cugina l’aveva tranquillizzata a proposito, dicendole che il barone era il miglior partito che potesse trovare. Inoltre si trattava indubbiamente di un uomo attraente, sebbene, ai suoi occhi, non potesse eguagliare il fascino di Albert.

Alla fine Hélène si era convinta che quella fosse, sul serio, la decisione giusta da prendere e fece i suoi migliori auguri alla giovane sposa. Non poteva sapere che Catherine fosse, in realtà, ben lontana dal pensare tutte le cose che le aveva detto per tranquillizzarla.

Era affezionata a Roland, ma solo l’idea di andare a letto con lui la faceva rabbrividire di disgusto. Tutto il suo fascino e la sua avvenenza, infatti, su di lei non avevano  alcun effetto e si ritrovava a pensare che sarebbe stato ben diverso, se al suo posto ci fosse stato l’uomo che amava.

Quando, alla fine dei festeggiamenti, si ritrovò da sola con lui, aveva perso tutta la propria sicurezza ed avrebbe desiderato fuggire lontano. Per fortuna, il barone prese la sua ritrosia come semplice timore virginale e cercò di essere paziente con lei. Le concesse persino di spegnere le luci, prima di sfilarle la veste da camera per godere delle gioie del matrimonio. Per tutto il tempo lei rimase a occhi chiusi e in silenzio, sforzandosi di trattenere le lacrime. Un giorno si sarebbe abituata a lui, si disse piena di speranza. Ma fino a quel giorno non sarebbe stato affatto facile dividere il letto con quell’uomo.

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martedì, 22 settembre 2009

Una difficile decisione

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Distesa sul suo letto, Catherine cercava disperatamente di allontanare la nausea e di non ascoltare la valanga di discorsi a cui la stava sottoponendo la cugina. Da quando era entrata in camera sua non era stata zitta un momento. E, a quanto pareva, il suo argomento preferito era l’arresto di Albert Cléry. “Ero certa che quell’uomo fosse un malfattore”, esclamò a un tratto, ignorando l’occhiataccia di Catherine. “E non capisco proprio perché tu abbia chiesto a papà di aiutarlo. Vuoi cacciare nei guai anche noi? Vuoi che tutti pensino che sosteniamo un anarchico?”

“Albert non è un anarchico”, replicò la giovane con rabbia, “Perché usi le parole se non ne conosci il significato? Lui è solo un repubblicano, come il nonno. Pensi forse che anche il nonno fosse un malfattore?”

Hélène tentennò. “No, certo che no!”

“E allora non giudicare le persone che non conosci e tieni chiusa quella boccaccia!”

“Sei ingiusta con me. Io mi sto solo preoccupando per te e per la nostra famiglia. Si può sapere perché desideri tanto che quell’uomo venga rilasciato?”

Stanca di dover sempre mentire a tutti quanti Catherine rispose: “Sono incinta. E lui è il padre di mio figlio.”

Hélène si fece pallida come un lenzuolo. “Che hai detto? E’ uno scherzo, non è vero?”

“Ti pare che in un momento come questo abbia voglia di scherzare? Aspetto un figlio da un uomo che è appena stato arrestato e che forse verrà condannato a morte. Capisci ora perché desidero che venga liberato? Noi due ci dobbiamo sposare. Altrimenti sarò disonorata per sempre!”

La cugina rimase a fissarla, allibita, per un istante. “Come hai potuto farlo?” Fece, poi, scandalizzata. “Con un uomo simile, poi. Un delinquente.”

“Non ti azzardare, Hélène!” Gli occhi di Catherine erano fiammeggianti di collera. Quindi cercò di calmarsi e aggiunse in un sussurro: “Io lo amavo. Anzi, lo amo. E lo amerò per tutta la vita.” Calde lacrime le rigarono il volto. Le aveva trattenute fino a quel momento, ma adesso non riusciva più a frenarle. Commossa da tanta sofferenza, sua cugina l’abbracciò con forza. “Non piangere, Cath! Vedrai che andrà tutto bene.” Ma in realtà non ne era affatto convinta.

 

 

I giorni si susseguirono senza nessuna novità, riguardo alla sorte di Albert. Catherine ormai aveva abbandonato ogni speranza di rivederlo sano e salvo e si domandava che ne sarebbe stato di lei e della creatura che portava in grembo. Le era persino venuto in mente di confidarsi con sua madre, scrivendole una lettera, per esempio; lei, in fondo, aveva vissuto lo stesso dramma. Era rimasta incinta quando credeva che il padre di suo figlio fosse morto sul campo di battaglia e se l’era cavata da sola. Lei però non era come sua madre. Lei non avrebbe sopportato tutti i sacrifici che aveva fatto. Non se la sentiva di fuggire di casa, abbandonare la propria famiglia, né di raccontare loro il suo dramma. Voleva continuare ad essere la loro pupilla. Non avrebbe sopportato il disprezzo di suo padre. All’improvviso un’idea le si insinuò nella mente. Era un’idea orribile ma per lei rappresentava una soluzione. Roland le aveva detto di essere disposto a sposarla, non molto tempo prima. E se avesse accettato la sua proposta? Suo figlio avrebbe avuto un padre e tutti avrebbero pensato che era nato all’interno del sacro vincolo del matrimonio. Non aveva molto tempo, però. Doveva agire subito, prima che la gravidanza diventasse troppo evidente. L’unica cosa che l’aveva trattenuta fino a quel momento, era la prospettiva che suo zio riuscisse davvero a ottenere la scarcerazione di Albert. E se poi fosse tornato in libertà, pronto a sposarla, e lei si fosse già maritata con un altro? Qualcuno che non amava? Mentre tutti questi pensieri le affollavano la mente, confondendola sempre più, Jean-Paul bussò alla porta della sua stanza.

“Avanti!” Disse lei, tirandosi a sedere sul letto, “Entra pure.”

Suo zio aveva il volto pallido, quando si piantò innanzi a lei.

“Che è accaduto?” Chiese Catherine, con voce tremante.

“Sono riuscito a evitargli la pena di morte”, confessò l’uomo, stancamente. “Ma non sarà rilasciato. Sarebbe stato chiedere troppo. Quel Cléry resta sempre un pericolo per la nazione.”

“La nazione!” Fece allora lei, sprezzante. “Il sovrano non è la nazione. E’ il popolo a costituire l’essenza dello stato ed il popolo sarebbe senz’altro più libero se potesse governarsi da sé!”

Jean-Paul le rivolse uno sguardo sconcertato. “Parli come mio padre.”

“Dico solo ciò che è giusto. Allora, che ne sarà di lui?”

“E’ stato condannato all’esilio. Dovrà lasciare la Francia, insieme al suo amico Victor.”

“Bene.” Si sforzò di non versare una lacrima. Avrebbe pianto dopo, quando sarebbe stata sola. Ormai il suo destino era deciso: avrebbe sposato Roland. Non poteva certo seguire Albert in esilio. La sua famiglia non glielo avrebbe permesso e a lei mancava il coraggio per sfidarla.

 
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mercoledì, 16 settembre 2009

Momenti difficili

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Jean-Paul fissò la nipote con sguardo severo. “Che hai detto? Sei per caso impazzita?”

“No, zio. Ho saputo che Albert Cléry è stato arrestato. Ti chiedo soltanto di cercare di aiutarlo. Tu sei in buoni rapporti col re, puoi chiedere la sua scarcerazione.”

Rientrata a casa, Catherine non aveva perso tempo a cercare un aiuto per il suo amato. Non le importava quello che avrebbe pensato la sua famiglia, aveva disperatamente bisogno di un appiglio, uno qualunque, per non perdere la speranza.

“Non mi concederebbe mai un favore del genere. Come può passarti per la testa una simile idea?” Le rispose, tuttavia il duca.

“Ma lui non ha fatto nulla di male…”

“Nulla di male dici?” Lo zio era furente. Aveva saputo dell’accaduto quella stessa mattina. Tutta la corte era in agitazione per quell’arresto. Sembrava che l’amico di sua nipote facesse parte di una società segreta contro la monarchia e non era difficile da credere. Quel giovane era sempre stato un ribelle. “Se per te complottare contro il sovrano è da considerarsi nulla di male…”

“Beh, non ha ucciso nessuno, no?”

“Si può sapere perché ti dai tanta pena per lui?” Quella domanda a bruciapelo la disorientò. Non sapeva se fosse il caso di dire la verità o continuare a tessere la sua rete di menzogne. Alla fine optò per la seconda possibilità. “Quell’uomo mi ha salvato la vita! Mi ha aiutata quando mi sono ritrovata da sola in mezzo alla rivolta. Gli sono debitrice, capisci?”

“Hai già saldato il tuo debito”, fu, tuttavia, la secca risposta di Jean-Paul, “Siamo stati noi a chiamare il medico che gli ha curato la ferita alla spalla, no?”

Catherine avrebbe avuto voglia di urlare, ma si mantenne fredda e distaccata per non creare inutili sospetti. “Ti prego, zio. E’ importante per me. Non te lo chiederei altrimenti.”

Il duca sospirò preoccupato. Non era facile ciò che gli chiedeva la nipote.

“D’accordo”, disse infine, “Cercherò di fare il possibile, ma non ti prometto nulla.”

Catherine lo abbracciò con le lacrime agli occhi. “Grazie”, mormorò con un filo di voce.

 

 

Seduto in un’umida cella, Albert non sapeva darsi pace per l’accaduto. Ciò che più lo rammaricava era di non aver potuto dire addio alla donna che amava. Avrebbe voluto dirle quanto contasse per lui, quanto fosse grande l’amore che nutriva nei suoi confronti, anche se negli ultimi tempi non glielo aveva dimostrato. E avrebbe desiderato domandarle scusa per l’immenso dolore che adesso le procurava. Non ci sarebbe stato nessun matrimonio. Nessuna vita insieme. Con ogni probabilità sarebbe stato condannato a morte o, nel migliore dei casi, alla prigione a vita. Di sicuro non sarebbe più uscito di lì. Continuava a domandarsi che ne sarebbe stato di lei. Se col tempo lo avrebbe dimenticato o se avrebbe condotto una triste esistenza nel ricordo di ciò che era stato. Si augurò che riuscisse a ricostruirsi una vita, anche se solo l’idea che potesse un giorno innamorarsi di un altro, lo faceva impazzire di rabbia e di gelosia. Ma, del resto, se lo era meritato. Lui non aveva saputo aver cura di lei e del loro amore. Si era buttato anima e corpo nell’inseguimento di un sogno. Si chiese se anche il nonno di Catherine avesse provato lo stesso sconforto e la stessa sensazione di sconfitta, quando si era reso conto che gli ideali, ai quali aveva dedicato tutta la sua vita, si erano dissolti come neve al sole. Lei gli aveva raccontato di come la morte di tutti coloro che erano finiti sulla ghigliottina avesse pesato sulla sua coscienza. Philippe Delatouche non era un sanguinario e, in fondo, nemmeno lui. In un certo qual modo si somigliavano. Desideravano la libertà più di qualsiasi cosa. E si erano innamorati perdutamente di due donne meravigliose che si erano date a loro, senza pensare alle conseguenze. Almeno lui, però, era riuscito a sposarla la sua donna. E a darle dei figli. Albert, invece, era pienamente cosciente del fatto che sarebbe morto senza una discendenza. “Perdonami Catherine”, disse con un filo di voce, mentre si sforzava di trattenere le lacrime “Ti prego, non odiarmi.”

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categorie: ribellione e rimpianto
martedì, 08 settembre 2009

La cattura

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22 ottobre 1830

 

“Scappa, Albert, scappa!” la voce di Victor lo colse all’improvviso. Si erano riuniti in un luogo sicuro per progettare il loro piano ai danni della monarchia, ma evidentemente, non era poi così sicuro. Inspiegabilmente erano stati scoperti, forse qualcuno dei loro uomini aveva spifferato qualcosa. Non erano rare le spie all’interno delle società segrete. Con una rabbia cieca Albert scattò verso l’unica via di fuga possibile. In un attimo tutti i ribelli si erano dispersi, mentre i gendarmi stavano alle loro costole. “Te l’avevo detto che ci avrebbero trovati!” Si lagnò Victor, che era sempre stato pessimista. “Sta zitto e corri!” Gli rispose l’amico col fiato corto. All’improvviso si trovarono la strada sbarrata da altre guardie. Albert si guardò intorno, sentendosi come un leone in gabbia. “Maledizione!” Imprecò a voce alta. L’ultimo suo pensiero prima di essere catturato fu per Catherine. I loro sogni di una vita insieme erano sfumati in un attimo. In quel momento si chiese cosa ne sarebbe stato di lui, di sicuro il destino non gli riservava nulla di buono. Se solo avesse dato ascolto agli avvertimenti di Victor e della stessa Catherine che gli dicevano, continuamente, di non esporsi troppo. E invece aveva peccato di presunzione. Si era convinto di poter cambiare il mondo, di essere onnipotente. Avrebbe dovuto sposare la sua innamorata, di certo lo desiderava. Ma poi si era buttato a capofitto in quella folle impresa. Era riuscito a radunare un po’ di gente che, come lui, era stufa della monarchia e li aveva indotti a credere che, con una rivolta organizzata, avrebbero potuto cambiare il corso della storia. Illuso! Tutto ciò che era riuscito a mettere insieme erano stati dei fugaci incontri segreti, parole bisbigliate e, infine, la cattura. Mentre lo portavano via, rivolse un ultimo sguardo al suo amico. Sembrava volesse chiedergli perdono per averlo cacciato in quel guaio. Ma Victor non era in collera con lui. Lui stesso aveva creduto agli ideali di libertà che proclamavano nelle loro riunioni e aveva desiderato, con ogni forza, la morte della monarchia e l’avvento della seconda repubblica. Se certo c’era un colpevole in tutto questo, non era Albert.

 

 

Catherine si avvolse in uno scialle e uscì di casa con un’aria preoccupata. Ormai era certa di essere rimasta incinta ed era ben decisa a parlarne con Albert. Fino a quel momento lui aveva voluto rimandare il loro matrimonio, troppo preso dalle sue lotte contro il re, ma ora non c’era più tempo. Dovevano regolarizzare la loro situazione perché tra qualche mese la sua gravidanza sarebbe stata anche fin troppo evidente. Ancora non sapeva cosa avrebbe detto a suo zio e, peggio ancora, ai suoi genitori. Forse sarebbe riuscita a far credere loro, a nozze avvenute, che il bambino era nato prematuro. In questo modo non sarebbe stato necessario rivelare la sua gravidanza. Ma come convincerli a concedere la sua mano ad Albert? L’unico modo era confessare loro il guaio in cui si era messa, anche se questo non avrebbe contribuito a far accettare il suo uomo come parte della famiglia. Lo avrebbero disprezzato per averla disonorata. Rabbrividì, ma non per il freddo di quella plumbea giornata di ottobre. Era la sua anima ad essere fredda. Amava Albert con tutta se stessa, ma negli ultimi tempi si era spesso chiesta se fosse davvero l’uomo adatto a lei. Sembrava non avere altro pensiero che per la repubblica che avrebbero costruito, per la sua società segreta e le confabulazioni che faceva con Victor. Non ricordava nemmeno più da quanto non facevano l’amore. Forse un paio di settimane, forse di più. Ogni volta che lo andava a trovare, lo trovava seduto al tavolo con il suo amico, a discutere di strategie e possibili rivolte. Si chiese come avrebbe reagito alla notizia di quel figlio in arrivo. Di certo avrebbe scombinato i suoi piani. Cosa avrebbe fatto, dunque? Avrebbe scelto lei ed il figlio che portava in grembo oppure li avrebbe abbandonati al loro destino per inseguire i suoi ideali? No, per come conosceva Albert, sapeva che si sarebbe fatto carico delle proprie responsabilità. Ma era realmente questo che lei voleva? Ciò che desiderava più di ogni altra cosa era essere amata da lui, non che ottemperasse semplicemente ai suoi obblighi, per puro senso del dovere. Mentre bussava alla sua porta aveva il cuore in gola per l’agitazione. Non udì alcuna risposta e bussò di nuovo. Doveva essere in casa a quell’ora del mattino. Dove poteva essere altrimenti? Ad un tratto la sua vicina di casa, una donna anziana, vedova da qualche anno, fece capolino dall’appartamento di fronte. “Se cercate monsieur Cléry, non lo troverete, mademoiselle.”

“Perché? Dov’è andato?”

“Ma come? Non l’avete saputo? Nel quartiere non si parla d’altro. E’ stato arrestato ieri notte.”

“Arrestato?” Catherine sentì le forze che l’abbandonavano. “Con quale accusa?”

La donna scrollò le spalle. Aveva sempre pensato che quel giovane fosse una testa calda. “Pare che avesse preso parte a un complotto per detronizzare il nostro sovrano. Faceva parte di una società segreta, lo sapevate? Povero ragazzo, era così giovane…”

Catherine ricacciò indietro le lacrime e sentì affiorarle la nausea. Non sapeva se fosse causata dal suo stato o dalla notizia che aveva appena ricevuto. Adesso era davvero sola con un figlio in grembo. Stentava a credere che tutto questo stesse succedendo proprio a lei.

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venerdì, 04 settembre 2009

Proposta di matrimonio

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Calmare Albert non fu cosa affatto facile. Corse da lui, non appena ebbe un minuto libero, ma lo trovò di pessimo umore.

“Non crederai a tutte le sciocchezze che ti ha detto Roland?”

“Adesso è diventato Roland? Prima se non sbaglio lo chiamavi barone!”

“Suvvia, non essere sciocco. Conosco Roland da un sacco di tempo. E’ un amico.”

“Lui non sembra considerarti un’amica.”

Purtroppo Albert non aveva tutti i torti. Ella sapeva bene che il barone le faceva una corte serrata ed, anche se non lo aveva incoraggiato, non aveva neppure fatto il contrario.

“Io amo te e tu lo sai”, disse con le lacrime agli occhi.

“Io so solo che ti piace venire a letto con me”, fu la sua gelida risposta, “Chi mi dice che non ti sposerai con quel damerino? E’ un partito assai migliore di uno studente in giurisprudenza squattrinato e ribelle.”

Ad un tratto Catherine trovò quasi divertente quella scenata di gelosia. Ma nascose il sorriso che le era affiorato sulle labbra e rispose: “Può darsi. Ma io preferisco gli studenti squattrinati e ribelli!” Si fissarono per un istante senza trovare le parole giuste. Poi Catherine ruppe nuovamente il silenzio: “Allora, non vuoi darmi neppure un bacio?” Albert le si avvicinò in silenzio. Il bacio che le diede fu appassionato, al punto da lasciarla senza fiato. “Non sono mai stato così male per una donna”, confessò, non appena si staccarono, “Non so cosa mi è preso…”

“Shhh… non aggiungere altro. Baciami e basta.” Si ritrovarono stretti l’uno all’altro, le labbra che si cercavano, frementi, e le mani che si sfioravano, nel disperato tentativo di liberarsi dei vestiti. Quando tutto fu finito e i loro corpi giacquero sul letto, allacciati, Albert chiese, quasi timoroso: “Vuoi sposarmi?” Catherine gli rivolse un radioso sorriso. “Sì, voglio essere tua per sempre.” In quel momento tutte le bugie e le difficoltà sembravano essersi dissolte e quel per sempre appariva più vicino a realizzarsi di quanto non fosse nella realtà.

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categorie: ribellione e rimpianto
lunedì, 24 agosto 2009

Un'imbarazzante passeggiata

20 agosto 1830

 

Quella mattina Catherine aveva dormito fino a tardi. Il giorno precedente Albert l’aveva portata a fare una gita fuori Parigi ed erano rincasati a notte fonda. Agli zii aveva raccontato di essere stata invitata a un ricevimento fuori città, per la festa di compleanno di una coetanea conosciuta per caso a un ballo di corte, una certa Rosemarie Roussier, figlia del marchese de Chatillon. Si trattava solo di una mezza bugia, visto che in realtà era stata davvero invitata al ricevimento; invito che aveva tuttavia declinato. Ad un tratto qualcuno bussò alla porta della sua stanza con insistenza. Era sua cugina Hélène.

“Sveglia, dormigliona!”, urlò, entrando senza nemmeno attendere il permesso, “Hai visite, giù di sotto.” Catherine aprì gli occhi, ancora intontita dal sonno. “Di chi si tratta?” chiese, con un sonoro sbadiglio. La cugina le dedicò uno sguardo malizioso. “E chi può essere? E’ il tuo spasimante, no?” Ella si fece pallida come un lenzuolo. Che Albert si fosse presentato a casa degli zii? No, era letteralmente impossibile. “Quale spasimante?” si decise a domandare.

“Roland de Montyon, no? Quali altri spasimanti hai, signorina rubacuori?” Catherine si lasciò sfuggire un sospiro di sollievo. Poi si allarmò di nuovo. E se avesse raccontato che ieri sera non aveva partecipato al ballo? Balzò giù dal letto all’istante e indossò una vestaglia, prima di precipitarsi giù dalle scale. Hélène interpretò tanta fretta come un segno dell’infatuazione che sua cugina provava per quel damerino e trattenne una risatina. Chissà se un giorno si sarebbe ritrovata anche lei innamorata a tal punto di qualcuno? Intanto Roland, vedendo arrivare l’oggetto dei suoi desideri, ancora con la veste da camera, la fissò sbalordito.

“Mi spiace avervi svegliata, mia dolce Catherine”, disse schiarendosi la voce, “Ma potevate prendervi tutto il tempo che volevate per vestirvi. Vi avrei aspettata lo stesso.”

Lei arrossì, accorgendosi solo in quel momento del suo precario abbigliamento.

“Oh, Roland”, mentì all’improvviso, “Temevo che ve ne sareste andato. Datemi solo qualche minuto e vi raggiungerò in biblioteca.” Il barone annuì e, mentre lei risaliva le scale di corsa, raggiunse la biblioteca dove si fece servire un tè da una delle cameriere. La nipote del duca de Soissons era senz’altro bizzarra, si ritrovò a pensare divertito, ma aveva un fascino ineguagliabile ed egli era più che deciso a conquistarla. Pochi minuti dopo la fanciulla riapparve, decisamente più presentabile. “Vogliamo uscire a fare una passeggiata?” propose con un’insolita aria tesa.

“Non preferite fare colazione?” rispose Roland, “Mi sento già in colpa per avervi buttata giù dal letto, non vorrei anche privarvi del cibo.”

“Oh, non ho per niente fame!” In realtà ne aveva eccome, ma voleva evitare in tutti i modi che lui si incontrasse con zio Jean-Paul o zia Claire. Alla fine riuscì a convincerlo e uscirono.

Per strada chiacchierarono animatamente di svariati argomenti. La giovane si fece raccontare nei dettagli la festa di Rosemarie, nel caso i suoi zii le avessero fatto delle domande in proposito.

Roland invece era curioso di conoscere il motivo della sua assenza.

“Ero indisposta”, mentì lei, arrossendo leggermente. Nonostante fosse diventata ormai un’abitudine per lei mentire, ancora non si era rassegnata a tutti quei sotterfugi. Il nobile, pensando che la sua indisposizione fosse dovuta a problemi femminili, non indagò ulteriormente. Disse invece: “Oh, non vi siete persa nulla. E’ stato un ricevimento di una noia mortale.”

Catherine non ne dubitava. Di recente trovava decisamente noiosi i signorotti titolati che in passato aveva frequentato con piacere. E le feste non l’attiravano più come una volta. Mentre svoltavano all’angolo di una stradina secondaria della capitale, ridendo per qualche pettegolezzo di corte, quasi non andò a sbattere contro quello che si rivelò essere una sua intima conoscenza. Anche fin troppo intima. “Albert!” si lasciò sfuggire, colta di sorpresa. Non si era certo immaginata di incontrarlo. Lui la squadrò da cima a fondo, per poi passare a esaminare il suo accompagnatore. Non era mai stato un amante geloso, ma quella volta provò una fitta molto simile alla gelosia e la cosa non gli piacque. “Mademoiselle Catherine, i miei omaggi!” disse, sollevandosi il cappello, in segno di saluto. Il damerino, che la teneva sottobraccio, gli rivolse una gelida occhiata, che egli ricambiò con piacere. Lei, dunque, si affrettò a fare le presentazioni: “Questo gentiluomo è monsieur Albert Cléry”, fece, rivolta al suo accompagnatore, “Monsieur Cléry, ho il piacere di presentarvi il barone de Montyon”, aggiunse poi in direzione del suo amante, “Un buon amico”, specificò subito dopo.

“Amico?” chiese Albert dubbioso. Non gli era affatto sfuggita l’aria adorante che lo sconosciuto aveva nei confronti della sua donna. “A vedervi passeggiare così vicini l’uno all’altro avrei detto che fosse il vostro fidanzato!” Catherine assunse un’espressione mortificata. Non avrebbe voluto concedere a Roland la libertà di prenderla a braccetto, ma aveva bisogno di lui per coprire le sue innumerevoli bugie, per cui aveva pensato di addolcirlo, lasciandolo fare. Solo ora si accorgeva di aver commesso un grosso errore.

“Oh, non siate così lontano dal pensarlo monsieur”, fu il commento del barone. Catherine lo avrebbe volentieri preso a schiaffi; come si permetteva di insinuare una cosa del genere?

“Prego?” lo sguardo che Albert rivolse a quel damerino incipriato non fu certo cordiale e amichevole e, per un attimo, la fanciulla temette che i due uomini si sarebbero sfidati a duello. Per fortuna non fu così. Roland rispose con pacatezza: “Intendo dire che se questa deliziosa damigella volesse accettare la mia corte, sarei ben felice di sposarla.”

“Oh, non nutro alcun dubbio a riguardo!” Fu il commento di Albert. E, lanciata un’ultima occhiata di rimprovero a Catherine, si congedò. Lei tirò un sospiro di sollievo. Per fortuna non era accaduto nulla di irreparabile. Per ora.

20081121-144744

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